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domenica 21 aprile 2013

Ro-do-tà! Ro-do-tà! Ro-do-co-li!

Ro-do-tà! Ro-do-tà! Ro-do-co-li! Qualche appunto su Stefano Rodotà, i diritti e "l'uomo che verrà" (+ premessa su Giorgio Napolitano)


Alla fine è andata nel peggiore dei modi: la gran parte delle forze politiche, compreso il PDL, che lo criticava sino al giorno prima, hanno votato per una clamorosa rielezione, alla presidenza della Repubblica, di Giorgio Napolitano (Napolitano G. - Napolitano G. - Napolitano G. il ritornello nell'aula della Camera...). Un altrettanto clamoroso teatrino, in cui nemici dichiarati si sono accordati su quel nome in nome del non tentare altre strade. Gli antichi cinesi e la saggezza tradizionale di ogni luogo affermano che non bisogna rischiare la strada vecchia per la nuova. Vale anche rispetto ai mali, piccoli o grandi che siano? Possibile che non ci fosse altro e altri? Perché, data la crisi economica e come maniera per scuotere lo Stato e la società, non pensare a qualche grande imprenditore? Perché non pensare a Leonardo Del Vecchio di Luxottica o al designer Giorgietto Giugiaro, oppure qualcuno più giovane, come Mario Moretti Polegato di Geox o Marco Boglione di Kappa-KWay-Superga? Tanto per fare qualche nome e altri se ne potrebbero fare. Ma il punto è, perché non utilizzare l'attuale natura presidenziale repubblicana come forma di rappresentanza dell'Italia, specie nella sua natura creativa e imprenditoriale, piuttosto che i soliti circoli politico-professorali?

Nota: tre giorni fa, sarà un caso (ma, come sapete, da queste parti non crediamo al caso), la Corte di Cassazione ha confermato che le intercettazioni tra Napolitano e Nicola Mancino, riguardo la trattativa Stato-mafia, vanno distrutte e il tutto andrà fatto subito. (Trattativa, Cassazione: “Distruggere le intercettazioni Mancino-Napolitano”, Il Fatto Quotidiano, 18 aprile 2013)

Ma il peggiore dei modi riguarda anche chi non si è espresso pro-Napolitano, anzi contestando tale scelta con grande forza. Pensiamo a SEL di Nichi Vendola, oscillante, sul nome del candidato, tra accordi con il Partito Democratico e opposizioni dure con lo stesso, oppure al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Per quest'ultimo, le poche migliaia di votanti (48.000 circa), alle loro cosiddette "quirinarie" (e dopo l'annullamento delle prime votazioni per supposti attacchi hacker), dovrebbero essere espressione popolare. Grillo più i comunisti rappresentano circa un quarto dei votanti in Italia, se stiamo alle politiche di febbraio. E' perciò abbastanza curioso che il loro candidato, Stefano Rodotà, possa essere l'espressione della volontà degli italiani.

Tanto più che, guarda caso (sempre il caso...), è altrettanto curioso che tutti i giornalisti appartenenti ai fogli di Carlo De Benedetti abbiano presentato Rodotà come il candidato più autorevole. Nelle interviste e nelle dichiarazioni di ieri, dei giornalisti di Repubblica o dell'Espresso, Rodotà era "la grande risorsa sprecata dal centro-sinistra", era il "presidente degli italiani", ecc.

Ed è un peccato che, con le e dalle "quirinarie" in poi, il Movimento 5 Stelle si sia sostanzialmente schiacciato su posizioni radical-chic (in parte già intuibili, ma comunque dopo più interessanti o curiose posizioni populiste precedenti). Si veda il volere, dopo le cacciate dei giornalisti, come prima scelta presidenziale, proprio una giornalista (per di più televisiva) come Milena Gabanelli (quella della necessità dell'eliminare il contante... Ecc.). (Abolire il contante, solo i grillini potevano votare la Gabanelli, Daniele Di Luciano, Lo Sai, 16 aprile 2013) (si veda anche L'elite del M5* sceglie Gabanelli, discussione sul forum di Comedonchisciotte, 16 aprile 2013) Oppure, il volere, dopo le filippiche contro la casta politica e i privilegi e le pensioni d'oro, proprio un politico di lunghissimo corso come Stefano Rodotà. Qualcuno dirà che quei nomi erano i meno peggio, ma di certo non erano reali alternative.

La convergenza mediatico-politica su Rodotà tra comunisti, grillini e debenedettiani (più un numero non quantificabile, al momento, di elettori del PD) ha riproposto l'orrido spettacolo del progressismo moralistico e presuntuoso, lasciando l'Italia nel mezzo del loro incudine e del martello dei pro-Napolitano. Considerando che non vi sono certezze per il futuro, dato che nulla garantisce che i vari gruppi e gruppuscoli rimangano in accordo anche prossimamente, la situazione è quanto mai instabile.

Ma torniamo a Rodotà. Lo sapete, politico nazionale ed europeo nell'arco di quattro decenni, professore universitario, non associabile, ci pare, a scandali di alcun genere, protagonista anche di iniziative come i "Beni Comuni" e campione del dirittumanismo (è anche tra gli estensori della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea). "Nuovi diritti", laicità dura e pura e minoranze sono tra i temi principali del suo lavoro intellettuale. Chi è genericamente progressista troverà, sempre genericamente, positiva la sua figura, e ciò spiega il perché di quella convergenza di cui parlavamo. Ma chi non è "genericamente progressista", o ha interessi e preoccupazioni differenti e non ideologiche, può trovare valida una figura pubblica con quella storia?

Rodotà, negli ultimi anni, è stato impegnato con la questione dei beni comuni, di cui, nei giorni scorsi, è stata presentata la Costituente. (Stefano Rodotà battezza la Costituente dei beni comuni, Roberto Ciccarelli, Il Manifesto, 14 aprile 2013) Iniziativa composita, riguardante numerose tematiche, alcune opinabili (specie quando si parla di diritti dei "migranti"), ma interessante per il resto, data la necessità di salvaguardare i beni pubblici, rispetto al rischio di continue privatizzazioni e al rischio che l'interesse privato possa prevalere su quello nazionale. Sembra che tale recente impegno sia anche la ragione dell'interesse dei grillini nei suoi confronti.

Ma Rodotà non è solo "beni comuni" o dibattiti sulla Costituzione italiana. E' anche "nuovi diritti", ossia costruzione artificiosa della società secondo linee ideologiche in continuo mutamento. Rodotà è anche l'idea che il diritto e la legge debbano gestire le innovazioni e l'artificialità, prevedendole e non impedendole, anche qualora sia il popolo stesso ad esprimersi contro (si veda la domanda sul referendum sulla fecondazione assistita, da cui Rodotà svicola: L'Italia è il laboratorio del totalitarismo moderno, intervista di Miguel Mora, El Paìs via traduzione su Megachip, 12 dicembre 2010 - 2 gennaio 2011). E' anche l'idea che il diritto debba essere una semplice mediazione "sobria", senza impedimenti di alcun genere, né riguardo la scienza, né riguardo le minoranze etniche o religiose o sessuali, né riguardo le scelte di vita o di morte, declinate in maniera individualistica.

In un articolo di un paio di anni fa, Rodotà scriveva:

[...] Si sta delineando un ordine sociale e giuridico delle macchine che rivendica una propria autonomia e che non solo può determinare conflitti con la tradizionale autonomia delle persone, ma produce una nuova antropologia? Se i problemi sono nuovi, e sconvolgenti, le soluzioni vanno cercate partendo da parole note, e irrinunciabili. La libertà delle scelte, l'eguaglianza tra le persone, il rispetto della dignità di ognuno. Sono queste le garanzie perché l' umano possa sopravvivere, quali che siano le tecniche che l'investono. (La morale tecnologica, libertà e diritti - Brevi istruzioni per l'uomo che verrà, Stefano Rodotà, La Repubblica, 21 settembre 2011)

E perché mai la nuova antropologia tecnologica dovrebbe piegarsi alla "dignità" individualistica e all'eguaglianza? Il mondo attuale, nato dalla distruzione o dal dissanguamento delle società tradizionali, non è meno ingiusto di quello di secoli fa. Anzi, ci sono dubbi che lo sia maggiormente. E, sicuramente, è più pericoloso, più inquietante. Qual'é la formula che dimostrerebbe che un atteggiamento egualitario riesca a rendere le macchine "umane"? Che riesca a non rendere macchine gli umani? Il mondo attuale non è più giusto del passato; è solo più capace di rendere protagonisti soggetti "differenti" (in senso lato), ma solo nel quadro di una eguale adesione ai valori dominanti. L'egualitarismo è questo: le identità umane che si piegano al dominio tecnocratico-globalista, tutte allo stesso modo. Tutte verso gli stessi risultati.

Se anche il processo della globalizzazione dovesse finire, senza una rinascita identitaria dei popoli e delle istanze etno-culturale più genuine, il dominio dell'artificialità non è detto cesserebbe. Non cessando, rimarrebbero in gioco molte delle dinamiche che conosciamo. L'artificialità, come sostituto sempre mutevole della vita sociale, rimarrebbe l'unico dominatore sul campo e l'unico comun denominatore riconosciuto. D'altronde, senza culture e identità etniche, non esiste l'umano. Anzi, l'umano e l'umanità sono menzogne e non può esistere alcuna umanità "quali che siano le tecniche che l'investono", se non esiste identità. Non eguaglianza, ma identità, in quanto l'identità è sempre quelle genti, discendenti da quegli avi, in quel luogo, aventi quelle abitudini. Solo tutto questo è la condizione necessaria per frenare e gestire la cosa-macchina, senza lasciarsi investire da essa. Le masse egualitarie e individualistiche non esistono, se non come potenziali singole cose, quindi parti (non necessarie) della cosa-macchina, ossia del dominio tecnocratico prima e definitivamente tecnologico e artificiale poi. Il piccolo moralismo individualistico di Rodotà, allora, non servirà a molto. Che cosa dovrebbe difendere? Una cosa-umano che è felice di essere cosa? Che è felice di essere mutabile e mutevole come pezzi di ricambio? Il suo egualitarismo non potrà nulla contro tutto ciò. Già ora nulla può.

2 commenti:

  1. I voti pro Rodotà furono molti meno di 48.000. In seguito dagospia riportò che si trattò di non più di 14.000. Ma Grillo sta imponendo la "dittatura della rete" in salsa proletaria. Non è importante la verità, ma quanto appare ai fini propagandistici della ditta Casaleggio.
    Qui un utile commento di Ida Magli al riguardo:

    http://www.italianiliberi.it/Edito13/le-stranezze-dei-grillini-e-il-laboratorio-segreto-del-potere.html

    E' da mo' che vado sostenendo che quella dei 5 stelle trattasi di rivoluzione tarocca per la felicità dei gonzi.

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  2. Nessie, io non riesco a vedere il movimento di Grillo, né Grillo stesso in maniera troppo oscura, diciamo così. Secondo me, più che altro, sono degli sprovveduti, non tanto da un punto di vista organizzativo o perché ingenui (ché lo sono, ma non riesco a dargliene troppo colpa), ma dal punto di vista dei prìncipi. La loro colpa, cioè, è di essere troppo antropologicamente "progressisti". Da ciò vengono i loro difetti attuali più gravi, ossia incapacità di contestare l'ideologia europeista (da un punto di vista economico, ma non solo) e incapacità di puntare ad essere l'espressione politica della classe media e dei piccoli-medi imprenditori. Ciò significa che, al momento, "servono" solo a incanalare verso una strada senza uscita la possibile rivolta elettorale. Anche per questo, non mi stupisce che qualcuno dia di matto.

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