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lunedì 15 ottobre 2012

Concetti ideologici 4: la lotta di classe

Concetti ideologici 4: la lotta di classe

"Con la concorrenza universale la grande industria costrinse tutti gli individui alla tensione estrema delle loro energie. Essa distrusse il più possibile l'ideologia, la religione, la morale, ecc. e quando ciò non le fu possibile ne fece flagranti menzogne. Essa produsse per la prima volta la storia mondiale, in quanto fece dipendere dal mondo intero ogni nazione civilizzata, e in essa ciascun individuo, per la soddisfazione dei suoi bisogni, e in quanto annullò l'allora esistente carattere esclusivo delle singole nazioni. [...] In generale essa creò dappertutto gli stessi rapporti fra le classi della società e in tal modo distrusse l’individualità particolare delle singole nazionalità. E infine, mentre la borghesia di ciascuna nazione conserva ancora interessi nazionali particolari, la grande industria creò una classe che ha il medesimo interesse in tutte le nazioni e per la quale la nazionalità è già annullata... [...] 
(F. Engels, K. Marx "L'ideologia tedesca")

Con l'"Ideologia tedesca" il materialismo storico ha uno scatto in avanti e diventa la maniera privilegiata per vedere e indagare l'esistente, secondo l'ottica marxista e comunista. I due autori, in quest'opera, si staccano dall'indagine filosofica per affermare la centralità, necessaria, delle condizioni esistenti di vita, specie lavorative. L'uomo non è ciò che pensa e crede e sente, ma pensa, crede e sente in funzione di ciò che fa o, meglio, in funzione di ciò che viene costretto a fare.

Dal brano che abbiamo citato, è altresì evidente che marxismo e comunismo sono consci, da subito, che il grande capitalismo è (anche) globalismo, sia come sconfinamento di fatto, sia come progetto voluto e imposto. Nonostante ciò, marxismo e comunismo, pur volendosi altro rispetto alle "filosofie", finiscono per prospettare la "lotta di classe", ossia una applicazione ideologica di uno stesso schema a tutte le realtà esistenti. La "lotta di classe" è il risultato "filosofico" di una indagine che si pretende scientifica e universale. La neutralità scientifica, unica ragione per la pretesa universalità marxista e comunista, finisce per sporcarsi proprio con la "lotta di classe", non riuscendo ad essere un mezzo di indagine utile a chiunque sia insoddisfatto dell'esistente (perlomeno date certe condizioni socio-economiche). L'idea di "lotta di classe", producendo campi avversi in qualunque realtà possibile, impedisce la valutazione di dinamiche di potere non legate necessariamente al lavoro e alle condizioni materiali, contribuendo anche ad impedire reazioni adeguate rispetto ad eventuali dinamiche negative.

Ciò spiega il perché il Novecento abbia visto l'espandersi, allo stesso tempo, dei sostenitori della "lotta di classe" e del miglioramento delle condizioni dell'esistenza, nel mentre, però, che aumentava il potere delle élites globali e si preparava il grande riflusso che, nonostante (i goffi tentativi attuali di) indignados e occupy-wall-street, perdura ancora. Nonostante marxismo e comunismo abbiano già ab origine la coscienza del pericolo derivante dal dominio globalista, l'idea di "lotta di classe" ha finito per costituire un ostacolo (non il solo) per la comprensione e per la difesa da quel dominio.

Il miglioramento delle condizioni dell'esistenza nel secolo passato ha costituito un bivio, di cui sembrerebbe essere stata scelta la strada sbagliata. L'espansione della classe media avrebbe potuto creare contrappesi alternativi a qualunque potere, in questo proseguendo sul solco delle varie rivoluzioni "occidentali" degli ultimi secoli. Ma la classe media, invece di porsi su questo solco, ossia, invece di prendere il meglio delle rivoluzioni "occidentali", ne ha preso il peggio, ossia il cupio dissolvi (sotto tutti i profili: culturale, identitario, sociale, economico, ecc.), arrivando all'oggi, col dissolvimento di se stessa, da cui deriva anche l'espansione del declino economico per fasce sempre più ampie di cittadini.

D'altra parte, i sostenitori occidentali delle rivoluzioni "orientali" hanno, appunto, portato avanti la "lotta di classe", se non altro come spunto polemico, figura retorica, evocazione. In Italia, il farlo ha impedito di individuare le autentiche manovre di potere, perché nel mentre che queste avvenivano, i "lottatori di classe" stazionavano tra università ed esterni di fabbrichette, ma dov'erano mentre venivano martirizzati Mattei, Pasolini e Moro? Se Pasolini era almeno buono all'uso in quanto "comunista e frocio", che cosa ne fu degli altri due? E dello stesso Pasolini, quanti erano realmente consapevoli di quali potevano essere le possibili ragioni della sua morte (se non di "incidente" si trattò)? Questi soli tre esempi danno l'idea di come le manovre di potere erano sconosciute e di conseguenza anche detentori del potere, seconde linee, obiettivi. Troppo persi dietro la "lotta di classe" e "di liberazione dei popoli" per notare che venivano gettati semi, anche sanguinari, da cui sarebbe derivato lo smantellamento della sovranità nazionale, con tutto il corollario di impoverimento economico, ulteriore servaggio nei confronti di poteri e Paesi stranieri, distruzione delle culture tradizionali (quanti di quelli che hanno pianto il Pasolini "comunista e frocio" lo hanno pianto anche come conservatore?), ecc. Certo, si sarebbe potuto provare a portare avanti una strada "sudamericana" alla rivoluzione, ma si era schiacciati, sotto ogni punto di vista e non solo in Italia, tra Ovest ed Est, senza possibilità alcuna per altri punti cardinali (figurarsi, allora, men che meno il Nord!).

Le migliori condizioni di vita avrebbero dovuto anche migliorare il popolo, ma il popolo, ogni popolo occidentale, ha preferito la dissoluzione, avvenuta nel modo più curioso possibile, ossia soffocandosi sotto sempre nuovi bisogni, mode, pulsioni, viaggi materiali e immateriali, identità artificiali, oggetti, ecc. O, apparentemente in alternativa, ma, in realtà, in maniera complementare, dietro nuovi progetti solidali, internazionali, umanitari. Ovviamente, in nome del progresso. Non della libertà. I borghesi, la classe media, l'italiano medio, ecc., venivano visti dai "lottatori di classe" come naturali nemici, per quanto il secondo Novecento abbia poi visto una costante dissoluzione di quegli stessi lottatori, sempre meno avversi a quei loro nemici e sempre più tra loro simili. I "lottatori di classe" hanno abboccato all'amo come il resto della società italiana: le migliori condizioni di vita hanno via-via spento ogni afflato rivoluzionario. Il comunismo "istituzionale" è divenuto sempre meno alternativo, sino a sciogliersi nel pantano politico degli ultimi venti-venticinque anni. (Sbarazzarsi della Sinistra - da Sinistra, Tonguessy, Appello al Popolo, 11 ottobre 2012)

Ora, se per chi non è comunista (chi può esserlo, oggigiorno?) ciò non è una tragedia, è tragico, questo sì, che in tutti i decenni passati un mondo politico alternativo, o apparentemente tale, di grandi dimensioni e di forte presenza a tutti i livelli sociali, non abbia contribuito a produrre una controstoria del Novecento italiano che non fosse solo ideologica. Certo, è anche possibile che sia stato proprio questo suo innervarsi in una Italia dominata da padroni esteri e istanze sempre più straniere a rendere i "lottatori di classe" sempre meno tali, non solo il venir meno di certe condizioni socio-economiche e culturali. Ma anche in questo appare subito una delle mancanze della "lotta di classe", ossia il sostanziale disinteresse per l'aspetto identitario, per cui quando Pasolini morì, morì da "comunista e frocio", ossia morì menomato, senza che le autentiche istanze dei suoi discorsi e scritti degli ultimi anni di vita potessero avere seguito o ricevere autentico interesse. La scomparsa del mondo contadino, che sconvolgeva Pasolini, veniva vissuta da altri solo all'interno di un discorso sulla "lotta di classe" e sulle classi subalterne (proletari o potenzialmente tali, come i contadini, in una Italia in cui i contadini iniziavano a sparire come nel resto dell'Occidente). Non erano un mondo (come in realtà lo erano). Il mondo progressista, piuttosto, era troppo preso anche da altre cose, come aborto, divorzio, ecc., per preoccuparsi dell'identità di chicchessia. Di nuovo, il progresso e non la libertà.

Avendo ridotto l'identità alla sovrastruttura e reso la società il campo di battaglia della struttura, il popolo finisce per non esistere, tanto quanto non esiste nel globalismo liberista, dove diventa solo massa consumatrice. L'ideologizzazione dei discorsi sulla società e l'eliminazione progressiva della dignità del discorso identitario, patriottico, nazionale, etno-culturale hanno prodotto il vuoto attuale. Non essendo possibile un discorso nazionale, non è altrettanto possibile la difesa della sovranità nazionale. Non essendo possibile un discorso identitario, non è altrettanto possibile difendersi da istanze straniere. (La seconda morte della patria, Stefano D'Andrea, Appello al Popolo, 6 dicembre 2011) Non ci si stupisca, perciò, se i decenni del secondo Novecento non hanno visto una produzione saggistica o articolistica appena minima riguardo quello che avveniva realmente in Italia. Troverete, sicuramente, migliaia di articoli e centinaia di volumi che mettono in luce alcuni aspetti della Storia nazionale, anche sotterranea, ma quanti in maniera organica? Quanti, avendo la possibilità, hanno messo mano ad ogni aspetto storico inquietante e, considerando il popolo italiano nella sua interezza e per se stesso, senza costruzioni ideologiche, hanno provato a valutare l'impatto complessivo e organico della presenza di certi personaggi politici o non politici (da Cefis ad Amato), di certe uccisioni (da Mattei a Falcone e Borsellino), di certe scelte politiche in dati momenti (dall'ambiguità del centrosinistra rispetto alle tv berlusconiane alla tolleranza sostanziale rispetto all'immigrazione di massa, dal non aver creato contrappesi decenti al precariato lavorativo sino al Meccanismo Europeo di Stabilità)? Si è giunti all'oggi impreparati, con tanti appunti sparsi, ma senza tracce univoche o univocamente condivise almeno da chi si dice insoddisfatto dell'esistente.

Nel frattempo, è crollato l'Est, che è divenuto un incerto altro Ovest. Da quel crollo, negli ultimi vent'anni, l'Ovest originario ha intensificato il progetto di delocalizzazione verso qualunque Altrove a buon prezzo, già iniziato uno o due decenni prima. Anche in ciò, i pochi, pochissimi, "lottatori di classe", nel frattempo rimasti, non hanno avuto molto da ridire, né per quello che ciò produceva e produce nelle società occidentali (fine del lavoro), né per quello che produceva o può produrre altrove (se non in quei casi denunciati di sfruttamento dei lavoratori e solo per quello; d'altronde l'industrializzazione è, per alcuni, un destino, preannunciante altro. Beati loro...). In Italia, in particolare, questo ventennio ha forse concluso lo smantellamento non solo della sovranità nazionale (anche grazie al cappio dell'Unione Europea), ma anche della ricchezza e della capacità di produrre ricchezza [ARCHIVIO 17 ottobre 2007].

La crisi economica e sociale di questi ultimi anni è il coronamento finale di quanto seminato nel Novecento. Il progresso (consumistico e/o internazionalista, liberale o socialdemocratico o comunista e post-comunista) ha condotto ad un'epoca apparentemente sregolata, dove la necessità di regole vere viene lasciata a chi ha prodotto questa stessa epoca (chi ha voluto l'Unione Europea così com'è? Chi ha voluto le Nazioni Unite? Ecc.). E non è un problema di "lotta di classe". E', per l'ennesima volta nella storia delle diverse culture umane, un problema di volontà politica, quindi di libertà. Eppure l'idea di "lotta di classe" ritorna nei discorsi di qualcuno, così come permangono ancora residuati polemici (neanche ideologici) come "fascista", "antifascista", ecc., gridati da una tribù urbana contro l'altra. Per tornare all'Italia, sarebbe bastato essere un po' più attenti a certe morti del Novecento (quelle citate sopra), ché l'Italia si sarebbe risparmiata molti errori. Altro che "lotta di classe" o manifestazioni tra aule universitarie e fabbrichette (tra l'altro, col passare degli ultimi anni, sempre più chiuse) o lanci di estintori in piazza! Si sarebbe dovuto inquadrare storicamente quello che avveniva nei propri confini per compiere i passi necessari per rimanere liberi.

Sempre in Italia e sempre negli ultimi vent'anni (e più), ci si è accontentati di storie di tangenti e corruttele, vere o presunte, per anni e anni e in migliaia e migliaia di articoli di giornale e servizi televisivi e post su internet, ma i "lottatori di classe", se realmente avessero voluto portare avanti tentativi di difendere il lavoro e la dignità dei lavoratori e dei cittadini, avrebbero anche dovuto inquadrare tutto quello spettacolo di arresti, accuse, polemiche, su uno sfondo più ampio, senza necessariamente godere (tribalmente) per come quello spettacolo veniva inquadrato (verso il centro e verso destra, ma meno verso sinistra).

Uno sfondo più ampio per capire quanto quella vera o presunta corruttela influisse realmente nei processi democratici o nelle fortune dell'economia nazionale, oppure se i discorsi attorno ad essa possano aver sviato da questioni più importanti.

Separando, da una parte, le vicende che hanno condotto alla fine della Prima Repubblica e ai primi anni della Seconda e, dall'altra, il resto degli anni a noi più vicini, si dovrebbe intuire come le divisioni ideologiche, ormai già al tempo residuali, siano state una delle cause, se non la causa, per il successo mediatico e retorico dell'annientamento della vecchia classe dirigente italiana, così come quella vicenda, a sua volta, sia stata una delle cause, se non la causa, che ha permesso un nuovo successo mediatico all'insegna della crisi istituzionale, politica, culturale ed economica italiana che stiamo conoscendo negli ultimi anni.

Detto altrimenti: l'ideologia residuale non ha permesso di capire cosa abbia realmente significato la fine della Prima Repubblica. Oltre a ciò, le vicende fraintese della Prima Repubblica sono servite per creare (o hanno creato solo involontariamente? Bella questione) l'immagine di una Italia allo sbando da decenni (invece che da anni, al limite), permettendo con più facilità, prima, un ricambio generazionale politico ormai chiaramente molto discutibile e, successivamente, giustificando il Governo tecnico e il definitivo dominio europeista e atlantico.

L'attuale crisi economica (e politica, soprattutto) è iniziata, ormai, nel lontano 2008. Lontano, perché allora, e per un paio di altri anni, era più facile sentir parlare di riorganizzazione della finanza internazionale e del sistema bancario, maggiori controlli sia della finanza "visibile" sia del sistema delle "dark rooms" et similia, presenza maggiore dello Stato in campo economico, messa in discussione del potere delle agenzie di rating, ecc. Passati quei due-tre anni, nulla è accaduto. Si perde tempo con gli slogan internazionali alla "siamo il 99%", nel mentre che (pochi esplicitamente, qualche altro sotto-sotto, tutti gli altri forse indifferenti, intontiti o che) si invidia singole realtà come Argentina o Islanda, ognuna delle quali, per conto proprio, secondo la propria indole, si governa da sé. In nessuno dei due casi c'è stato bisogno di paradisi-in-terra. Si tratta di realtà ancora in divenire, ovviamente, ma, come è ovvio, le cose o le si fanno o non le si fanno, ferma restando la terza possibilità: i totalitarismi ideologici. Ognuno, naturalmente, in questo terzo caso avrà le proprie preferenze. Scioccamente... Meglio sarebbe non avere preferenze ed essere solo italiani (in quanto italiani. Oppure francesi in quanto francesi, tedeschi in quanto tedeschi, ecc.).

Anche perché il globalismo (solo economico?) potrebbe sapersi insinuare quasi ovunque, come affermava l'economista e storico Antony C. Sutton: Wall Street and the Rise of Hitler e Wall Street and the Bolshevik Revolution, i tre volumi di Western Technology and Soviet Economic Development, ecc. Ora, se rimane problematica l'idea di un contributo significativo all'ascesa hitleriana (non solo per la Seconda Guerra Mondiale e il suo esito, ma anche per tutti i decenni successivi di demonizzazione, che sembrano nascondere qualcosa ancora da indagare. Tanto per cambiare...), la questione dei rapporti da capitalisti e bolscevismo, per quanto in un primo momento più difficile da credere, risulta meno problematica per come la Storia del Novecento si è poi svolta, non essendoci stato, tra Occidente liberale e Oriente comunista, l'approssimarsi di un vero punto di rottura.

Sutton porta ulteriormente avanti una idea non nuova (ad esempio, già nel 1967 uscì il volume del giornalista Marcello Lucini "Chi finanziò la Rivoluzione d'Ottobre?", Editrice Italiana), ossia che la Rivoluzione del 1917 sia stata possibile anche grazie a finanziamenti di capitalisti statunitensi e occidentali in genere, allo scopo di spazzare via, guarda caso, l'alterità zarista da un'Europa sulla via del capitalismo. Ma Sutton aggiunge che proprio lo sviluppo successivo, anche industriale, dell'Unione Sovietica sia stato reso possibile dal denaro di Wall Street. La stessa Guerra Fredda non sarebbe stata altro che una gigantesca macchina sforna-contratti (l'economia di guerra senza la guerra. Vi dice nulla la guerra al terrorismo? Vi dicono nulla i rapporti tra Occidentali e Arabi?).

Ora, se una tale ipotesi risultasse corretta, significherebbe che tutta la Storia del Novecento (occidentale e non solo e non solo quella del Novecento) non andrebbe letta secondo le risibili idee della "lotta di classe", ma secondo la lotta "ideale" tra globalismo e popoli. Tutta la Storia degli ultimi cento anni andrebbe rivista completamente, e non sarebbe una storia di classi sociali piegate dal Potere, ma del potere di piegare la realtà, là dove i popoli non sanno ancorarsi ad essa per difenderla e difendersi. Dove muoiono i popoli di carne e sangue e confini nazionali, là prospera l'Idra dalle molte teste.

19 commenti:

  1. Difatti se c'è una lotta di classe c'è anche una lotta fra generi, razze, generazioni, orientamenti sessuali, religioni , ideologie, patrie e clan.

    Non credo che quella tra popoli svetti sulle altre. Inoltre il vero problema è che il concetto di lotta ha senso quando c'è una minaccia poiché altrimenti tra razze, religioni, ideologie, generi, generazioni, classi,patrie e clan si può vivere tranquillamente ed in armonia.

    Daouda

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  2. Eccolo il solito perbenista sinistrorso (quando non straniero!) che arriva a fare la sua predica egualitarista e politicamente corretta, palesando così, inevitabilmente, tutta la propria pochezza intellettuale.

    Dir che “se c'è una lotta di classe” allora “c'è anche una lotta fra generi, razze, generazioni, orientamenti sessuali, religioni , ideologie, patrie e clan” non ha ovviamente senso. Non è che sia una generalizzazione, un mettere tutto nello stesso calderone, no, è proprio una frase senza significato alcuno. Ma vabè, fino a qui nulla di grave, o meglio, nulla di cui stupirsi, dopotutto i vari servetti del sistema (che dal basso della loro ignoranza credon d’essere dei gran pezzi di rivoluzionari, ci mancherebbe altro!) danno prova ogni giorno da 67 anni a questa parte di quanto siano lobotomizzati, e credo che Lif ci sia abituato.

    “Non credo che quella tra popoli svetti sulle altre.”

    Quella tra popoli svetta eccome sulle altre, e perché dette altre sono risolvibili tramite semplici buona volontà e collaborazione (come quella tra classi, vedi nazionalsocialismo e fascismo) e perché la prima risponde al bene supremo: la Patria, valore questo che non è “vecchio” o “antiquato”, bensì semplicemente ETERNO. Ma lottare per la propria identità, i “sinceri democratici” non riescono a comprenderlo, non significa e non ha mai significato voler distruggere quella degli altri (è OVVIO che non significhi ciò, ma nell’epoca del Kali Yuga financo l’ovvio viene messo in discussione, mentre dall’altro lato si dà per scontata, ad esempio, la veridicità della storiografia ufficiale, fino a farla diventare dogma (ogni riferimento al fantacausto e a certe leggi liberticide è puramente casuale)) !

    “Inoltre il vero problema è che il concetto di lotta ha senso quando c'è una minaccia poiché altrimenti tra razze, religioni, ideologie, generi, generazioni, classi,patrie e clan si può vivere tranquillamente ed in armonia.”

    Appunto, se non v’è una minaccia, le varie patrie possono benissimo “vivere tranquillamente ed in armonia”. Ed allora perché le volete distruggere buttandole tutte in quel calderone genocida che va sotto il nome di multiculturalismo? Ed è proprio questo il punto, caro Daouda: la minaccia che lei non riesce a vedere c’è eccome, ma solo per gli Europei: si chiama invasione, con conseguente rischio d’estinzione.

    Saluti.

    Leone89

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  6. Curioso Lif, che in toni assai più leggeri del tuo post, anch'io abbia affrontato il tuo stesso tema. E ho dovuto mettere per l'uopo, una nuova etichetta: POSTCOMUNISMO. La verità è che "la lotta di classe" contro il capitalismo (e oggi il turbocapitalismo finanziario o tecnocapitalismo) è l'unico schema di movimento consentito da L'OR Signori. L'unico schema ad avere legittimità storica. Tutto il resto è "deriva populista" o peggio "male assoluto".
    Non conosco questo Antony Sutton, ma so che Alexander Solzenytzin dice più o meno le stesse cose nel merito della Rivoluzione Bolscevica e di chi la foraggiava. E' solo che quando lo diceva, poteva circolare solo in samizdat. Oltre al Gulag fisico si è fatto quello intellettuale. Ciao Lif.

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  9. x Nessie

    sul tuo post intervengo lì da te. Riguardo la questione dei finanziamenti occidentali, ad esempio, la gente comune in Russia lo sa benissimo. Ricordo che ai tempi della devastazione eltsiniana, una conoscente moscovita me ne parlò, tra la mia e altrui incredulità.

    x Daouda e Leone

    innanzitutto vi chiedo di non scatenare inutili diatribe e di tornare sul tema, senza polemizzare per particolari o eventuali frasi infelici (faccio presente a Leone che, se ben ricordo, da altri lidi, Daouda non è o non dovrebbe essere "sinistrorso", mentre è o dovrebbe essere "cristiano", forse "cattolico". Questo non perché chi è "sinistrorso" o chi non è "cristiano" non possa intervenire qui o per qualche altra ragione, ma solo come precisazione, che Daouda, se vorrà, confermerà o meno).

    Vengo quindi alla questione centrale, da cui la polemica stessa è partita: Daouda dice che la lotta tra popoli non sia la più importante. Può darsi. Non a caso la questione è la lotta tra popoli liberi e globalismo. Ma l'articolo che ho pubblicato non è semplicemente questo, quanto soprattutto un modo per parlare dell'Italia e della sua tragica storia del Novecento. Il punto dell'articolo, quello più importante, è il fatto che forme ideologiche hanno mascherato quello che avveniva in Italia e dell'Italia. Ciò reso possibile dal fatto che non si considerava più l'Italia di per sé e gli italiani di per sé, ma sempre solo in funzione di altre istanze (appunto ideologiche).

    In Italia la convergenza parallela CONSUMISMO+LOTTA DI CLASSE ha impedito, secondo alcuni (tipo Fasanella e Cereghino in Il Golpe inglese), altre convergenze parallele, tipo democristiani+comunisti (ecco il delitto Moro). Ora, se quest'ultima convergenza forse non era così auspicabile (ma chissà?), il consumismo e la lotta di classe, comunque sia, hanno impedito di comprendere la realtà italiana per come si stava svolgendo e, dati i loro cascami attuali, per come ancora si svolge.

    In questo non c'è lotta tra popoli, ma c'è l'assenza di una coscienza nazionale degli italiani, da cui traggono beneficio gruppi d'interesse per lo più stranieri (il che non è lotta tra popoli in senso proprio).

    Non entro nel merito, per non dilungarmi troppo, su cosa significhino popolo, identità, ecc. Finisco però dicendo che, per quanto si voglia vedere nel "noi" un dato anche dinamico, non solo chiuso, ciò non toglie che in Italia, negli ultimi decenni, il "noi" comunque non è stato difeso minimamente (abbiamo tutti presente le svendite dei beni pubblici, l'assenza di leggi sulla natalità, l'esterofilia culturale e subculturale, le delocalizzazioni?). Inutile lamentarsi se il "noi" di qualcuno suona troppo duro, quando si è fatto di tutto per negare, nei fatti sicuramente, quello stesso "noi".

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  15. X Daouda e Leone, ho cancellato la gran parte dei commenti polemici che avete postato, perché inutili alla discussione e gratuiti. Non abbiatene a male, ma non sono tempi per sprecare energie in "bisticci". Potete, se vi va, riprendere il discorso, ma in maniera più costruttiva.

    Riguardo, però, un paio di punti (da alcuni commenti cancellati)...

    Daouda: mi espliciti meglio il riferimento a Politica Romana e a(i tipi di) Saturnia, rispetto al cristianesimo?

    Leone: al momento, sinceramente, mi sfugge se Junger provasse interesse per i Soviet. Non mi stupirebbe, dato "L'Operaio", che ciò possa essere avvenuto, non attraverso il filtro comunista, ma attraverso l'ottica propria e particolare, e forse ancora da valutare appieno, di quello scritto jungeriano. In ogni caso, Junger, se non altro per la sua vita lunga e complessa, è personalità molto sfaccettata e contradditoria. Chi ha interesse nelle questioni identitarie e anti-globaliste comunque è bene legga "Il Trattato del Ribelle" oppure "Oltre la linea" (con Heidegger) ma anche proprio "L'Operaio", più complesso, apparentemente sfasato rispetto a quegli altri e alle tematiche identitarie, ma, forse, più proiettato verso un futuro non ancora del tutto manifestatosi.

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  16. Credo sia più meritorio cancellare anche i nostri primi messaggi giacché se lui mi interpella interpretando male le mie parole mi lasci, tu Lif, comunque chiamato in causa ergo non risolvi armoniosamente la faccenda.
    non ha saputo leggere Guénon con profitto.


    I tipi alla saturnia regna e politica romana non negano la provvidenzialità del cristianesimo, la figura divina del Cristo e ne riconoscono l'ortodossia tradizionale.
    Da questi tipi, quantunque alcuni errori siano più insidiosi ( appiattire sovente il cristianesimo alle dottrine cattoliche, dimenticarsi ad esempio che il simbolismo ed il ritualismo non implichino alcuna realizzazione intrinseca come ben delinea Guénon nella differenziazione tra iniziazione virtuale ed effettiva, dimenticarsi della situazione degenerescente e cancerogena dell'impero, dimenticarsi della cessata continuità della tradizione che pretenderebbero rappresentare, una faziosa lettura degli scritti dei padri della Chiesa che sono scritti, spesso, divulgativi e non tecnici-metafisici ) rendano mal mirate le critiche che muovono al cristianesimo, c'è solo da imparare.
    Le critiche più importanti sono:

    -l'esclusività della salvezza nella Chiesa
    -l'assenza del concetto di regalità divina immanente
    -l'assenza della possibilità per l'homo dell'apoteosi possibile solo se mediata in Cristo

    tematiche che si frammischiano con l'azione antipolitica ergo antiromana dei cristiani e quindi con la condanna di queste.
    Il problema è che tali temi per via degli errori su citati e della riduzione del cristianesimo all'aspetto psichico eso-exoterico come ben illustrano loro, sono quasi irrisolvibili dall'una e dall'altra parte.

    Ad ogni modo niente a che vedere con i tradizionalisti archeologisti...

    Daouda

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    1. il non ha saputo leggere Guénon con profitto non è riferito a Leone ma faceva paarte di una risposta più articolata alla tua stessa domanda.
      E' un refuso, curioso, ma un refuso.

      saluti, daouda

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  17. x Daouda

    non cancello i primi commenti, perché, secondo me, da lì si può ripartire, volendo. Sulle due riviste, mi stupisce un po' quello che scrivi, in particolare su Saturnia. Dovrò controllare. A questo punto vorrei però sapere chi sono i "tradizionalisti archeologisti"?

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  18. La rivista "La Cittadella" e relativa visione ad esempio.

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