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domenica 30 settembre 2012

[Segnalazioni librarie] Elogio delle frontiere e Limite

[Segnalazioni librarie] Elogio delle frontiere (di Régis Debray) e Limite (di Serge Latouche)

Presentiamo due recenti e agili volumi di noti autori d'Otralpe, come il discusso Régis Debray o l'altrettanto discusso, pur per ragioni differenti, Serge Latouche, uno dei maggiori esponenti dell'idea di decrescita economica.

Elogio delle frontiere

"I nostri "senza frontiere"  vogliono cancellare l'inconveniente di essere nati?"

Debray, pur provenendo politicamente dalla sinistra rivoluzionaria (mai del tutto risolto l'enigma su chi portò alla cattura e uccisione di Ernesto Che Guevara) e pur appoggiando attualmente l'inutile Front de Gauche dell'altrettanto inutile Jean-Luc Mélenchon, ha idee particolari su ciò che concerne i sistemi di credenze necessari per tenere assieme una società e una cultura. In una intervista di alcuni anni fa, ad esempio, affermava che non ci si può sbarazzare dell'ethnos, così come il demos, inteso come comunità costituita da una certa convinzione, non può bastare. Ci deve essere una certa nostalgia per qualcosa di ideale e passato e inserito nella propria storia, affinché si guardi avanti, rivoluzioni comprese. Per lui, le rivoluzioni sudamericane del Novecento erano nazionalismo in marcia sotto la bandiera rossa (Tous les hommes ne sont pas frères, intervista di Elisabeth Lévy a Régis Debray, Causeur, 12 marzo 2009).

Nel presente volume, uscito in Italia la scorsa primavera, Debray sintetizza l'idea che tra muri invalicabili o livellamenti globalizzanti esista una terza possibilità, ossia il confine. La frontiera prosegue in ambito socio-culturale ciò che la pelle è per il singolo essere vivente, ossia quel qualcosa che permette l'individuazione dello stesso, la sua sopravvivenza e, al contempo, lo scambio equilibrato con l'esterno e col diverso.

Ciò che è vivo è separato. Ciò che è morto non necessita di confini. Non è un caso che nella Genesi Dio separi la luce dalle tenebre. Non è un caso che sia Zeus a separare il maschile dal femminile. Non è un caso, aggiungiamo noi, che Remo muoia nel momento in cui si oppone alla creazione dei confini di quella che diverrà Roma.

Scrive Debray: "Il contorno amputa, certo, ma per meglio includere, e ciò che un io o un noi perdono in superficie, lo guadagnano in durata. [...] Il perpetuarsi di un'entità, collettiva o individuale, si sconta con una ragionevole umiliazione: quella di non essere a casa propria ovunque".

L'internazionalismo non vuole sentire ragioni, però. I vari -ismi degli ultimi secoli (dal liberalismo all'islamismo, ecc.) sono un "palliativo allo sradicamento". Gli -ismi attualmente ancora esistenti, ci sembra, lo siano in funzione del denaro, non di qualcosa di più profondo. Possono pretendere meno frontiere e più passaggi liberi, proprio perché col denaro possono comprare qualsiasi cosa. Ed è proprio il "denaro, che si infuria di fronte a tutte le barriere e non tollera l'eccezione culturale. La frontiera ha cattiva stampa, perché difende i contropoteri. [...] Sono coloro che non posseggono nulla ad avere interesse ad una demarcazione chiara e precisa. [...] La frontiera - per quanto poco - rende uguali potenze disuguali".

Limite

"Darsi dei limiti è il gesto che distingue la civiltà dalla barbarie"

Latouche, in questo volumetto, pubblicato da poche settimane, costituente una sorta di sintetica rassegna sull'idea di limite applicata ad ogni aspetto dell'esistenza, conclude affermando che la decrescita, da progetto economico, deve essere ormai più ambizioso, in quanto la dismisura economica inquina tutta la società, divenendo dismisura morale, culturale, tecnologica e scientifica, ecc. Il progresso senza limiti distrugge le libertà, distrugge le differenze, distrugge le culture, distrugge, in una parola, il mondo.

"Gli uomini fanno veramente comunità solo nella prossimità e percependo la loro differenza dagli altri", tanto che Latouche afferma che la frase di André Gide ("i pregiudizi sono i pilastri della civiltà") sia veritiera. Per quanto i pregiudizi non debbano essere eccessivi, la loro assenza totale è, per Latouche, assolutamente vergognosa. In qualche maniera, l'attacco culturale ai pregiudizi è il segno di uno smantellamento dell'etica e della morale dalla società. Un pregiudizio va discusso. Un limite va discusso. L'assenza di essi è invece il dominio della trasgressione infinita (trasgressione orizzontale), che nasconde il dominio del più forte (trasgressione verticale).

La trasgressione verticale non è il dominio di una autorità riconosciuta localmente, ma quello di una classe di potere sradicata, spesso invisibile, non perché inconoscibile o nascosta, quanto perché dissimulante i propri interessi e scopi dietro classi politiche e mezzi di informazione compiacenti (il famoso "Soros filantropo" di gadlerneriana memoria). Dominio cresciuto grazie al costante smantellamento degli Stati e dei confini nazionali, così come delle culture. Non a caso, come dice Latouche, "non esiste nessun progetto politico che punti a mantenere il legame sociale" (per la Thatcher la società semplicemente non esisteva, ad esempio). Ma non esiste alcun interesse per il legame sociale, proprio perché non c'è prossimità.

Non è un caso che la democrazia divenga fasulla (in Italia s'avanza lo spettro di un Monti-bis, magari senza elezioni politiche), in quanto essa "può funzionare soltanto se la politeia è di piccole dimensioni e fortemente ancorata a valori specifici". Sostituendo la cultura locale con bisogni sradicanti, gioco facile ha il dominio dei globalizzatori, i quali drogano quel che rimane della società con la non-cultura dell'illimitato, la quale cresce soprattutto sui singoli e i sogni/deliri/incubi di costoro, con tutti i disastri etici e morali che conosciamo. La non-cultura dell'illimitato è etnocida, è genocida, ma anche distruzione, follemente cieca, dei limiti naturali e delle riserve naturali. E' indifferente alla seconda legge della termodinamica, nonostante si dichiari la più scientifica delle culture conosciute. Boriosa sino all'eccesso, la non-cultura dell'illimitato non ammettendo limiti, quasi ammette il proprio infantilismo, secondo cui tutto dovrebbe essergli dovuto, anche l'impossibile. I dominanti, così come i dominati attuali, vivono improntati all'idea del sempre possibile e del sempre dovuto. Si acquista tutto, pur non avendo denaro (debiti, rate, ecc.), pur avendo già tutto (consumismo, obsolescenza, ecc.), pur non avendone bisogno (infelicità programmata, secondo le confessioni del pubblicitario francese Frédéric Beigbeder).

Il risultato è l'inquinamento sia della natura, sia della mente e dello spirito. Il vecchio proverbio del "troppo stroppia" non è più ascoltato, ma non di meno è veritiero. Ma i dominanti non se ne avvedono e già, piano piano, avanza la loro soluzione, in linea con quanto finora conosciuto: la sostituzione degli esseri naturali con esseri artificiali. Arti e organi artificiali, dominio farmaceutico, ogm, ecc., preludono ad una sempre nuova "creazione" della natura da parte dell'uomo (e anche la società multietnicista e la tolleranza sessuale sono propedeutiche a ciò?), anche in questo caso indifferente a qualunque limite. "Secondo i greci, gli Dei precipitavano nell'abisso della dismisura coloro che volevano perdere" (Alain Caillé). Chi pagherà il conto?

4 commenti:

  1. Ciao Lif e Bentornato! Ho letto i pezzi e ogni ravvedimento da gente che ha sempre praticato dottrine "internazionaliste" come Debray, è sempre ben accetto. Tuttavia ritengo che certa gente dovrebbe mettersi innnanzitutto, d'accordo con se stessa e tracciare una buona volta una "linea di confine" fra le dottrine mondialiste e internazionaliste e quelle identitarie.
    In mancanza di ciò lo faccio io su modello Bignami:

    1) Il socialismo, e il comunismo sono mondialisti (proletari di tutto il mondo unitevi - diceva Marx).

    2) Il liberalismo e il liberismo sono mondialisti ( il dogma della libera circolazione degli uomini, delle merci e dei capitali)

    3) Il cristianesimo cattolico di Santa Romana Chiesa è mondialista (l'ecumenismo e l'evangelizzazione universale). Non lo è invece, quello cristiano-ortodosso russo.

    Per ora termini qui la mia lista.

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  2. Ciao Nessie e ben ritrovata anche a te! La tua lista mi trova quasi d'accordo, tranne forse per il socialismo, dato che ha sempre dimostrato di essere declinabile anche in forme locali. Alla lista vanno aggiunti pensiero tecnocratico, islamismo, ebraismo, cristianesimo protestante, dirittoumanismo.

    Comunque sia, sì, Debray dovrebbe un po' chiarirsi le idee, perché è impensabile essere identitario ed andare dietro un Melenchon qualunque (anche se Debray non so se vorrà mai definirsi come identitario). In ogni caso, consiglio quel suo testo, per i molti spunti presenti.

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  3. L'islamismo è universalista, l'ebraismo è universalista, il cristianesimo cattolico è universalista, il comunismo è universalista, il socialismo non è detto, come ha detto Lif dipende dalla forma, esistettero ed esistono forme di socialismo nazionale. Il protestantesimo dipende, alcune forme lo sono, altre no, ma comunque il cattolicesimo lo è di più.

    Per il resto concordo e questo autore dimostra che certe forme di pensiero esplicitamente o implicitamente identitarie possono benissimo venire da scene ideologiche diverse da quella cosiddetta di Destra Radicale o dalle scene Etnonazionaliste

    Saluti da un vecchio lettore(ed ora anche blogger) che ha riscoperto questo blog

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