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domenica 23 giugno 2013

Calciatori e calcio

Calciatori e calcio: Georgos Katidis (e una nostra lettera al Novara Calcio), Fabrizio Miccoli e la globalizzazione secondo Joseph Blatter


Il calcio è un gioco divertente, capace di appassionare con facilità popoli interi. Le sue caratteristiche (semplicità e gioco di squadra) ne fanno il soggetto ideale per divenire spettacolo globale, che trascende i confini. E' per questa ragione, soprattutto nel caso delle grosse squadre delle serie maggiori e delle nazionali, che viene utilizzato per "contrabbandare" la società multietnica, i prodotti (in senso lato) delle multinazionali e della globalizzazione.

  • Georgos Katidis e i veleni di Vittorio Pavoncello del Maccabi (+ una nostra lettera al Novara Calcio)

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Conoscete tutti, immaginiamo, il caso del calciatore Georgos Katidis dell'AEK Atene, allontanato dal campionato greco per un saluto romano. Avrete forse anche sentito parlare dell'interessamento del Novara Calcio per il giocatore, motivato secondo la giusta idea che una seconda possibilità bisogna darla a chiunque (tanto più, aggiungiamo noi, che si è trattato di un semplice saluto, non di chissà quale episodio di violenza o che). (Il pensiero del Patron sulla probabile operazione di mercato Katidis, presidente Massimo De Salvo, Novara Calcio, 20 giugno 2013)

A tale proposito della società novarese, ha reagito, in maniera ultra-ideologica, Vittorio Pavoncello [1] [foto sopra], presidente del Maccabi, associazione sportiva ebraica, e firma del sito di finta controinformazione Huffington Post, affermando sia che una seconda possibilità a Katidis non bisognerebbe affatto darla, sia che produrrebbe emulazione. (Caso Katidis, il Maccabi scrive al patron del Novara: «Non merita una seconda chance», Il Messaggero, 22 giugno 2013) (Novara: Pavoncello, un Katidis non serve, RaiSport, 20 giugno 2013)

In conseguenza di ciò, abbiamo inviato una email al Novara Calcio:

Spettabile società sportiva Novara Calcio,

sono l'autore di un blog identitario italiano ed europeo, che si occupa di questioni attinenti alla libertà e al rispetto, appunto, dell'identità etno-culturale dei popoli europei, in primo luogo italiano. Ho seguito, in questi giorni, la polemica sul vostro proposito di tesserare il calciatore greco Georgos Katidis, espulso dal suo campionato in funzione di un semplice saluto romano. Non nasconderò che simili saluti non mi colpiscono particolarmente, per quanto io non sia fascista o "nazista", nè, per altro verso, comunista o ebreo, ma trovo difficile non indignarmi per alcuni risvolti della questione.

Ho letto la dichiarazione del presidente Massimo De Salvo del 20 giugno scorso, in cui stigmatizzava le scelte passate di Katidis, esprimendo una posizione chiara, sua e della società stessa, rispetto alle ideologie fascista o "nazista" e all'attuale racconto storico della Seconda Guerra Mondiale. E' evidente, anche, che tale posizione è assolutamente in linea con l'intenzione di dare una seconda possibilità al calciatore greco, senza portare avanti "condanne a vita".

Eppure, da quanto riportano le agenzie di stampa, Vittorio Pavoncello, dell'associazione sportiva ebraica Maccabi, ha subito reagito alla vostra decisione, affermando sia che nessuna seconda possibilità bisognerebbe dare al giocatore, sia che rischierebbe un effetto emulazione. Di quale emulazione parli Pavoncello non si sa. Certo è che punire a vita un giovane sportivo, per un saluto, è ridicolo.

Sembra che in Europa, altri casi simili, per semplici saluti o semplici tatuaggi, già vi siano stati. In tutti questi casi, non è esistita la minima intenzione di capire il perché questi individui abbiano fatto certe scelte, se di scelte ponderate si sia trattato e non di una sorta di "moda". I casi sono divenuti, perciò, motivo di sola colpevolizzazione. Da questo punto di vista, questi soggetti sono spariti, in quanto persone, per essere solo oggetti di etichettatura. Che cosa ci sia di maturo e serio in simili etichettature lo sanno solo i cacciatori di streghe moderni. Qualcuno si è forse chiesto perché Katidis abbia salutato romanamente? Qualcuno che se lo sia chiesto realmente?

Nel momento in cui Katidis ha salutato romanamente è divenuto, ipso facto, "nazista" e solo come tale lo si è visto e dipinto. Ciò ha senso? Ovviamente no. Anche meno ha la stigmatizzazione a vita che certuni, come Pavoncello, vorrebbero portare avanti. Stigmatizzazione a vita che è molto poco educativa. Perciò, mi auguro che la società Novara Calcio non desista dal proposito di concedere una possibilità a Katidis, evitando l'ideologizzazione totale dell'esistente che alcuni desiderano, per permettere che certi episodi vengano visti secondo il loro reale peso.

Augurandovi un buon lavoro, vi saluto,

Lif del blog
http://euroholocaust.blogspot.it/ [2]

Quanto espresso nella lettera, lo integriamo affermando che la stigmatizzazione dei vari Pavoncello (ma ci risulta anche una interrogazione parlamentare del PD) è frutto, come già accennato, di una visione ideologizzata dell'esistente. Il diverso atteggiamento del Novara Calcio e di Pavoncello esprime, nel secondo caso, la visione della vita in cui non esistono le persone o i popoli, ma schemi ideali, al di fuori dei quali esiste solo la demonizzazione; nel primo caso, invece, c'è la normale dinamica della vita, intesa come possibile contraddizione e, per ciò stesso, necessitante tolleranza.

In quanto identitari, partiamo dal presupposto che persone e popoli abbiano più importanza che non gli interessi ideologizzati del dirittumanismo europoide e del democraticismo (ormai sempre più lobbistico e all'americana), i quali vedono la vita solo come schematizzazione per aree contrapposte, appunto per interessi, e non per identità etno-culturali e per princìpi. Da ciò, ne deriva che per i primi un Katidis è un criminale a vita (se non peggio) per un semplice saluto. Per noi, un Katidis è un individuo che ha mandato un messaggio (peraltro non violento) da decifrare, secondo la situazione sociale e storica da lui vissuta.

Ora, quale dei due presupposti finiranno per valere in questa vicenda e per quali ragioni?

  • Fabrizio Miccoli e il fango su Giovanni Falcone

In questi giorni, un altro calciatore è nell'occhio del ciclone. Si tratta dell'ex-capitano del Palermo, Fabrizio Miccoli, che da intercettazioni risulterebbe sia vicino ad ambienti della criminalità organizzata (con tanto di scambio di favori), sia ideologicamente ad esso affine, tanto da arrivare ad insultare la memoria di Giovanni Falcone. Perché ci interessiamo a questa vicenda? Ci arriviamo subito...

Secondo quanto riporta la stampa, la voce della vicinanza di Miccoli a certi ambienti mafiosi circolava già da parecchio. (Estorsione, Miccoli finisce nella bufera. E nelle intercettazioni insulti a Falcone, La Stampa, 22 giugno 2013) Quello che ci incuriosisce un po' è la tempistica: se si era a conoscenza da parecchio di simili frequentazioni, come mai solo ora esplode il caso?

Perché il punto è che, da alcune settimane, il Palermo è retrocesso in Serie B e Miccoli, da allora, non ha più un contratto. Viene il sospetto che, finché c'era il giocattolino calcistico, tutti zitti. Rotto il giocattolo, si possono svelare gli altarini. E poco importa che il tutto sia frutto di una indagine della magistratura.

Ora, fatte il confronto con il caso Katidis: lì è bastato un semplice saluto romano per l'immediata demonizzazione a vita, anche oltre i confini greci. Qua, invece, si è atteso...

P.S.: ma, a proposito, che fine ha fatto quella vicenda di Mario Balotelli a Scampia?

  • Joseph Blatter: "Il calcio conta più dei vostri problemi"

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Nei giorni scorsi, il presidente della FIFA, Joseph Blatter [foto sopra], ha denigrato i rivoltosi brasiliani, che da giorni ormai protestano, anche violentemente, contro la sceneggiata dispendiosa dei Mondiali di calcio, affermando che il calcio conta più dei problemi della gente comune. (Blatter sfida gli indignados brasiliani: “Il calcio conta più dei vostri problemi”, La Stampa, 19 giugno 2013)

E' evidente a chiunque la posta in gioco: da un lato, la realtà delle persone comuni; dall'altra, il circo globalizzato. Le parole di Blatter non fanno che rimarcare questa contrapposizione epocale, con quel pizzico di disprezzo non dissimulato, trattandosi del punto di vista di un agente della globalizzazione, ossia di una forma di totalitarismo.

Nulla contano le ragioni dei rivoltosi, né il fatto che il 75% dei brasiliani appoggi le rivolte. (Perché in Brasile si protesta contro la Coppa del Mondo, Marina Amaral, Apublica via Comedonchisciotte, 19 giugno 2013) (Brasile: 75% brasiliani per proteste, ANSA, 23 giugno 2013)

Quando la macchina globalizzata si mette in moto, non è previsto l'uso del freno o della retromarcia. Ora, anche se, immaginiamo, molti non vorranno ammetterlo, quanto detto da Blatter sulle rivolte in Brasile vale anche nella questione dei malumori di alcune parti di tifoseria in Europa, rispetto alla presenza di non europei nelle squadre di calcio.

Nel mese di maggio, proprio Blatter ha prospettato nuove norme mondiali relativamente al tema del cosiddetto "razzismo", con sanzioni più gravi, sia che chi è riconosciuto colpevole sia tifoso o calciatore. Ovviamente, trattandosi del processo totalitario della globalizzazione, nessuno ha ipotizzato un freno al mercato globale, in modo da sostenere i vivai nazionali (comunque problematici in Europa, dato il fenomeno dell'immigrazione di massa).

Perciò, un tifoso o tifa a scatola chiusa o non tifa. O tifa indipendentemente da chiunque venga caricato in squadra oppure non è gradito. L'opzione "etnica" non è prevista ed è reputata razzista. Eventuali malumori, se non silenziosi, sono altrettanto considerati razzisti.

Come dicevamo, anche se alcuni non vorranno essere d'accordo, il meccanismo è lo stesso: libertà identitaria e libertà dei popoli sono concetti più vicini di quanto si voglia ammettere e, perciò, altrettanto invisi ai globalizzatori. "Il calcio conta più di voi". "La globalizzazione conta più delle vostre identità". Per chi è così idiota da bersela, ovviamente.

  • NOTE

[1] Vittorio Pavoncello fa parte anche del cosiddetto "europarlamento ebraico". Curiosa istituzione continentale, la cui utilità ci sfugge. Ma l'Unione Europea non era l'unione di tutti, ecc., ecc.?
[2] Qualora ci sia una qualche reazione da parte della società Novara Calcio alla nostra lettera, naturalmente vi informeremo.

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