eh cookies

giovedì 21 febbraio 2013

Alcune annotazioni (ed esempi) sulla violenza sulle donne

Alcune annotazioni (ed esempi) sulla violenza sulle donne: questione etno-culturale (autoctona ed allogena) e ruolo nefasto della magistratura


Considerate questo intervento come una nota ulteriore rispetto a quanto detto sugli stupri a Milano [16 luglio 2012], ma anche in Gran Bretagna [22 luglio 2012], agli episodi ed ai dati generali lì riportati.

C'è un elemento che generalmente viene poco o nulla citato in molti studi statistici riguardanti la violenza sulle donne, ossia l'appartenenza etnica. [1] Perché è importante rilevare questa informazione? Le ragioni sono due: una attiene la questione immigratoria, l'altra la questione più specifica della violenza e delle sue cause immediate. E le due ragioni, ovviamente, si intersecano; non sono ambiti separati.

Partiamo dalla questione delle cause. In generale, queste non sembrano interessare allo stesso modo degli effetti delle violenze. Nella gran parte dei casi di cronaca (rapine, spaccio di droga, terrorismo, truffe, ecc.), l'interesse tende ad essere maggiormente spostato verso chi compie o si suppone abbia compiuto l'atto criminoso (e indipendemente dalle possibili motivazioni di fondo). L'autore del crimine è il soggetto principale dell'evento mediatizzato. Nel caso delle violenze sulle donne, e tranne alcune eccezioni, l'autore delle violenze sparisce e con esso spariscono i possibili perché. Negli studi sul tema, si trovano vaghi cenni all'età, al lavoro e all'eventuale rapporto di parentela o di conoscenza quotidiana dell'autore con la vittima, ma nulla di più. Di conseguenza non esiste una casistica che permetta di capire in che maniera, percentualmente, possano entrare in gioco fattori culturali (e quali), disturbi psichiatrici (e legati a cosa), fattori socio-economici, situazioni momentanee di disagio (e di che tipo), ecc. Sembrerebbe che le cause vengano genericamente e pregiudizialmente comprese in un macro-insieme definibile come "maschilismo" (anche se non sempre esplicitamente citato. E anche questo sarebbe da indagare). Non si tratta di giustificare, ma esiste una correlazione tra crisi economica ed alcuni episodi di violenza famigliare? Se un uomo, di fronte alla (propria) crisi economica decide di suicidarsi, un altro è possibile che orienti la propria distruttività verso chi gli sta più vicino? Casi del genere vanno trattati (mediaticamente, penalmente e psicanaliticamente) alla stregua di violenze sessuali o stalking o altro?

Di contro a ciò, c'è la questione etno-culturale. Essa va suddivisa in due insiemi: quello degli autoctoni e quello degli allogeni (specialmente non-europei). E i due insiemi vanno trattati in maniera differente, proprio per la diversa identità dei due.

L'insieme autoctono (italiano, ma più in generale europeo) è contraddistinto dall'adesione o dalla "costrizione" a vivere in un orizzonte di frammentazione che investe ogni ambito (etnico, culturale, religioso, sessuale, ecc.). Tale frammentazione prescinde, anticipa, oltrepassa la questione della violenza sessuale o famigliare o sulle donne. Riguardando ogni ambito del vivere, è tale frammentazione, ovviamente, che investe la questione della violenza sessuale o famigliare o sulle donne. Da questo punto di vista, nell'orizzonte della frammentazione, l'idea di un "maschilismo", come causa possibile generale, è da escludersi. Affermare una monoliticità "maschilista" è semplicemente improponibile. Certo, questo renderà complicato identificare e indicare le cause, ma è più accettabile credere e far passare l'idea che l'attuale epoca veda una recrudescenza di violenza maschile contro le donne (anche più che nel passato), magari nella convinzione che avvenga perché ci sono i capufficio donna invece che uomo? C'è davvero chi pensa che questa possa essere la spiegazione di tutto, dimenticando, invece, di rimettere in discussione lo stesso orizzonte della frammentazione?

Se l'insieme autoctono è condizionato dalla frammentazione, vale anche per gli stranieri, soprattutto non-europei? Difficile dirlo. L'indagine sulle singole cause, che manca per gli autoctoni, manca, ovviamente, anche per gli stranieri, ma nel caso di questi si può ipotizzare un minore condizionamento psicologico e culturale dovuto alla frammentazione del vivere. E' curioso come nei mezzi di informazione si dipinga lo straniero come sradicato, quando in realtà, se non altro data la maggiore possibilità odierna di tenere i legami tra sé e la propria terra (spesso ancora non-frammentata come l'Occidente), e data anche l'identità "di scorta" dell'essere immigrato (su cui ci sarebbe da discutere), si può dire che lo sia più dell'autoctono che vive nell'orizzonte della frammentazione e senza "al di là" o altrove possibili? In un mondo interlacciato con internet o i telefonini portatili o le televisioni satellitari, certi legami possono non dissanguarsi o farlo molto più lentamente di un tempo. Le generiche accuse di "maschilismo" che effetti dovrebbero avere su simili legami, che, per la natura non frenata dell'attuale immigrazione di massa, se ne può ipotizzare il rinsaldarsi e non il loro assottigliarsi?

Riportando alcuni dati già citati in altra occasione, vediamo che, in Italia, la percentuale di stranieri responsabili di stupri è passata dal 9%, negli anni Novanta, al 40% nel 2009. Su 100 stupri avvenuti nelle grandi città, ossia là dove c'è una maggiore concentrazione di allogeni, la percentuale di responsabilità straniera sale al 60%. Su 100 stupri compiuti da stranieri, il 40% è compiuto da immigrati regolari. [16 luglio 2012] In una puntata di Porta a Porta del 22 novembre 2012, intitolata "Tante, troppe vittime di violenza", sono stati riportati alcuni dati del Telefono Rosa, che riceve segnalazioni di casi di violenza sulle donne. Nel corso del 2011, sono arrivate 1189 segnalazioni di violenza famigliare, di cui 978 riguardanti italiane e 211 riguardanti straniere. Ciò significherebbe, se proiettate a livello nazionale, che le violenze in famiglia riguardano quasi al 18% gli allogeni, ossia ben oltre il doppio rispetto alla loro presenza percentuale sulla popolazione complessiva. A questo dato, sempre per il 2011, bisogna aggiungere che la percentuale di bambini che assistono alle violenze in casa è del 75% tra gli italiani (decisamente non è poco, purtroppo) e del 78% tra gli stranieri. E, in questi casi, molto probabilmente, parliamo di situazioni di immigrazione cosiddetta regolare (quindi, non c'è la scusante dell'irregolarità), dato che normalmente le famiglie di allogeni si ricompongono nella regolarità. Considerando che nel mondo una donna su tre è vittima di violenze, ciò significa che tra le comunità straniere (certo, bisognerebbe anche compiere una studio suddiviso per etnie) le possibilità di riscontrare casi simili, e che questi si riproducano anche in futuro, salgono.

Quale soluzione? Le accuse di "maschilismo"? I balletti della Littizzetto in televisione? L'assenza di un dibattito etno-culturale, per lo meno in Occidente, impedisce di vedere quali forme culturali importate possano costituire o costituiscano già elementi di slittamento verso quelle forme di prevaricazione denunciate come genericamente "maschiliste". Ma questo battere sul generico "maschilismo" rischia anche di lasciar spazio ad elementi disgregatori importati. Si pensi alla questione del velo islamico, che grottescamente è divenuto elemento di orgoglio identitario per molte donne maomettane in Europa (e visto quasi con simpatia "femminista" da alcune donne europee), a causa dell'attuale incapacità di fissare dei limiti culturali e di farli rispettare. Perché dovrebbe essere diverso con le violenze, che per chi viene da luoghi in cui la donna è sempre oggetto da comandare, possono essere valvole di sfogo?

Basteranno le proteste e le manifestazioni in giro per il mondo, avvutesi negli ultimi tempi (ad esempio Egitto ed India), per modificare le situazioni altrove e poi riverberarsi in Occidente, tra le comunità immigrate? Basteranno le manifestazioni in Europa e in Occidente, per modificare culturalmente le comunità allogene, numericamente, al momento, crescenti? La questione è complessa, ma la soluzione, a nostro avviso, non può non passare che da una rimessa in discussione delle singole culture. Ciò significa citare esplicitamente certe culture e, se necessario, accusarle. Parzialmente lo si è fatto, in questi anni, con il mondo maomettano (anche se visto monoliticamente e comunque in maniera contradditoria. Si pensi, appunto, alla questione del velo, oscillante tra segno di sottomissione o di orgoglio "femminista"). Ma si potrebbero citare anche le culture dell'India, certi fenomeni socio-culturali africani, un certo atteggiamento verso le donne da parte dei centro-sudamericani (specie meticci), l'atteggiamento verso le donne da parte degli afro-(nord)americani (riprodotto dagli "afro" di altre parti del mondo, Europa compresa), ecc.

Nel caso, invece, degli occidentali, bisognerebbe essere più coraggiosi, riconoscendo che l'orizzonte di riferimento non è più quello patriarcale e/o cristiano, ma quello schizofrenicamente oscillante tra desessualizzazione e ipersessualizzazione; l'orizzonte della reificazione esasperata del corpo sia della chirurgia estetica, sia della più recente evoluzione della pornografia (in cui il corpo femminile è solo una componente); l'orizzonte dell'individualismo e dei suoi mascheramenti (il "gruppo degli amici" come sostituto di maturi rapporti di prossimità, ad esempio); il degrado sociale derivante dalla fine (definitiva o momentanea?) dello Stato (e dello stato sociale) come espressione del popolo e del suo portato identitario e, persino, affettivo. Se non si considera tutto questo, la questione della violenza sulle donne in Occidente diviene solo una sorta di caccia alle streghe, in cui si spacciano piccoli segni, persino insignificanti, per prove di stregoneria (il "maschilismo").

Di fronte a tutto ciò, come valutare l'operato della magistratura? E come valutare l'atteggiamento che la società civile ha rispetto ad esso? Rimanendo in Italia, la magistratura è sostanzialmente incline a posizioni progressiste o, comunque, dirittumaniste. L'individuo è il bene supremo. Difficile che la magistratura difenda, con le sue sentenze, identità e forme culturali. Da questo punto di vista non è, realmente, il diritto ad essere servito, quanto il diritto umano. Ad esempio, il procuratore di Bergamo, Francesco Dettori, riguardo il caso della giovane donna incinta, stuprata in un parcheggio da un albanese kosovaro, regolarmente residente in zona, afferma:

[...] La ragazza è stata aggredita in una zona centrale della città.
«Ovvio che è impossibile un presidio del territorio al 100%. E così anche ai cittadini sono richiesti sforzi che a volte sembrano cozzare contro i diritti della persona».

Tipo?
«Le donne sono l'anello debole di una società in cui è parzialmente ancora inculcata l'assurda mentalità della femmina come oggetto del possesso. Lo dico con tutto il rammarico, ma sarebbe bene che di sera non uscissero da sole».

Ma così sembra che la ragazza sia andata a cercarsela.
«Non voglio colpevolizzare la giovane che ha subito violenza, anzi a lei vanno le nostre scuse per non aver saputo offrire la degna protezione. Ma a volte bisogna ragionare in termini reali».

Non le sembra una sconfitta?
«Sì, vero: è una sconfitta della convivenza civile».

Ci sono rimedi?
«L'episodio è chiaramente collegato a un difetto di vigilanza. Bisogna intensificare il controllo del territorio, soprattutto di notte». [...]

(Il procuratore Dettori: «Non c'è allarme criminalità», Stefano Serpellini, Eco di Bergamo, 15 gennaio 2013)

Quello che è curioso è il ribaltamento dei significati, per cui il procuratore parla di "sforzi che a volte sembrano cozzare contro i diritti della persona", ma il riferimento non è allo stupratore allogeno, quanto al fatto che le donne dovrebbero essere più caute nell'uscire di sera da sole. Lo stupratore allogeno, infatti, è stato messo, dirittumanisticamente, agli arresti domiciliari. (Domiciliari al presunto stupratore - Il ministro: una scelta tecnica, Eco di Bergamo, 14 gennaio 2013) Le donne di Bergamo, invece, si troverebbero a vivere in una cultura in cui la donna è oggetto di possesso e quindi "non devono uscire da sole". Ma, poi, quale sarebbe questa cultura? Quella albanese-kosovara o quella bergamasca? Ovviamente, e dirittumanisticamente, non viene specificato. Il procuratore fa una generica accusa, per non colpevolizzare una cultura straniera, pur accusando in termini culturali. Al limite, dello stupro compiuto dall'albanese-kosovaro sembrerà accusata la cultura bergamasca!

In tutto questo, che reazioni si sono avute, non semplicemente allo stupro, quanto alle parole del procuratore Dettori? Nebbia in Val Padana. Per non dilungarci ancora, citiamo solo altri due casi. Il primo, riguarda una minaccia di stupro con coltello, ad opera di due giovani romeni (o zingari? Viene sempre il dubbio) e contro tre ragazze minorenni, in quel del circondario bolognese. (Tre minorenni minacciate con coltello alla fermata: "Ora ti stupro qui", Bologna Today, 20 novembre 2012)

Nel caso in questione, entrambi gli autori delle minacce erano già noti alle forze dell'ordine e, se uno è ancora minorenne, l'altro già ventiduenne. Ora, perché l'autorità competente, dopo gli atti formali, ne ha disposto immediamente la scarcerazione? Perché anche il maggiorenne? Che tipo di godimento provoca o che tipo di devianza porta alla liberazione immediata di un potenziale pericolo pubblico, già conosciuto? Per cortesia, non parliamo di "legge", "diritto", "diritti", ecc. Non usiamo parole a sproposito! Anche qui, reazioni di sdegno? Sempre nebbia in Val Padana.

Altro caso: la seconda sezione della Corte d’appello di Venezia ha giudicato come non-colpevoli due genitori nigeriani, indagati per infibulazione sulle figlie, in quanto il "fatto non sussiste", trattandosi di "piccolo taglietto" non invalidante, ma anche tenendo conto del retroterra culturale tribale, in cui si viene discriminati non accettando tale pratica. (Infibulazione: genitori assolti, Laura Tedesco, Corriere del Veneto, 24 novembre 2012)

Detto altrimenti, i diritti umani occidentali cedono di fronte ai pregiudizi tribali africani. O meglio, i diritti umani mostrano il loro vero volto, che è informe. Ossia: i diritti umani (altrui), non il diritto. Anche in questo caso, il silenzio ha confortato la ridicola decisione dei giudici di Venezia.

Questi tre casi citati, da soli, bastano a mostrare un quadro di desolazione, in cui non è semplicemente la cultura autoctona a venire degradata, né solo il corpo delle donne, ma anche il diritto. Il problema mediatico e mediatizzato della violenza sulle donne diventa stranamente evanescente quando ci si trova di fronte alla coppia "decisioni della magistratura" più "protagonisti stranieri". Basta uno scarto etno-culturale perché la violenza divenga meno eclatante. Essa lo è solo genericamente e statisticamente (contano il crudo numero e la quantità), mai rispetto all'identità culturale precisata (quindi, mai realmente rispetto alle cause). E' genericamente sessualizzata; mai etno-culturalmente, neanche quando la cultura d'origine è o può essere parte in causa. In ciò si può presagire un disastro futuro.

NOTE

[1] Ad esempio, gli studi dell'ISTAT: http://www3.istat.it/dati/catalogo/20091012_00/Inf_08_07_violenza_contro_donne_2006.pdf

5 commenti:

  1. Il "disastro futuro" è già qui, inutile minimizzarlo. Se di questi temi se ne parla apertamente solo nei blog, vuol dire che MALA TEMPORA. E' da un pezzo che la Magitratura pratica il "relativismo giudiziario" e un'aperta xenofilia, NEI CONFRONTI DI REATI AD OPERA DI STRANIERI. E non so quanti post ho già fatto nel merito, basta fare una ricerca e cliccare alle etichette IMMIGRAZIONE E SICUREZZA. O anche GIUSTIZIA E CRONACA.

    Perfino la nozione di "stupro etnico" che esiste in antropologia, viene invalidata e non riconosciuta.
    Insisto: lo stupro ad opera di allogeni, non è uno stupro comune, ma uno stupro etnico, in quanto non è vero che il mondo sia uno solo. I confini esistono, le culture e le religioni esistono, e i moventi differenziati a seconda dei delitti, esistono. Quella della magistratura è né più né meno che la solita SBOBBA ONUSIANA.

    RispondiElimina
  2. Non sono in grado di documentare con citazioni circostanziate questa mia affermazione, ma ricordo nettamente casi di crimini nei quali sono state concesse "attenuanti culturali", ovvero è stata attribuita una minore gravità al crimine perpetrato in quanto l'estrazione etnico/culturale dell'autore era tale da connotare il comportamento criminoso come "normale" in relazione alla cultura/etnia di provenienza. Roba da pazzi! Se qualcuno è in grado di ricordare in modo più specifico qualcuno dei casi ai quali mi riferisco, per favore lo faccia.

    RispondiElimina
  3. Ecco l'ultimo in ordine di tempo:

    http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/13_febbraio_18/rivolta-cie-ponte-galeria-2114066572602.shtml

    Poi potrei citartene una riga, tra i quali quel Marc Ahmetovic di etnia rom (o zingara che dir si voglia) che è stato messo ai domiciliari in una villetta sul Conero dopo aver ammazzato cinque ragazzini marchigiani perché ubriaco e alla guida di un mezzo non proprio.

    Lo stupro con morte della signora Reggiani ad opera dello zingaro Mailat in prima istanza costò solo 30 anni all'imputato. Per sua sfortuna quel giudice cadde nelle grinfie di un alto ufficiale della MM (un ammiraglio, marito della signora) e così lui ricorse in cassazione e ottenne l'ergastolo. Ma chi sa se poi Mailat lo farà.

    RispondiElimina
  4. Chiedo venia per un errore: i ragazzini uccisi erano 4.

    RispondiElimina
  5. X Nessie

    Il disastro futuro non è riferito in realtà ai vari casi di cronaca e alle statistiche (cioè all'aspetto quantitativo), quanto (prima) ad un possibile slittamento psicologico verso la sopportazione e (poi) ad un vero e proprio mutamento antropologico e culturale in peggio. Il discorso è lungo e non lo affronto adesso, ma, per quante contraddizioni ci possano essere, la maggiore parità tra uomo e donna è un fatto positivo. Fuori dall'Europa e dall'Occidente (e, ripeto, pur con mille contraddizioni) che cosa dovrebbe difendere o migliorare tale parità? E questo, naturalmente, sfugge sempre ai difensori d'ufficio del multietnicismo e del globalismo.

    x Aldo

    Ricordo anch'io qualcosa del genere. Ho poco tempo per ricercare casi simili, ma appena trovo qualcosa vedrò di segnalarlo.

    RispondiElimina