eh cookies

venerdì 22 marzo 2013

Partito Democratico USA e minoranze etniche

Partito Democratico USA e minoranze etniche: un feeling necessariamente produttivo?


Un sintetico articolo di Ryan D. Enos, assistente all'Università di Harvard ed analista politico, mette qualche dubbio, pur senza troppa cattiveria, sul binomio, spesso dato per scontato, tra Partito Democratico statunitense e voto delle minoranze etniche. Come sapete, le ultime due elezioni hanno visto una decisa polarizzazione dei non-bianchi in favore del candidato meticcio Barack Obama. Tale polarizzazione viene vista come il segnale di una sempre maggiore importanza delle minoranze nella scelta dei rappresentanti politici, data la crescita numerica di queste rispetto al complesso della popolazione statunitense. A fronte di ciò, è sempre più facile trovare, nella stampa e nei dibattiti d'Oltreoceano, considerazioni in merito anche da parte repubblicana, con esponenti del partito, reputato convenzionalmente come più conservatore e "bianco", convinti che si debba variamente corteggiare le minoranze.

Ma, come detto, Enos getta un piccolo dubbio nel mare delle certezze multietniciste, specie "democratiche" (nel senso del partito). Da cosa nasce tale dubbio? Dal notare come, storicamente, l'incontro concreto e quotidiano tra gruppi etnici diversi abbia polarizzato etnicamente e politicamente gli stessi. Esempi: nel 1930, i bianchi, che vivevano nelle contee degli Stati del Sud con maggiore presenza afro-americana, erano anche quelli più orientati a votare politici con idee discriminatorie contro questi ultimi. Nella Chicago degli anni '60, il voto dei bianchi puniva quei politici ritenuti responsabili dell'aumento percentuale di cittadini afro-americani. Nella Chicago del 2000, alcune politiche edilizie avevano permesso che numerosi cittadini, per lo più afro-americani, venissero spostati in altre zone. Se prima di quelle iniziative edilizie, i voti dei bianchi andavano al Partito Repubblicano, una volta "spariti" i vicini di casa afro, i bianchi tornavano a votare "democratico".

Sembra essere questo il punto: almeno per i bianchi, storicamente c'è una tendenza a prediligere il Partito Repubblicano in vista di interessi etnicamente omogenei. Altrimenti, i bianchi si sentono liberi di votare ciò che più aggrada loro. Se gli interessi delle minoranze vengono reputati contrari agli interessi dei bianchi, allora questi, pur normalmente "democratici", diventano elettori "repubblicani".

Il fenomeno, però, non sembra riguardare solo i bianchi. Gli ispanici di Los Angeles, ad esempio, se abitanti in quartieri con forte presenza afro-americana, in questi ultimi anni hanno dimostrato, pur essendo normalmente pro-Partito Democratico, di non voler votare per Obama.

Enos fa presente che queste tendenze molto dovrebbero, però, all'abitudine o meno nel frequentare, nella propria vita quotidiana, le minoranze, per cui, chi è più giovane dimostrerebbe maggiore tolleranza. Inoltre, se la collettività fornisce obiettivi comuni e pari opportunità a tutti, allora i motivi di attrito diminuiscono. Ma tralasciamo queste considerazioni alquanto ingenue, basate come sono su una visione socio-economica progressista, in cui l'assenza ideologica di limiti è la condizione primaria per poter immaginare futuri mondi infinitamente accoglienti, indipendenti dalla realtà e dai suoi limiti, storici o materiali che siano. Vediamo, piuttosto, qualche dato, tratto dal Pew Research Center.

Dalla figura sotto, relativa alle ultime tre elezioni politiche, si nota come il Partito Democratico abbia aumentato i suoi voti regolarmente tra le due etnie crescenti, quella ispanica e quella asiatica, e sia rimasto su alti livelli tra gli afro-americani (nonostante un 2% in meno nel 2012). Soltanto tra i bianchi c'è un calo più consistente nell'ultima elezione, tanto da prendere poco meno del 40% dei loro voti. (Latino voters in the 2012 Election - Appendix A, Mark Hugo Lopez / Paul Taylor, 7 novembre 2012)

Image and video hosting by TinyPic

Considerando le ultime due elezioni, si nota come tra i giovani (generalmente più inclini a votare per il Partito Democratico e ad avere opinioni a questo più vicine) Obama abbia avuto meno voti. Nel rapporto, da cui provengono i dati, si afferma che comunque i voti dei giovani siano stati fondamentali per la rielezione del candidato meticcio, ma, date tutte le voci che potete vedere e il segno meno che compare nella quasi totalità, sembrerebbe essere più un caso che altro. Spicca in maniera impressionante quel 14% in meno tra i giovani afro-americani di sesso maschile, ma vi sono segni negativi importanti anche considerando i bianchi. C'entra la crisi economica o c'entrano considerazioni di altro genere, come, appunto, quelle relative alla volontà "democratica" di portare avanti la sanatoria di ben 11.000.000 di immigrati irregolari? Chissà? Certo è che tra i giovani bianchi, il risultato del 2012 è sostanzialmente un ribaltamento rispetto al 2008, mentre tra neri e ispanici si tratta solo di qualche piccola perdita percentuale. (Young Voters Supported Obama Less, But May Have Mattered More, 26 novembre 2012)

Image and video hosting by TinyPic

Consideriamo ora altri dati, come il tasso di natalità per etnie e per luogo di nascita delle madri. Spesso si sente parlare di proiezioni demografiche nel futuro, con la data simbolica del 2050 per l'ipotetico superamento percentuale dei non-bianchi rispetto ai bianchi statunitensi. Che ci sia un aumento percentuale in corso è indubbio, ma tale aumento è dato da alcuni fattori, l'ultimo dei quali fondamentale: tassi di natalità non particolarmente alti tra i bianchi e immigrazione di massa, specialmente per quanto riguarda etnie non-bianche. Che significa questo? Significa che quell'ipotetico superamento del 2050, se avverrà, sarà dovuto soprattutto a nuovi immigrati, non tanto a non-bianchi già presenti e ai loro figli. Qualcuno potrebbe rimanere perplesso da questo rilievo, ma quando si parla della data del 2050, lo si fa dando l'idea di una nazione meticcia. Se quel 2050 arriverà, ciò sarà dovuto soprattutto a confini ancora abbondantemente (lasciati) aperti. Il che è cosa totalmente diversa (e si chiama genocidio). Che intendiamo? Guardate questi dati: dal 1990 al 2010, i crolli percentuali più imponenti nella natalità riguardano i non-bianchi, sia nati negli USA che all'estero, ma residenti negli USA. Tra l'altro, considerando i tassi di natalità, sia considerando donne nate negli USA che nate all'estero, le madri bianche non mostrano tassi eccessivamente più bassi rispetto alle non-bianche e, anzi, rispetto alle asiatiche sono decisamente migliori. Con dati simili, il 2050 sarebbe così "vicino" se non ci fosse la tolleranza per l'aumento indiscriminato di sempre nuovi immigrati? (U.S. Birth Rate Falls to a Record Low; Decline Is Greatest Among Immigrants, Gretchen Livingston / D’Vera Cohn, 29 novembre 2012)

Image and video hosting by TinyPic

In tempi di crisi, c'è da chiedersi se anche gli appartenenti alle minoranze etniche saranno contenti di dover convivere con (l'idea di) sempre più numerosi rivali nel mercato del lavoro, nell'assegnazione di aiuti pubblici, nella ricerca di un'abitazione, ecc. Ora, fatevi anche un'altra domanda: negli USA, chi sono coloro che preferiscono più Stato e più assistenza pubblica e, invece, coloro che preferiscono maggiore libertà in senso lato? Non ponetevi nella questione in maniera personale, lasciandovi trasportare da una forma mentis europea. Non stiamo discutendo quale delle due forme sociali sia la migliore. Si tratta, soltanto, di individuare un punto di frizione negli USA. E la risposta non dovrebbe essere troppo difficile. Basta chiedersi, appunto, chi vuole più assistenza. Ora, indipendentemente dalla questione etnica, si veda anche il seguente grafico, in cui è riportata la stima dei cittadini statunitensi per i vari livelli di governo, quello locale, quello statale e quello federale. Se i primi due sono in leggero calo da una decina d'anni, quello federale è in caduta libera. Tenete anche presente che chi vota repubblicano o indipendente tendenzialmente diffida di Washington e chi vota repubblicano o indipendente tendenzialmente è bianco. (Growing Gap in Favorable Views of Federal, State Governments, 26 aprile 2012)

Image and video hosting by TinyPic




















Non intendiamo, ovviamente, dare nulla di scontato. Considerate questi dati come semplici spunti, ma ricordatevi che questa è l'epoca della crisi sistemica, che non è solo economico-finanziaria, che non è solo una crisi politica e di rappresentanza, ma è anche qualcosa di più, con lo spettro delle risorse naturali in calo e l'aumento insensato della popolazione mondiale, specie nelle aree extra-occidentali. Credete che il tutto andrà per il meglio dando cittadinanze agli stranieri, diritto di voto, "pari opportunità" (come riporta Enos) e così via? E questo, ovviamente, non vale solo per gli USA.

  • How the demographic shift could hurt Democrats, too (Ryan D. Enos, The Washington Post, 8 marzo 2013):
Since the November election, in which President Obama won huge majorities among minority voters, it’s been taken as gospel that the Republican Party must, for its own survival, seek to appeal to those groups by moving to the left on topics such as immigration reform ( http://www.washingtonpost.com/opinions/the-republican-party-must-go-back-to-go-forward/2012/11/09/55947d9e-2a87-11e2-96b6-8e6a7524553f_story.html ). But as the nation becomes more diverse, the demographic shift can cut the other way, too: Some Democratic voters are likely to move to the right.
It’s assumed that, as the United States becomes increasingly non-white, white Democrats will continue to support the party. But a substantial amount of social-science evidence suggests a different conclusion: As the United States becomes more racially and ethnically diverse, liberal whites might start leaning Republican.
Consider a straightforward experiment I conducted last year: Over two weeks, I sent pairs of Latino men in their 20s to ride commuter trains in the greater Boston area, often cited as one of the nation’s most liberal regions.
These people were not asked to do anything out of the ordinary, just to wait for the train and ride it. The pairs I sent were native Spanish speakers, so when they spoke to each other, it was probably in Spanish. To gauge other riders’ attitudes about Latinos, I surveyed them before the experiment and two weeks into the tests. In each case, the trains and times were randomly selected and were later compared with a control group of riders on different trains. These trains originated in communities with very few Latino residents, and the men I sent to ride the trains were often the only Latinos at those stations on a day-to-day basis. In this sense, the experiment was testing how people react when a very small group of Latinos moves to a new community.
The results were clear. After coming into contact, for just minutes each day, with two more Latinos than they would otherwise see or interact with, the riders, who were mostly white and liberal, were sharply more opposed to allowing more immigrants into the country and favored returning the children of illegal immigrants to their parents’ home country. It was a stark shift from their pre-experiment interviews, during which they expressed more neutral attitudes.
Political scientists, economists, sociologists and psychologists have long noted that, under most circumstances, when people from different ethnic, racial and religious groups come into new contact, conflict ensues. Just look at the battles over busing students from different neighborhoods into public schools in the 1960s and ’70s.
And those conflicts often change the way people vote.
In the 1930s, political scientist V.O. Key found evidence that, in Southern counties with large numbers of African Americans, white voters were politically mobilized: They voted more than whites in neighboring counties and supported candidates espousing discriminatory views in greater numbers. A similar trend recurred a generation later, when liberal Sen. Paul Douglas of Illinois lost his 1966 reelection bid, in large part because of votes cast by whites living in parts of Chicago that had seen an influx of African Americans.
In a more recent example, the city of Chicago began a massive effort in 2000 to overhaul its public housing. Large and notorious housing projects, such as Cabrini-Green, were demolished, and their residents were relocated. More than 99 percent of the relocated residents were African American. The outcome of the effort was the reverse of my experiment in Boston — rather than coming into contact, groups were separated.
Did that separation result in more liberal political views? Voting patterns among white residents living near these projects before and after their demolition showed that it did ( http://ryandenos.com/papers/chicago_threat.pdf ). After their African American neighbors left, fewer white residents turned out to vote, and voters became less likely to choose Republican candidates, whom they had previously supported at higher levels than had residents in other parts of the city. It seems that the contact with African Americans had politically mobilized whites in Chicago, similar to how Southern whites were mobilized in the 1930s.
To explore whether there was a similar effect among minority voters, in 2008 I conducted an experiment in which I sent a letter to African American voters just before an election in Los Angeles ( http://ryandenos.com/papers/racial_threat.pdf ). The content of the letter was simple: It reminded people to vote and included a map noting how often people on their block voted compared with a nearby block. In some randomly selected cases, the comparison block consisted of African American residents; in others, it was largely Latino. When the letter pointed to a majority-Latino block, African Americans were significantly more likely to vote, suggesting that they were concerned about political competition with Latinos — even though both groups vote overwhelmingly for Democrats.
In that same year, I examined the voting of Latinos in Los Angeles and found that those who lived near predominantly African American neighborhoods were far less likely to vote for Obama than Latinos who lived farther away — suggesting that contact with their African American neighbors may have prompted them to vote against an African American candidate ( http://ryandenos.com/papers/threat_LosAngeles_primary.pdf ).
As different groups come into contact, people often have adverse reactions, and this can cause them to vote for a party that represents opposition to other groups. In today’s electoral landscape, that might mean white Democrats would be more willing to vote Republican. There is some evidence that when most people vote against their party identification — perhaps as a Reagan Democrat, just once — they return to their regular partisan identity within an election or so. However, if people make that switch during their impressionable years, in their teens or 20s, it can last a long time ( http://www.amazon.com/gp/product/0300101562?ie=UTF8&camp=1789&creativeASIN=0300101562&linkCode=xm2&tag=slatmaga-20 ). And if they become familiar with members of the other group on a personal level, then the initial aversion might diminish. For example, this might be why attitudes about same-sex marriage are changing — as more people come to know gay friends, neighbors, co-workers or family members.
Of course, people might change the way they vote for reasons other than the race or ethnicity of their neighbors, such as a change in their job or the birth of a child. However, these experiments tell us that, all else equal, contact between different groups, such as native whites and Latino immigrants, leads to more conservative voting.
None of these findings bode well for Democrats. As ethnic groups mix, voters become more exclusionary and tend to vote for more racially conservative candidates — which may make it more difficult to maintain a diverse Democratic Party and could tilt the field in favor of Republicans.
But such changes are not inevitable.
Just as demographic shifts do not guarantee a Democratic majority, it is not certain that interaction between groups will hurt Democrats. Social scientists have identified a host of conditions that foster political harmony between groups, including economic equality and common goals, such as being part of the same team in the workplace, school or the military. These are conditions that liberals typically favor through their legislative agenda.
For example, a progressive tax code and liberal social spending are designed to promote economic equality. And immigration reform proposals, such as the Dream Act, are designed to more fully integrate institutions such as colleges and the military.
The recognition that liberals’ policies can not only establish their ideological goals but also help maintain their political majority should give Democrats greater urgency in their legislative efforts to promote equality.

Nessun commento:

Posta un commento