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giovedì 11 luglio 2013

Le legge per la legge non è il bene della Repubblica e della Nazione

Le legge per la legge non è il bene della Repubblica e della Nazione: qualche nota ancora sulla rielezione di Giorgio Napolitano e la distruzione delle intercettazioni con Nicola Mancino, più altre questioni attorno al problema dell'adesione acritica alla Legge e ai valori dominanti attuali (ossia: uno spettro si aggira per l'Italia)


"La France a compris que je n'étais sorti de la légalité que pour rentrer dans le droit"
(Napoleone III, 1852) [1]

Torniamo un po' indietro nel tempo, ossia alla rielezione di Giorgio Napolitano in aprile [si vedano anche gli interventi del 21 aprile 2013 e del 5 maggio 2013], così come alla distruzione delle intercettazioni tra lo stesso Napolitano e Nicola Mancino, riguardanti il coinvolgimento di quest'ultimo nelle trattative tra Stato italiano e mafia siciliana. Come capirete, tali questioni sono sintomatiche di un approccio alla legalità (e al diritto) che interessa ogni ambito della realtà che viviamo, compresi recenti gravi fatti di cronaca.

  • Le intercettazioni Mancino-Napolitano e Mancino-D'Ambrosio

Annotiamo subito un fatto, che probabilmente rammenterete: una volta rieletto Napolitano, Beppe Grillo urla al golpe, per poi fare una mezza marcia indietro parlando di "piccolo golpe", forse frenato anche da quanto il suo candidato presidente, Stefano Rodotà, ha subito affermato, ossia che la rielezione era legale.

Due giorni dopo la rielezione, ossia il 22 aprile, viene portata avanti, dal gip palermitano Riccardo Ricciardi, la distruzione delle intercettazioni con Nicola Mancino. Dalle voci emerse, o, meglio, dai sospetti circolanti, in quelle intercettazioni sembra che ci fosse la richiesta, da parte di Mancino, affinché Napolitano (in quanto Capo dello Stato e, di conseguenza, anche presidente del Consiglio Superiore della Magistratura) premesse contro la Procura di Palermo, frenandone le indagini sulla trattativa citata. Nell'estate del 2012, su Panorama era uscita una ricostruzione delle intercettazioni diversa, in cui si prospettava che Mancino e Napolitano avessero formulato giudizi poco lusinghieri su alcuni personaggi, tra cui Silvio Berlusconi e Antonio Di Pietro, per cui la rilevanza delle stesse intercettazioni avrebbe riguardato i rapporti tra ambiti istituzionali e politici, non la mafia, né questioni ancora più gravi. (ESCLUSIVO - Ecco il contenuto delle telefonate tra Napolitano e Mancino, Giovanni Fasanella, Panorama, 31 agosto 2012)

Tale ricostruzione, però, contrasta con altre intercettazioni, stavolta non distrutte ed anzi pubblicate, ossia quelle tra il solito Mancino e il magistrato Loris D'Ambrosio, consigliere di Napolitano. Le comunicazioni in questione avvengono verso dicembre 2011. La notizia delle stesse e delle relative intercettazioni esce a giugno 2012. Solo un mese dopo, Loris D'Ambrosio muore per infarto all'età di 65 anni.

Intercettazioni della conversazione tra Nicola Mancino e Loris D'Ambrosio (Il Fatto Quotidiano su Slideshare, giugno 2012)

La parabola esistenziale di D'Ambrosio è interessante, in quanto è stato uno dei collaboratori di Giovanni Falcone nella preparazione del 41-bis, il carcere duro per i mafiosi. Gli ultimi suoi giorni, invece, l'hanno visto, a vent'anni esatti dalla morte di Falcone e Borsellino, invischiato, pur non come protagonista principale, nei sospetti riguardanti politici rei di aver dissanguato il 41-bis e trattato con la mafia siciliana. Una parabola forse metafora della Seconda Repubblica (con una battuta su quest'ultima: si è passati dal 41-bis al Napolitano-bis).

Tornando alle intercettazioni Mancino-D'Ambrosio, ecco quanto riportava la stampa italiana allora:

[...] Il giorno dopo l'audizione in Procura, Mancino telefonò al magistrato Loris D'Ambrosio, uno dei più stimati consiglieri del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. E a lui affidò un drammatico sfogo, anche questo intercettato. Mancino dice di essere rimasto "un uomo solo ", e poi aggiunge che "quest'uomo solo va protetto". I magistrati ritengono che anche queste parole siano rilevanti ai fini dell'inchiesta: nella telefonata, Mancino paventa addirittura la possibilità che "l'uomo solo", se resta tale, potrebbe anche chiamare in causa "altre persone". Quindi, l'ex ministro chiede a D'Ambrosio di parlare dell'indagine di Palermo con il presidente Napolitano, perché intervenga sui magistrati che stanno indagando sulla trattativa. Mancino chiede soprattutto che venga "evitato il coinvolgimento di Scalfaro", l'ex presidente della Repubblica. Le intercettazioni raccontano ancora di Nicola Mancino che telefona insistentemente, anche a D'Ambrosio e al procuratore di Palermo Messineo, per tentare di evitare il confronto a cui i magistrati volevano sottoporlo, con Claudio Martelli. L'ex ministro della Giustizia aveva spiegato ai pm di aver chiesto conto e ragione a Mancino della trattativa del Ros con Vito Ciancimino. "Era l'estate '92", ha spiegato Martelli. Alla fine, il confronto fra i due ex ministri si è fatto, in Procura. Mancino ha negato con decisione quel colloquio, Martelli l'ha confermato. [...]
(Trattativa tra Stato e mafia da Mancino pressioni sul Quirinale, Salvo Palazzolo, La Repubblica, ed. di Palermo, 18 giugno 2012)

  • La loro Seconda Repubblica

Ci sono, quindi, alte cariche dello Stato che, in spregio allo Stato stesso e ai numerosi caduti nella guerra contro le organizzazioni criminali, avrebbero trattato con queste ultime, dopo i numerosi attentati nel periodo 1992-1993, comprese le stragi che sono costate la vita di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La trattativa venne portata avanti inizialmente proprio dalle cariche dello Stato (si veda, ad esempio, la sentenza sull'attentato a via dei Georgofili a Firenze, nel marzo 2012, in cui si conferma il loro "protagonismo": "Una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des. L'iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia"). Le organizzazioni criminali puntavano, sfruttando le bombe e gli accordi ricercati dalle cariche dello Stato, in particolare a ridimensionare il 41-bis.

Nel 1993-1994, il Governo Ciampi vede Nicola Mancino come ministro dell'Interno e Giovanni Conso come titolare di Grazia e Giustizia. Durante quel periodo, furono centinaia i provvedimenti di carcere duro che vennero affossati. Nel 2011, Conso ha tentato di assumersi la totale responsabilità di quegli atti, affermando che non ci fu alcuna trattativa tra istituzioni e cosche mafiose, ossia che si trattò di una sua iniziativa personale (?!).

Ora, dato questo quadro generale, e nonostante che la magistratura palermitana abbia negato che le intercettazioni tra Mancino e Napolitano abbiano/avessero rilevanza penale, la sensazione non è delle più positive. Ricapitoliamo: Mancino, nelle intercettazioni, parla con Napolitano e con D'Ambrosio. Le prime intercettazioni vengono distrutte dopo pronunciamento della Corte Costituzionale, senza che possano essere ascoltate/visionate dalla società civile. Per quanto riguarda le seconde, in esse Mancino chiede aiuto per sé e chiede che non venga coinvolto Oscar Luigi Scalfaro. Mancino chiede che si interessino alla questione il procuratore palermitano Francesco Messineo e il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. Messineo, nel corso delle telefonate, verrà comunque considerato inutile rispetto ai problemi posti da Mancino.

Un mese dopo, Scalfaro muore. Sette mesi dopo (appunto, un mese dopo la pubblicazione sui giornali) D'Ambrosio muore. L'anno successivo, Napolitano è il primo presidente della Repubblica rieletto, Pietro Grasso diventa Presidente del Senato, mentre Francesco Messineo subisce procedimento disciplinare, con la motivazione di essere troppo dipendente dal procuratore Antonio Ingroia (e sulla rivalità esistente storicamente tra la corrente, diciamo così, del procuratore Pietro Grasso e quella, ora perdente, di Ingroia preferiamo passare oltre). Mancino, invece, rimane indagato.

  • L'adeguarsi di Stefano Rodotà al Napolitano-bis e il pronunciamento della Corte Costituzionale sulle intercettazioni

Torniamo a Stefano Rodotà, il quale, pur essendo stato il candidato designato dal Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, immediatamente accetta la rielezione di Napolitano [Stefano Rodotà alla "Repubblica delle idee" sul tema di bioetica "Il governo della nostra vita", Bari, 20 aprile 2013], affermando, addirittura, la legittimità della stessa. Ora, legittimità è qualcosa di più che non legalità. Legalità, nel caso in questione, riguarderebbe l'incostituzionalità della rielezione, ma, pur molti facendo rilevare una certa non opportunità della stessa, rispetto alla storia politica repubblicana e alla prassi, non sembra esistere alcunché, nel quadro costituzionale e normativo nazionale, che impedisca una simile eventualità. Di fatto, una rielezione è possibile. Quindi è legale. Ma è anche legittima?

Il punto è questo. La guida di una nazione e di uno Stato deve essere autorevole, perché sia anche legittima. Altrimenti, si dà solo legalità e autorità, non riconoscimento condiviso popolarmente. Il presidente Napolitano è autorevole? Da ciò ne deriverebbe la sua legittimità. Lo possiamo considerare autorevole, quindi legittimato, dato quanto avvenuto riguardantelo? La doppietta intercettazioni-Governo Letta è micidiale in tal senso, in quanto mostra un distacco mostruoso delle istituzioni tutte (e della presidenza Napolitano in particolare) rispetto al Paese. Distacco solo parzialmente attutito (perché mascherato) dalla lentezza ideologico-organizzativa dell'unica (apparente) opposizione percentualmente rilevante esistente. Il fatto che il Movimento di Grillo non abbia posto simili problemi nelle calde giornate di aprile la dice lunga sullo stesso movimento, ben più che i problemi che lo riguardano riportati quasi ogni settimana su stampa e tv. Altrettanto, il distacco è ugualmente attutito dalla non-mediaticità dell'astensione dal voto. Percentuali sempre più ampie di cittadini, alle elezioni politiche e, soprattutto, alle amministrative, disertano le urne. Non essendo però voci abbastanza organizzate né potenti da imporsi sui mezzi di comunicazione, tale diserzione rimane solo un fatto statistico e di momentanea cronaca elettoralistica (indipendentemente da quello che potrebbe agitarsi dietro essa).

Nei mesi successivi, che separano la rielezione di Napolitano e l'oggi, Grillo e molti dei suoi sembrano essersi stancati di Rodotà, quando avrebbero dovuto immediamente reagire alla sua legittimazione nei confronti del rieletto. E l'avrebbero dovuto fare considerando tutte le questioni citate, di modo da colpire, almeno idealmente, la struttura del potere vigente.

Pensiamo a quanto detto dalla Corte Costituzionale, riguardo le intercettazioni al presidente della Repubblica, le quali non possono essere ammesse proprio in ragione di quanto presente nella stessa Costituzione. Il presidente della Repubblica non è intercettabile e non è riferibile, tanto meno divulgabile quanto eventualmente emerso, pena il colpire le prerogative della figura istituzionale in questione.

L'art. 90 della Costituzione dice, infatti:

Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione.

In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri.

Capirete bene che, se, come ricorda la Corte Costituzionale, nessuna magistratura può valutare penalmente eventuali intercettazioni, perché comunque non riconosciute valide e subito distruggibili, siamo di fronte ad un vicolo cieco. (Trattativa, la Consulta: “Presidente mai intercettabile, per nessun reato”, Giovanna Trinchella, Il Fatto Quotidiano, 15 gennaio 2013)

Se è la maggioranza assoluta dei parlamentari, in seduta comune, a dover portare avanti delle accuse, ma una parte degli elementi di indagine non sono minimamente utilizzabili perché formalmente lesivi della carica istituzionale presidenziale e se, in più, quello stesso Parlamento è composto per lo più da esponenti dello stesso mondo di interessi, mancante una opposizione degna di questo nome, allora siamo di fronte ad un cane che si morde la coda.

Secondo l'art. 134, comma III, della Costituzione:

La Corte costituzionale giudica:

[...] sulle accuse promosse contro il Presidente della Repubblica, a norma della Costituzione.

Se il presidente è accusabile solo per alto tradimento o attentato alla Costituzione e se è solo la Corte Costituzionale a decidere se agire contro il presidente, ma se non è possibile, nella società civile, valutare la rilevanza di eventuali intercettazioni rispetto ad una eventuale accusa di altro tradimento, allora tale possibilità è semplicemente fasulla. Si deve accettare quanto deciso dalla Consulta, in maniera fideistica. Nella questione di una eventuale trattativa tra Stato e mafia, è possibile che emergano elementi per un sospetto di tradimento nei confronti dello Stato italiano. Il fare gli interessi delle organizzazioni criminali dovrebbe essere paragonato a quello nei confronti di nazioni estere (e nemiche). Non sappiamo e non ci pare che ciò avvenga, ma la questione dovrebbe essere posta così, non trattandosi di semplici interessi personali, per quanto delittuosi.

Non stiamo dicendo che nelle intercettazioni ci sarebbe o no potuto essere qualcosa di rilevante, ma che la questione, col distruggere quelle, viene comunque coperta da una ombra. Se la Corte Costituzionale ha motivato, come detto, con la tutela istituzionale, alcuni (evidentemente non sufficientemente numerosi) commentatori e cittadini hanno affermato che non si "nasconde" ciò che è innocuo o innocente. Quindi, la rielezione di Napolitano nasce macchiata da questa ombra, forse non più eliminabile. Data tale ombra e dato quanto detto in precedenza, la rielezione di Napolitano nasce senza una autorevolezza condivisa. Conseguentemente, senza legittimità. Manca solo il (contro)potere che lo affermi a gran voce.

  • Assenza di legittimità e normativismo astratto

Certo, se non esiste un movimento d'opinione di forte impatto, allora vince il formalismo costituzionale e la fredda legalità. Nel caso delle intercettazioni con Napolitano, la Corte Costituzionale ha preferito quanto citato, piuttosto che valutare l'impatto delle stesse o anche solo l'impatto di sospetti ruotanti attorno alle stesse, che, in una nazione come l'Italia, divisa territorialmente, e sotto molti altri aspetti, dalla guerra contro le mafie e la corruzione endemica, producono fratture e risentimenti (per inciso: Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, e i legali di Massimo Ciancimino, figlio di Vito, hanno provato, inascoltati, ognuno per ragioni di propria difesa in diversi procedimenti penali, ad impedire la distruzione delle intercettazioni).

Non si è tenuto in debito conto quanto "sentito" a livello pubblicistico, mediatico, popolare sulla questione dei rapporti tra Stato e mafia. Si è aggiunto, perciò, un nuovo capitolo, tra l'altro non sfruttato minimamente polemicamente dalla nuova pseudo-opposizione di Beppe Grillo, alla lunga storia dei timori della connivenza tra apparati statali e crimine organizzato.

Citiamo da Carl Schmitt:

[...] il pensiero normativistico, quanto più è puro, tanto più conduce ad una frattura sempre più drastica fra norma e realtà, fra dovere ed essere [...] il disordine della situazione concreta non interessa il normativista, che appunto è interessato solo alla norma. Ma allora, il comportamento concreto non può mai essere, dal punto di vista normativistico, disordine in contrapposizione all'ordine. Normativa è l'attuazione della disposizione legale, cioè ad esempio il fatto che l'assassino venga condannato a morte in applicazione della legge penale vigente; la violazione invece non è disordine, ma semplice "fattispecie". [...]
("I tre tipi di pensiero giuridico", 1934)

Ed ancora, dallo stesso testo:

[...] Il violatore non viola quindi la pace o l'ordinamento, non viola assolutamente la norma generale in quanto regola, e dal punto di vista "strettamente giuridico" egli non viola proprio nulla. Solo la pace concreta e un ordinamento concreto possono essere violati: solo partendo da un pensiero orientato in questa direzione si può cogliere il concetto di violazione. La norma e la regola astratta invece continuano tranquillamente ad aver vigore, immutabilmente, nonostante la "violazione" [...]

Ciò significa che il formalismo arriva a non rispettare il diritto, piuttosto che il contrario. La legge formalmente rispettata non indica necessariamente la vittoria del diritto, perché affinché avvenga questo bisogna che esista una società concretamente data, ossia di cui vengono riconosciuti i bisogni, l'identità e i princìpi. Tale riconoscimento dovrebbe essere prima di tutto portato avanti da legislatori e governanti e giudici. Non è, invece, quanto avvenuto con le intercettazioni di Napolitano.

Facciamo un esempio in altro ambito: ricordate quanto miseramente affermò Laura Boldrini dopo la strage di Milano dell'11 maggio scorso? [13 maggio 2013] Secondo l'attuale presidente della Camera, la strage del ghanese "Madman" Kabobo andava valutata "per il reato commesso" e non per "la condizione di chi l'aveva commesso". La qual cosa se, da un lato, poteva anche smussare certo vittimismo allogeno (ma solo se preso alla lettera. Ma ben conosciamo la Boldrini...), dall'altro negava il problema del caos immigratorio, dell'assenza di limiti e di una idea di società propriamente ordinata e rispettosa dei cittadini, in primis autoctoni. In pratica nega(va) la natura della tragica realtà odierna, dietro un ipocrita e astratto normativismo.

Citando ancora Carl Schmitt, da altro volume (come nelle citazioni che seguiranno):


[...] Max Weber afferma: "La burocrazia è il nostro destino", noi dobbiamo aggiungere: la legalità è il modo di funzionamento di questa burocrazia. [...] Il positivismo giuridico non significa altro che la trasformazione del diritto in un insieme di ordini. [...] Dal punto di vista sociologico essa costituisce una parte dello sviluppo dell'epoca tecnico-industriale. Dal punto di vista storico-filosofico essa rientra nella trasformazione del pensiero rivolto alla sostanza in pensiero rivolto alla funzione: una trasformazione che, fino a poco tempo fa, ci è stata decantata come un grande progresso scientifico e culturale. Il quadro tremendo che deriva da un'incessante funzionalizzazione dell'umanità [...]
("Il problema della legalità", 1950-58)

Ed ancora:

[...] Alla trasformazione del diritto in legalità fece immediatamente seguito la trasformazione della legalità in un'arma della guerra civile. [...]

[...] Padre Laberthonnière va, nella sua critica, assai lontano: "La massima: è la legge, non si distingue affatto nella sostanza dalla massima: è la guerra". [...] [2]

[...] Per il progresso rivoluzionario la legalità era un'espressione della razionalità ed una forma storicamente più elevata della legittimità. [...] "la legge, il governo dell'uomo da parte dell'uomo. Basta padri!" [...] La legalità diventa l'arma avvelenata con la quale si colpisce alle spalle l'avversario politico. In un romanzo di Bertold Brecht alla fine il capo dei gangsters comanda ai suoi seguaci: il lavoro deve essere legale. La legalità finisce qui come parola d'ordine di un gangster. Essa aveva cominciato come ambasciatrice della divinità della ragione. [...]

  • Funzionalizzazione della realtà e spossessamento

Il vivere contemporaneo è composto da differenti fenomeni: la frammentazione "atomica" della società, in cui sembrano esistere solo gli astratti diritti degli astratti cosiddetti "esseri umani"; la funzionalizzazione dell'esistenza sino all'estremo, ossia della vita stessa; l'astrattezza normativa, che cresce funzionalmente ai due punti precedenti, divenendo il campo aperto per qualunque avventura sociale, culturale e individualistica; il meccanismo giuridico, appunto, come maschera per portare avanti tutto e il contrario di tutto, compreso il poter "colpire alle spalle l'avversario politico".

Una rapinatore è un rapinatore. Un commerciante che uccide un rapinatore è un assassino. Un pensionato che ruba al supermercato è un ladro. Un evasore fiscale è un evasore fiscale (ed un parassita, secondo la pubblicità televisiva commissionata dall'ultimo Governo Berlusconi nel 2011. Il che è tutto dire). Non esistono distinguo, se non limitatamente (e spesso contradditoriamente), che rendano conto dei presupposti delle azioni giudicate. Esistono, è vero, le attenuanti o le aggravanti, ma sono attenuanti e aggravanti giuridiche (artt. 62, 62bis e 61 del Codice Penale), non sociali e storiche. Si giudicano gli individui, non gli italiani viventi nell'anno x nelle condizioni y nella società z.

Dato questo, si è inevitabilmente spossessati della propria terra, ossia della terra, perché l'individuo astratto non ha confini suoi propri e, perciò, neanche terreno cui poggiarsi. Detto altrimenti, si è spossessati della realtà. Chi si stupisce o indigna dei diritti dei lavoratori che evaporano, che ha fatto, ad esempio, quando il lavoro emigrava (30 o 20 o 10 anni fa) per delocalizzazione in Asia? Cioè: se si toglie la terra da sotto ai piedi di qualcuno, questo qualcuno cade (c'è sempre un al di sotto), forse anche rovinosamente. E il non aver pensato a ciò che dovrebbe stupire. Chi si stupisce per il lavoro che si degrada, che ha fatto quando (30 o 20 o 10 anni fa) si è iniziato a rilocalizzare l'Asia e l'Africa qua da noi? Cioè: se quel poco di terra che rimane diventa più piccola, chi la divide non può avere libertà di movimento o altra libertà [3]. E anche il non aver pensato a questo che dovrebbe stupire.

Tutti questi ambiti citati appartengono ad un unico fenomeno di spossessamento, dovuto alla funzionalizzazione della realtà. "La realtà è funzione di qualcosa": questo dice il processo in corso nel suo complesso. Non esistono le realtà sociali, culturali, etniche, così come non esistono gli uomini e le donne che ne fanno parte, ma gli individui come soggetti in gioco nel dispiegarsi delle funzioni e delle leggi, dove "funzione" indica un certo meccanismo posto per un dato scopo, mentre "legge" indica le direttive che permettono al meccanismo di produrre il risultato cercato.

Ora, tutto questo vede (non incidentalmente) una piccola minoranza di persone gestire meccanismi e leggi e una grande maggioranza essere gestita e giudicata. C'è chi crederà che ciò sia "lotta di classe", ma la funzionalizzazione della realtà non è la vecchia sperequazione, così come non è la vecchia accumulazione. Funzionalizzazione della realtà significa, come detto, che questa è decisa. Ciò che vivono sempre più pervasivamente gli italiani, e gli occidentali in genere, è questa decisione e questo meccanismo decisionale. Chiamatelo pure totalitarismo.

  • I diritti: la diritta via è smarrita...

Ora, si può pure, in maniera "classista", sottolineare il "sopra" e il "sotto" di questo decidere, ma come si pensa di opporsi ad esso? Cioè, su quali princìpi basare la propria opposizione alla pervasività della funzionalizzazione, se sono proprio l'individuo e i suoi diritti alcune delle componenti del meccanismo? Prendete la rielezione di Napolitano: per la gran parte, chi era contrario ha "partiticamente" sventolato il proprio candidato preferito (magari poi, scompostamente, pentendosene). Nessuno che sia andato alla questione del perchè quella classe politica parassitaria abbia prodotto quella rielezione, tra l'altro con lo spettro della distruzione delle intercettazioni, evocato dalla Corte Costituzionale e poi materializzatosi pochi giorni dopo. Si sarebbe dovuto colpire mediaticamente tutto quell'intreccio di partiti governativi, di finta opposizione e di istituzioni.

Ma il feticcio della libertà partitico-elettoralistica è più importante di tutto per troppi. La funzionalizzazione della realtà, che è il risultato finale di diversi e convergenti processi sociali e culturali, alla fine viene vissuta come una medicina per malatti d'ansia. La costruzione artificiosa della realtà, come prodotto di decisioni pseudo-razionali valide per chiunque e in qualunque ambito, suona per molti rassicurante. E', anche se non esplicitamente o coscientemente, la promessa della fine della Storia, ossia di qualunque conflitto immaginabile e temuto.

E' anche questa la ragione per cui i diritti allargati alla fine bastano rispetto ai vecchi diritti, del lavoro o civili ad esempio. E nei casi in cui ciò non avvenga, ossia dove i vecchi diritti comunque vengano ugualmente rivendicati, tale rivendicazione deve ormai "stringersi" per lasciare spazio anche a quelli allargati, altrimenti non esisterebbero più diritti in assoluto. La rivendicazione come adesione inconfessata.

Per quale ragione multinazionali, quotidiani progressisti o liberali, politici democratici o anche repubblicani statunitensi, politici di "sinistra" o di "destra" italiani ed europei, ecc., concordano, e da un paio di anni a questa parte in maniera più convinta (crisi economica o no), perché i diritti si allarghino sempre più? Avete sentito voi pari impegno per i vecchi diritti? Ma, soprattutto, avete voi notato e dubitato e frenato tale stato di cose? Avete detto, forse: "Ehi! Calma, ma il lavoro?! Ehi, un attimo, ma prima di cittadinanze agli stranieri o adozioni per omosessuali, che mi dite della delocalizzazione o della dismissione, in molte pseudo-democrazie occidentali, della libertà di parola e di ricerca?".

Alla fine, la funzionalizzazione della realtà è un pasto completo imposto come tale. Non si può saltare una portata, pena il temere la futura penuria di cibo (in una pubblicità pro-ONG o simili, si andava oltre, dato che si affermava che nessuno può mangiare, se a tavola non ci sono tutti...). Proprio per questo si accetta qualunque cosa. Come dite, non è così? Ci sono Occupy Wall Street, gli indignados, ecc.? Certo, ma da quali princìpi partono? Il generico lavoro non è dire "riportate le nostre aziende nelle nostre terre tra i nostri lavoratori". I diritti non sono "voi siete espressione del nostro popolo, i cui avi e i nostri padri hanno lottato affinché... ecc.".

Si citano costituzioni e lotte per la libertà, ma lo si fa genericamente, anche per problemi e questioni non presenti, né forse immaginate né desiderate nel farsi di quelle. Credete che i garibaldini lottassero per Kashetu Kyenge o per Vladimir Luxuria? Altri tempi? Altri tempi non vuol dire molto. Vorrete dire, semmai, altri princìpi (o valori, se preferite). Ma, appunto, altri princìpi. Siamo onesti! Chi blattera di diritti individuali non parla per la Costituzione o per la Nazione, ma perché aderisce più o meno volutamente alla funzionalizzazione della realtà.

Non esistono i "diritti". Esistono invece i diritti dei popoli e degli uomini e delle donne che ne fanno parte, così come esistono i rapporti tra i popoli, volti possibilmente i primi al benessere dei propri cittadini, nell'ottica del benessere complessivo della nazione, e i secondi volti al reciproco rispetto tra aree etno-culturali, nazioni e Stati differenti. Se non si parte dal rispetto e dalla tutela del naturale processo generazionale del proprio popolo, della tutela del lavoro del proprio popolo, della chiarezza nei rapporti tra governanti e cittadini, dei princìpi fondanti lo Stato nei confronti del benessere generale e dell'identità del proprio popolo, ecc., allora ogni altra considerazione su generici diritti è fuorviante, così come è fuorviante l'adesione formale alle leggi (magari sviluppate su quei generici diritti).

  • I politici muoiono nel loro letto, i cittadini sulla dura terra: lo spettro della guerra civile

Una volta tolta la terra da sotto i piedi dei cittadini, rimane solo una dura e fredda superficie. Ed è su questa dura e fredda superficie che sono morti la gran parte degli uccisi dalla mafia (persino uno come Giovanni Falcone, osteggiato mediaticamente sino a poche settimane dalla morte, per poi divenire santino subito dopo). E' sempre su questa dura e fredda superficie che stanno morendo molti italiani, vittime della crisi economica attuale, ossia di quella guerra economica condotta dalla finanza internazionale e da certi ambienti politici europeisti contro alcune nazioni. Ecc.

In contrasto a ciò, a simbolo della drammatica frattura esistente nella nostra Nazione, i politici muoiono nel loro letto, confortati dai propri cari: Francesco Cossiga, Giulio Andreotti, Oscar Luigi Scalfaro, Tommaso Padoa-Schioppa...

Solo in quella promessa di guerra civile, condotta da bande criminali opposte, ossia Mani Pulite, si è visto qualcosa d'altro, ma, ovviamente, non a godimento del popolo italiano, se non per alcuni ingenui. In ciò si è visto anche l'uso del formalismo della Legge come arma contro il nemico, con gli italiani tifosi del formalismo e non del bene comune. Ancora oggi, molti, forse la maggioranza dei nostri concittadini è ancora convinta che negli ultimi vent'anni il problema sia stato solo Silvio Berlusconi o Romano Prodi, senza riflettere su cosa abbia significato complessivamente l'alternarsi di centro-sinistra e centro-destra, dopo il disfacimento della comunque molto imperfetta Prima Repubblica.

In questi giorni, Beppe Grillo ha affermato che gli italiani "hanno voglia di sparare" e che solo qualcosa come il suo movimento è capace di frenare tale eventualità. Questa eventualità si è in realtà già avuta ad aprile, come battesimo dell'inconcludente Governo Letta [5 maggio 2013]. Episodio senza sviluppi ulteriori, che ha comunque fatto sobbalzare i governanti per qualche breve istante. Da allora, gli italiani hanno avuto come risultato il solito ritornello dell'Italia che "ha riacquistato la fiducia internazionale" (ma due giorni fa si è beccata però un downgrade da BBB+ a BBB da parte di Standard & Poor's).

Vorrà dire che i nostri concittadini sfameranno i loro figli con la "fiducia internazionale" e i gol di qualche mario-balotelli, utile anche per ringiovanire l'età media italiana. Questo, ovviamente, finché non ci si ricorderà di essere i discendenti di Scipione, Cesare, Macchiavelli, del piccolo Balilla, Mazzini, Garibaldi, Mattei, ecc., ecc. Dopo di che, tutto sarà ovviamente, naturalmente, finalmente possibile.

P.S.: i diritti allargati vengono dopo, molto dopo. E se è il caso che vengano...

  • NOTE

[1] La citazione non vuole dare un giudizio sulla figura storica di Carlo Luigi Napoleone Bonaparte. Tale citazione è presente negli scritti di Schmitt ed è adeguata rispetto al tema trattato.

[2] Padre Lucien Laberthonnière era vicino al modernismo cristiano. In quanto tale non particolarmente interessante nel complesso della sua opera, anche per quella sua diffidenza nei confronti del mondo greco antico e della sua filosofia. Ma Schmitt lo cita, opportunamente, perché, nella polemica del francese contro il sentire logico e impersonale della filosofia antica, produsse considerazioni utili rispetto alla questione della legalità impersonale e astratta, dell'adesione formale alle leggi, del normativismo.

[3] La libertà di immigrare degli stranieri lede la libertà degli autoctoni? Per quanto attiene all'immigrazione di massa, la risposta è sì. La libertà dei primi e la libertà lesa dei secondi sono collegate. Sulle responsabilità, poi, se ne può discutere.

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