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venerdì 13 aprile 2012

Dai "fiumi di sangue" ad oggi

Dai "fiumi di sangue" ad oggi: rompendo il tabù della cacciata degli immigrati

Era il 20 aprile 1968, quando il politico conservatore britannico Enoch Powell pronunciò uno storico discorso contro l'immigrazione di massa e la società multietnica, venendo immediatamente cacciato dal partito, ma indovinando sostanzialmente gli effetti che quel fenomeno denunciato sta provocando. Nel "Rivers of Blood Speech" (come è ormai ricordato [più avanti trovate la trascrizione integrale in inglese]) Powell prefigura un crescente aumento della popolazione allogena, con intere zone urbane dominate da etnie e culture straniere, spesso portatrici di istanze e valori molto differenti od opposti alla cultura autoctona. La cronaca degli ultimi anni, per quanto riguarda il Regno Unito, ma anche per altre nazioni, che hanno seguito lo stesso percorso di sradicamento etno-culturale, conferma la previsione di Powell, senza tema di smentita.

Il riferimento ai "fiumi di sangue" è una citazione da Virgilio (Eneide 6, 86-7), dove la Sibilla profetizza terribili guerre e fiumi schiumanti di sangue. Il demografo francese Yves-Marie Laulan (già citato riguardo i costi dell'immigrazione in Francia [1 febbraio 2012]) ricorda come la gran parte degli allontanamenti, da un territorio in cui una certa popolazione si sia impiantata più o meno stabilmente, avviene in maniera violenta. Laulan cita però anche il caso della Liberia, che, perlomeno, per il rientro in territorio africano di schiavi neri dagli USA è stato un fenomeno pacifico.

In realtà, Laulan non lo ricorda, ma esiste anche l'Operazione Wetback negli USA meridionali degli anni '50, che portò all'allontanamento di quasi un milione di immigrati messicani irregolari, spesso in maniera volontaria e comunque con un numero limitato di episodi violenti.

Che l'ipotesi di un allontanamento, magari coatto, possa impressionare qualcuno, lo crediamo, ma questa epoca, che dello stravolgimento di ogni tabù ha fatto la propria regola, perché mai dovrebbe sopportare anche questo, ossia che l'immigrato e gli immigrati non si debbano dall'Italia allontanare? Su che basi dovrebbe avere più importanza il benessere dell'ultimo arrivato, rispetto al benessere non semplicemente dell'italiano come singolo, quanto del viver italiano, cioè della cultura, della lingua, dell'indole di chi ha reso, nel bene o nel male, l'Italia come Italia, ed intesa non solo come quella di oggi, ma come quella delle ultime generazioni viventi o appena trapassate, ma ancora vicine nel ricordo, per non citare i secoli passati?

Chi crede che l'immigrato sia esso stesso un tabù intoccabile, nello stesso istante in cui ne vorrebbe mettere in rilievo l'unicità, sta mentendo due volte, perché un tabù non è una persona e perché molti stranieri appartengono a culture dove l'unicità personale non ha alcuna importanza. E riempire l'Italia di tabù e di non-persone non è un ideale sensato. Non lo è anche sperando che col tempo tutti divengano italiani. Riempendo la brocca dell'acqua col vino, all'inizio il vino sarà annacquato, ma dopo un po' i gradi dell'alcol si faranno sentire, eccome!

E' semplice buon senso. Quello che ha ispirato il discorso di Enoch Powell nel '68. Quello che ha fatto dire al musicista Eric Clapton, nel 1976, che Powell c'aveva visto giusto (scatenando una lunga polemica). Quello che ha fatto dire a Beppe Grillo che la "liberalizzazione delle nascite", con la cittadinanza concessa ai figli degli immigrati, per la sola ragione di essere nati in Italia, è un falso problema, che non aiuta il popolo italiano in tempi di crisi economica. Certo, Grillo afferma che la cittadinanza ai figli degli immigrati è un falso problema in due sensi, sia perché i multietnicisti non danno risposte, ma solo vacui propositi fondati sul nulla, sia perché gli "xenofobi" possono cavalcare paure.

Ma Enoch Powell parlava nel 1968! Non nel 2008 o nel 2012! Parlava quando tutto sembrava promettere alla Gran Bretagna e all'Europa il mondo intero e la libertà del e nel mondo stesso. E Powell aveva ragione! Lui non parlava da una situazione e da una posizione di difficoltà, di crisi. Parlava da una nazione al centro del mondo, da una posizione personale privilegiata e faceva un discorso di buon senso. Che si è avverato, purtroppo per tutti.

Ora, piano-piano, di discorso in discorso, di scambio di idee in scambio di idee, di dibattito in dibattito, bisognerebbe ritrovare il buon senso e incominciare a puntare alla fine di quel tabù che dicevamo, ossia alla fine dell'idea che gli immigrati possano restare qua, tranne rari casi. Non è così. Non è un problema di casi, più o meno rari. E' un problema di equilibri; è un problema di numeri; è un problema di cultura. Se Rotterdam diventa una città quasi islamica è un problema. Se in alcune zone si aprono solo moschee e si chiudono chiese è un problema (anche per chi non è credente, ma è comunque europeo). Se in molte nazioni, Italia compresa, la percentuale di furti e rapine, stupri e omicidi, è dovuto significativamente a stranieri o "seconde generazioni" è un problema. E tale problema non è risolvibile solo con pochi allontanamenti o con denaro pubblico speso per fantasiosi progetti di inclusione/integrazione degli stranieri, anche perché costoro non sono pupazzi senza cervello e senza cultura propria originaria, desiderosi come Pinocchio di diventare umani. Chi porta istanze altre e tali istanze, per l'aumentare dei numeri di chi le porta, costituiscono un rivolgimento alla lunga pericoloso per la cultura autoctona, allora la soluzione non è e non può essere l'accoglienza e l'integrazione, ma solo l'allontanamento, più o meno coatto.

Nel sintetico intervento di Beppe Grillo, viene citata la campagna L'Italia sono anch'io [in PDF], volta a sostenere la cittadinanza per i figli degli stranieri. La campagna è stata promossa da numerose associazioni e sigle sindacale, molte delle quali cattoliche. Nelle ultime due pagine della proposta legislativa si legge come, secondo costoro, si dovrebbero trovare i fondi per rendere possibile l'introduzione di tale cittadinanza. Si inizia, perciò, con la diminuzione delle spese militari. E' una furbata. Diminuire le spese militari piace a molti ed è un argomento spicciolo che viene usato spesso, salotti televisivi alla Porta a Porta compresi. Si prosegue poi chiedendo che parte dei fondi per la detenzione ed espulsione degli immigrati, così come per gli accordi sui respingimenti e i rimpatri degli stessi immigrati, vengano stornati in favore dell'inclusione degli immigrati.

Tali proposte di legge, perciò, ovviamente, non hanno il benché minimo scopo di riequilibrare il fenomeno dell'immigrazione di massa, quanto di aprire i confini nazionali il più possibile, senza porsi problemi di alcun genere. Quanta capacità di inclusione ha l'Italia? Non si sa e d'altronde il problema ai multietnicisti non interessa. Nonostante nel resto d'Europa gli esempi indichino solo fallimenti. Powell was right.

Il politologo Giovanni Sartori, per contrastare in qualche maniera le "porte aperte", fa una curiosa proposta: lasciar entrare chiunque, ma rendere facilissima l'espulsione. Una sorta di liberalizzazione estrema, che renda inutili ad un tempo sia lo ius soli che lo ius sanguinis. Con una condizione: niente voto agli stranieri. Essi sono liberi di stare nel territorio italiano quanto vogliono, senza preoccuparsi di dover avere un lavoro. Ma al minimo sgarro, immediata la cacciata.

Posizione questa quasi paradossale, ma che può aiutare a mettere in evidenza alcuni aspetti: se uno straniero viene in Italia per lavoro, perché dovrebbe volere altro? E se vuole altro e questo altro non coincide con, diciamo così, l'italianità, perché dovremmo concederglielo? Pensateci, soprattutto se su queste tematiche avete dubbi o addirittura siete, per inclinazione e perversione, multiculturalisti.

Intanto, le proposte di Yves-Marie Laulan possono essere un più ragionevole punto di partenza per arrivare ad una moderna Operazione Wetback. Laulan, ad esempio, propone:
  • diminuzione consistente di tutte le voci relative alle quote d'ingresso per gli stranieri, comprese quelle per i richiedenti asilo, i cui casi andrebbero valutati con maggiore severità.
  • eliminazione, dove presente, dello ius soli.
  • controlli d'identità a tappetto nei luoghi pubblici. Le forze dell'ordine possono richiedere i documenti a chiunque per valutare l'irregolarità o meno della presenza della persona sul territorio nazionale.
  • eliminazione di qualunque prestazione in favore degli immigrati irregolari, compresi i loro figli (scuola, sanità, ecc.).
  • espulsione coatta degli irregolari, per via amministrativa e non giudiziaria, e senza preoccuparsi della nazionalità autentica della persona, quanto solo dell'area di provenienza (immaginiamo che un richiedente asilo genuino avrà tutto l'interesse a dimostrare la sua vera identità).
Ora, possiamo benissimo immaginare le sirene multietniciste gridare scandalizzate per simili idee e proposte, ritenendole sia irrealizzabili, sia contrarie all'ideologia dei diritti umani. Ma, ripetiamo, il resto dell'Europa così come l'Italia stanno dimostrando il fallimento su tutti i fronti della chimera multietnica e multiculturale. Se qualche governo o almeno partiti o movimenti volessero sposare simili proposte lo farebbero solo per rimediare agli errori di alcuni decenni. Non per ledere alcunché. L'immigrazione deve diventare un fenomeno equilibrato, dove l'equilibrio è dato dall'identità etno-culturale degli autoctoni. Si parte da questa per poi, eventualmente, ospitare stranieri. Ogni altro progetto è follia. Come Powell ha prefigurato.

  • La liberalizzazione delle nascite (Beppe Grillo, dal suo blog, 23 gennaio 2012):
La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso ( http://www.litaliasonoanchio.it/fileadmin/materiali_italiaanchio/pdf/Prop_cittadinanza_-_relazione_intro_.pdf ). O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall'altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della "liberalizzazione" delle nascite.

  • Una soluzione di buon senso (Giovanni Sartori, Corriere della Sera, 26 gennaio 2012):
Non sappiamo se l'Europa verrà sottoposta nei prossimi anni a migrazioni bibliche a seguito della «primavera araba» che senza dubbio ha rotto le dighe che sinora la frenavano. Il fatto è che l'esplosione demografica dell'Africa è già avviata; e siccome gli affamati non cercano la salvezza tra altri affamati, è piuttosto ovvio che un numero sempre crescente di povera (poverissima) gente cercherà la salvezza in Europa.

È un problema, questo, che sinora abbiamo affrontato in chiave ideologica (di razzismo o no), che è un modo di renderlo insolubile o comunque mal risolto. Ma due giorni fa Beppe Grillo lo ha inopinatamente risollevato. Tanto vale, allora, ricominciare a pensarci. E avrei un'idea, una proposta.
Inghilterra e Francia sono a oggi i Paesi più «invasi» (anche per via della loro eredità coloniale) e oramai accomodano una terza generazione di immigrati da tempo accettati come cittadini. La sorpresa è stata che una parte significativa di questa terza generazione non si è affatto «integrata». Vive in periferie ribelli e ridiventa, o sempre più diventa, islamica. Si contava di assorbirli e invece si scopre che i valori etico-politici dell'Occidente sono più che mai rifiutati.

Che senso ha, allora, trasformare automaticamente in cittadini tutti coloro che nascono in Italia, oppure, dopo qualche anno, chi risiede in Italia?
Questa è stata, finito il comunismo, la tesi della nostra sinistra, sostenuta dall'argomento che chi lavora e paga le tasse in un Paese si paga, per ciò stesso, il diritto di cittadinanza. Ma non è così. Le tasse pagano i servizi (polizia, pompieri, manutenzione delle strade e simili) dei quali qualsiasi residente usufruisce e che non paga, o meglio che paga, appunto, pagando le tasse.
E vengo alla mia idea. Da sempre il diritto di cittadinanza è fondato sui due principi del ius soli (diventi cittadino di dove nasci) oppure del ius sanguinis (mantieni la cittadinanza dei tuoi genitori). Vorrei proporre un terzo principio: la concessione della residenza permanente trasferibile ai figli, ma pur sempre revocabile. Chiunque entri in un Paese legalmente, con le carte in regola e un posto di lavoro non dico assicurato ma quantomeno promesso o credibile, diventa residente a vita (senza fastidiosi e inutili rinnovi). In attesa di scoprire quanti saremo, se li possiamo assorbire o meno, questa formula dà tempo e non fa danno. Certo, se un residente viene pizzicato per strada a vendere droga, a rubare, e simili, la residenza viene cancellata e l'espulsione è automatica (senza entrare nel ginepraio, spesso allucinante, della nostra giurisprudenza).
Insisto: l'inestimabile vantaggio di questa formula è che dà tempo. Quanti saremo? Quale sarà il punto di saturazione invalicabile? L'unica privazione di questo status è il diritto di voto; il che non mi sembra terribile a meno che i residenti in questione vogliano condizionare e controllare un Paese creando il loro partito (islamico o altro). Se così fosse, è proprio quel che io raccomanderei di impedire.

  • Inverser les flux migratoires? (Yves-Marie Laulan, dal suo blog, 9 ottobre 2011):
Un homme politique britannique fort connu, Enoch Powell, l’a, en effet, proposé, voici plus de 40 ans, dans un discours prononcé à Birmingham le 20 avril 1968, rendu fameux par la presse d’Outre-Manche, sous le sobriquet du discours « des fleuves de sang ». En réalité, l’orateur, latiniste érudit, faisait ici allusion aux prophéties de la Sybille, tirée de l’Enéïde de Virgile, sur le « Tibre écumant de sang ». Il voulait, par cette expression frappante, qui ne pouvait guère passer inaperçue, attirer l’attention sur les dangers terribles à attendre de l’immigration, de l’époque…Sa carrière politique fut naturellement brisée incontinent. La recherche de la vérité, et le courage, ont toujours un prix à payer en politique.

Il vaut la peine de citer, non pas le discours en entier, mais les trois points qui nous intéressent ici.

a) Nul n’est en mesure d’estimer le nombre de ceux qui, moyennant une aide généreuse, choisiraient soit de retourner dans leur pays d’origine, soit d’aller dans d’autres pays désireux de recevoir la main-d’oeuvre et le savoir-faire qu’ils représentent.

b) Nul ne le sait, car on n’a jamais essayé un tel programme, jusqu’à présent.

c) Si un tel programme était adopté et mis en oeuvre, avec la détermination que justifie la gravité de la situation, les flux sortants qui en résulteraient pourraient sensiblement modifier les perspectives
Mais avant d’évaluer les chances de réussite de « l’aide au retour », car c’est bien de cela qu’il s’agit, voyons comment se présentent à travers l’histoire les allers et retours de communautés immigrées ou déplacées.

I De quoi s’agit-il ?

En fait, on ne connait aucun exemple dans l’histoire d’une communauté immigrée implantée paisiblement dans un pays d’accueil qui soit volontairement rentrée chez elle.
A l’inverse, le passé nous offre, hélas, l’exemple de nombreux déplacements involontaires et massifs de populations, « dans le sang et dans les larmes », comme lors de l’indépendance de l’Inde et de la formation du Pakistan, la naissance d’Israël et la création du problème palestinien, toujours non résolu, 60 ans après, la déportation des Cheyennes et des Séminoles vers l’Oklohoma dans l’Amérique du 19° siècle ou encore des Acadiens , le douloureux Grand Dérangement , au siècle précédent, par les soins des Britanniques. Mais il s’agissait là de déportations massives, sous la contrainte et sans billet de retour
Par contre, on peut citer le retour au pays, plus ou moins réussi d’ailleurs, de populations déplacées par la violence policière ou la force des armes , les 8 à 10 millions personnes déplacées de l’après guerre-, Polonais, Ukrainiens, Tchèques, Allemands aussi ; les Tatars, les Tchéchènes après la mort de Staline ; les libérés du Goulag soviétique ; les échanges de populations au sein de l’ex Yougoslavie ; à Chypre aussi, en Afrique encore de nos jours. Mais, en ce cas, il s’agissait de réparer tant bien que mal les blessures infligées par les séquelles de la guerre, nullement de « réémigration », au sens powellien du terme
Il y a bien le cas du Libéria. Mais là aussi le succès n’était pas au rendez vous. Sous l’impulsion vigoureuse d’une société américaine philanthropique au début du 19°, le Libéria, a été constitué d’une mosaïque de peuplades diverses à partir d’ une poignée d’anciens esclaves, renvoyés bon gré mal gré du sol américain sur une côte inhospitalière africaine. Ce pays a connu une histoire turbulente, sous l’aile protectrice des Etats-Unis, marquée par une série quasi ininterrompue de violences, notamment sous le sous le sinistre Charles Taylor. Ce qui n’en fait guère une référence en matière de retour paisible au pays. De toute façon, la création du Libéria n’a eu qu’une incidence tout à fait mineure sur le volume de la population noire des Etats-Unis, qui s’élevait déjà à 4 millions de personnes au moment de la guerre de Sécession
En fait, l’histoire nous enseigne que les problèmes de populations résultant de migrations massives sont quasiment insolubles. Car comment faire remonter un fleuve vers sa source ? Sauf à accepter une cession pure et simple du territoire occupé plus ou moins paisiblement.
Les Romains avaient tant bien que mal résolus ce problème avec l’implantation des Goths en 447 sur la rive gauche du Rhin, laquelle a d’ailleurs servi de prélude à l’effondrement de l’Empire romain. 5 siècles plus tard, faute de pouvoir les convaincre de retourner aimablement en Scandinavie, Charles le Chauve a fait de même avec les Vikings du Duc Rolf installés en Normandie aux approches de l’an 1000. Ils y ont fait souche pour envahir 60 ans plus tard l’Angleterre de Harald le Saxon pour donner naissance à la dynastie des Plantagenets, lesquels n’ont eu de cesse de rendre la vie impossible tout au long de la guerre de 100 ans.
On le voit. L’immigration est comme un paquet d’oursins que l’on ne sait par quel bout attraper. C’est d‘ailleurs la raison pour laquelle les hommes politiques, avec beaucoup de sagesse, ont tendance à les ignorer sereinement. Alors qu’il s’agit du paramètre essentiel de la survie ou de la mort d’une nation.
Mais revenons- en à l’aide au retour préconisé par Enoch Powell comme la pièce maîtresse de son programme. Est-ce que cela pourrait marcher ? Le hic est que cela a déjà été essayé. Et cela n’a servi à rien.

II L’aide au retour en France

A. On pense ici au 10 000 frs, à l’époque une somme rondelette, de l’aide au retour institué par Lionel Stoleru, au début du mandat de Valéry Giscard d’Estaing. Cela n’a rien donné.
Une nouvelle tentative été prise quelques années après avec Brice Hortefeux. La barre passe à 6 000 euros, ce qui n’était déjà pas si mal. Mais les candidats au retour ainsi payé ne se pressent pas au portillon, 1000 à 2000 à peine. Ce qui fait écrire superbement au journal algérien « La Liberté » : « gardez vos 6 000 euros, M. Hortefeux » sachant bien que les passeurs reçoivent des sommes bien supérieures pour faire venir en France.
Sans se décourager pour autant, imaginons un instant que nous portions la barre encore plus haut, à un niveau himalayen, 100 000 euros par tête , pour quitter paisiblement la France. Dès lors, pour 7 millions d’immigrés et leurs descendants, nous devrions débourser la somme coquette de 700 milliards d’ d’euros, soit un plus du tiers d’un PNB de 1 900 milliards ou deux fois le budget de l’Etat. Cela donne un peu à réfléchir.
D’autant que l‘on peut tenir pour assuré qu’une fois le magot touché, les petits malins, en gros bataillons, s’efforceraient par cric ou par croc de revenir en France,
On voit bien que l’aide au retour n’ est qu’une utopie ou mieux, de la poudre aux yeux que les gouvernements jettent négligemment à la face de l’opinion publique pour se donner bonne conscience et faire croire qu’il est possible de régler ce problème impossible avec une poignée de dollars (ou d’euros).

B. Mais, sans se décourager, essayons d’imaginer des circonstances extrêmes dans lesquelles des communautés immigrées accepteraient volontiers de quitter la France.
Imaginons, par exemple, qu’à la suite d’un cataclysme épouvantable la France soit ruinée
Si bien que le niveau de vie des Français, soit 40 000 dollars par tête s’effondrerait dans l’instant, pour reculer au niveau de celui du Mali 2 000 dollars ou du Congo, 4000, 20 fois moins. Mais, même dans cette situation extrême, il est permis de penser que la majorité des populations immigrées préfèreraient quand même rester sur place, ne serait-ce que pour s’épargner le coût du retour, sans aide cette fois, sachant qu’elles ne trouveraient guère mieux ailleurs

Il ressort de tout ceci que le retour au pays des immigrés installés chez nous ne serait possible que par la contrainte. Ce qui est naturellement inconcevable. Sans compter que beaucoup n’ont pas, ou plus de « chez eux », car nés sur notre sol ou bénéficiant de la nationalité française. Dont acte.
En fait, l’objectif à atteindre n’est nullement de renvoyer chez eux 7 à 8 millions de personnes en Turquie, en Afrique noire, au Maghreb ou ailleurs, mais simplement de ramener les flux migratoires à un niveau acceptable qui permette la survie démographique de notre pays pour le restant de ce siècle. Comment réduire ce torrent furieux à un mince filet d’eau ? Car ramener les flux migratoires annuels, aujourd’hui 250 000 environ avec l’immigration clandestine, à 50 000 personnes , serait déjà un beau succès. Il faudrait pour cela réduire l’immigration légale annuelle de 150 000 personnes et, de surcroît, viser à une immigration clandestine zéro. On en est loin.
Il faut donc saisir le problème à sa source, aux frontières ou même avant le passage de la frontière. Car tout immigré, clandestin ou non, qui franchit nos frontières, légalement ou non, a 99 % chances sur cent de rester en France. Autant le savoir.

III Réduire les flux migratoires à niveau raisonnable

Un préalable à cela est de récuser certaines dispositions paralysantes des traités européens , et notamment celles concernant l’espace de Schengen, et écarter les diktats du Conseil Constitutionnel par un référendum ou en réunissant le Congrès. Ce sont autant de toiles d’araignée où toute proposition radicale, et donc efficace, s’englue irrémédiablement.

A. L’immigration légale

Prenons les chiffres de 2009, soit 225 440 titres de séjour délivrés sur les bases suivantes :
- 47 000 demandes d’asile (dont environ 10 000 agrées, le solde s’évanouissant instantanément dans la nature)
- immigration professionnelle : 31 500 personnes
- immigration familiale : 81 100 personnes
- étudiants : 65 840 personnes
Total : 225 440 personnes, chiffre auquel il faut ajouter 30 000 à 50 000 immigrants illégaux. On notera simplement qu’à Mayotte, 25 % des enfants scolarisés ont au moins un des parents nés à l’étranger hors Union européenne.
Il faut aborder ici le problème catégorie par catégorie et adopter des dispositions appropriées au cas par cas afin d’atteindre l’objectif d’une immigration comprise dans une fourchette allant de 10 000 à 50 000 personnes par an. Pour faire simple, il serait souhaitable de fixer un « plafond » ou un « quota » d’environ 10 000 personnes autorisées à immigrer en France pour chacune des quatre principales catégories dénombrées ci-dessus, à savoir droit d’asile, regroupement familial, étudiants et immigration professionnelle.
A cette fin, les dispositions suivantes, à condition d’être appliquées avec détermination, devrait permettre d’y parvenir.

Les principes

-Refuser absolument l’immigration non qualifiée porteuse de droits sociaux et de problèmes inextricables (regroupement familial et droit d’asile essentiellement).
-Accepter sous conditions strictes une certaine immigration qualifiée.
-Exiger de l’INSEE (ou mieux, d’une nouvelle institution à créer), des données claires, précises et immédiates.
-Revoir le droit du sol, le jus solis, et réserver la nationalité de droit aux seuls enfants nés de parents français. Renforcer davantage les critères exigés pour la naturalisation, notamment par mariage (grave problème des « mariages blancs de complaisance).

Les mesures (voir le détail en annexe I)

B. L’immigration illégale.

Rappelons que cette immigration atteint un niveau considérable, bien qu’impossible à déterminer avec précision. Il est cependant estimé qu’elle se situerait dans une fourchette comprise entre 350 000 et 750 000 personnes, soit une estimation moyenne de 550 000 personnes. Sur cette base, on est en droit de considérer qu’il rentre, bon an mal an, environ 30 000 à 50 000 immigrés clandestins sur le territoire français.
Les mesures préconisées aux frontières ne peuvent évidemment être mises en œuvre pour lutter contre l’immigration illégale puisque, par définition, ces immigrés s’efforcent de se soustraire à tout contrôle légal. C’est donc sur le territoire national qu’il faudra agir.
Ici, la seule solution, outre les fameuses reconduites à la frontière, est d’amener les immigrés clandestins à rentrer volontairement chez eux par un certain nombre dispositions contraignantes comme le proposent certains groupes de pression opposés à l’immigration aux Etats-Unis, lesquels connaissent exactement les mêmes problèmes que la France.
Ces propositions sont l’obligation pour tout employeur de vérifier, sous sa responsabilité, le statut légal de ses employés ; l’impossibilité d’ouvrir un compte bancaire ou de disposer d’un document légal quelconque, carte de crédit ou permis de conduire ; la suppression de toute aide de l’Etat ,même pour des raisons médicales ; la saisine de tout avoir possédé par un immigrant illégal reconduit à la frontière ; mesures dûment complétées par des contrôles d’identité fréquents ;l’impossibilité de scolariser les enfants nés de parents non régularisés ; la révocation de l’acquisition automatique de la nationalité pour les enfants des migrants illégaux nés sur le sol américain, les immigrés en situation illégale sachant pertinemment que le mariage ou la naissance d’enfants rend pratiquement impossible leur reconduite à la frontière.
A cet égard, on notera que dans l’Etat de Alabama, à la suite d’une récente décision judiciaire, la police procède désormais à des contrôles d’identité à tout instant sur la voie publique, ce qui a provoqué instantanément une fuite éperdue des immigrés clandestins vers les Etats voisins, plus conciliants.
Bien sûr, de telles mesures évoquent de bien fâcheux souvenirs. Si bien que, comme indiqué plus haut, la meilleure façon de s’y prendre, si l’on veut vraiment le faire, est d’ empêcher les candidats à l’immigration de pénétrer sur le territoire national pour s’y installer.

*****

Tout cela est bel et bon, à condition d’être mis en œuvre par un gouvernement énergique. Au surplus, il faut que l‘opinion publique ne soit pas en désaccord avec cette politique, laquelle doit nécessairement s’inscrire dans un cadre légal scrupuleux. Il faudrait donc au préalable que la volonté nationale se soit clairement exprimée sur ce sujet au moyen d’un référendum, comme cela a été le cas pour la Corse.
Or, pour l’heure présente, la volonté politique fait clairement défaut, quelles que soient les rodomontades du ministère de l’Intérieur en matière de reconduites à la frontière. En fait, depuis 5 ans, sinon davantage, le gouvernent a bel et bien fait l’impasse sur l’immigration. Les chiffres parlent d’eux-mêmes, comme le montrent aussi un certain nombre de signes non équivoques :
- le refus de publier des statistiques ethniques, toujours évoquées, jamais produites
- le fait que les équipes immigrationnistes de l’INSEE et de l’INED, mises en place par les socialistes, ont été pieusement reconduites
- le gouvernement se vante de reconduire 15 00 à 20 000 clandestins par an , au moment même où il introduit dans le périmètre juridique français, avec la départementalisation de Mayotte, 200 000 personnes en majorité musulmanes et dont beaucoup de ménages polygames. Ce qui équivaut à une immigration de 200 000 personnes, en bloc (mais cela fait sans doute une poignée de voix supplémentaires pour les prochaines élections présidentielles).
- cerise sur le gâteau, ce même gouvernement va en Libye faire sauter un des derniers verrous à l’immigration africaine.
Il en ressort que nos gouvernements n’ont jamais traité l’immigration comme une priorité nationale mais comme une simple donnée d’une politique électoraliste destinée à apaiser les sursauts, vite éteints, de l’opinion publique. En fait, les équipes au pouvoir se soucient fort peu du sort de la France, et des Français, menacés de s’acheminer en cette fin de siècle, au mieux, vers le sort de Cuba, au pire, celui du Kosovo ou du Liban. Il y a chez elles une sorte de volonté suicidaire, qui se retrouve malheureusement chez beaucoup de nos compatriotes, lesquels s’imaginent naïvement qu’il suffit de fermer les yeux et que tous les problèmes vont s’arranger d’eux-mêmes.

Comme sur le Titanic, où l’on dansait avant le choc contre l’iceberg.

Annexe

Mesures proposées pour ramener l’immigration légale dans une fourchette allant de 10 000 à 50 000 personnes (délivrance de titres de séjour)

Prenons les chiffres de 2009, soit 225 440 titres de séjour délivrés sur les bases suivantes :
- 47 000 demandes d’asile (dont environ 10 000 agrées, le solde s’évanouissant instantanément dans la nature)
- immigration professionnelle : 31 500 personnes
- immigration familiale : 81 100 personnes

Total : 225 440 personnes, chiffre auquel il faut ajouter 30 000 à 50 000 immigrants illégaux. On notera simplement qu’à Mayotte, 25 % des enfants scolarisés ont au moins un des parents nés à l’étranger hors Union européenne.

Il faut aborder ici le problème catégorie par catégorie et adopter des dispositions appropriées au cas par cas afin d’atteindre un objectif inférieur à 50 000 personnes par an.
Pour faire simple, il serait souhaitable de fixer un « plafond » ou un « quota » d’environ 10 000 personnes autorisées à immigrer en France pour chacune des quatre principales catégories dénombrées ci-dessus, à savoir droit d’asile, regroupement familial, étudiants et immigration professionnelle.
A cette fin, les dispositions suivantes, à condition d’être appliquées avec détermination, devraient permettre d’y parvenir.

I Les principes

- Refuser absolument l’immigration non qualifiée porteuse de droits sociaux et de problèmes inextricables (regroupement familial et droit d’asile essentiellement).
- Accepter, sous conditions strictes, une certaine immigration qualifiée ( soit quelques dizaines ou centaines de cas par an tout au plus).
- Exiger de l’INSEE (ou mieux, d’une nouvelle institution à créer), des données claires, objectives et immédiates.
- Revoir le droit du sol, le jus solis, et réserver la nationalité de droit aux seuls enfants nés de parents français. Renforcer davantage les critères exigés pour la naturalisation, notamment par mariage (grave problème des « mariages blancs de complaisance »).

II Les mesures

A. Regroupement nuptial et familial

C’est, de loin, la mesure prioritaire : il est proposé de suspendre ce droit pour 5 ans. Cette disposition s’appuierait sur un motif humanitaire bien réel, le fait que, devant les carences de l’éducation nationale et la pénurie de logements sociaux, le gouvernement doit se donner du temps pour mieux accueillir les nouveaux arrivants, sous peine de les marginaliser et de les condamner à la précarité.
Reste le cas des bi-nationaux, soit autour de 50 000 personnes qui, s’agissant de mariage arrangés, vont chercher époux ou épouse « au bled ». Dans de telles situations, le regroupement familial devra prendre place dans le pays d’origine et non en France.
Pour les autres cas (mariage entre Français de nationalités), soit environ 30 000 cas, le mariage, pour être reconnu en France, devra être assorti de conditions suffisamment rigoureuses (durée de vie en commun, ressources du nouveau ménage, connaissance de la langue française et niveau des études) pour dissuader les candidats de trouver dans le sacrement du mariage un moyen commode de tourner les lois sur l’immigration,

B. Demandes d’asile

La quasi-totalité de ces demandes sont injustifiées (surtout après l’épanouissement du « printemps arabe » et la restauration de la démocratie en Afrique) et servent seulement de prétexte à l’entrée sur le territoire français. Il faut donc que les demandeurs ne puissent pas franchir la frontière (car après, c’est bien trop tard). Les demandes d’asile doivent donc :
a) être traitées dans un délai très court, par exemple une semaine, et selon des critères très stricts, définis à l’avance par l’autorité administrative
b) – être examinées sur place, c’est à dire à l’étranger (dans les consulats)
- ou dans des espaces spécialement aménagés aux frontières mêmes, les demandeurs non acceptés étant instantanément rapatriés à leur point de départ. Cela coûtera infiniment moins cher que les interminables procédures actuelles

C. Etudiants étrangers

Dans l’état actuel des choses, les étudiants étrangers considèrent que la possibilité de poursuivre des études en France constitue ipso facto un droit à l’immigration et à leur l’installation sur le territoire par le mariage ou un contrat de travail alors qu’il ne s’agit que d’une forme de l’aide au développement du Tiers monde. Or les étudiants formés en France doivent impérativement retourner chez eux pour contribuer au développement de leur pays d’origine.

Deux cas de figure se présentent ici :

1° l’acceptation de tout étudiant étranger au stade de son inscription à l’université est subordonnée
a) –à une épreuve de sélection destinée à prouver une maîtrise suffisante dans la matière choisie (niveau Master1)
b) –le paiement de frais d’inscription suffisamment élevés pour défrayer l’ Etat français du coût des études
c) la signature d’un contrat impératif de retour dans son pays d’origine dès la fin de ses études, étant précisé que la durée de son cursus doit être impérativement respectée ( afin d’éviter les « perpétuels » étudiants qui font une licence en 10 ans et un doctorat en 20 ans) sous peine de résiliation du contrat et d’obligation de départ. Le respect des dispositions du contrat, en cours ou à son expiration, sera soumis à un contrôle administratif et judiciaire
d) Il est précisé que l’étudiant ainsi accepté sera dans l’impossibilité d’obtenir une carte de résident, ou un permis de travail ou ni de se marier en cours d’études (afin d’obtenir la nationalité française).

2° Autre possibilité: Les universités se délocalisent et forment désormais les étudiants étrangers…à l’étranger. Ils ne pénètrent pas sur le territoire national où ils ont trop tendance à s’incruster. Les universités se filialisent et envoient sur place à l’étranger leurs professeurs français ( détachés ou mis en disponibilité).

D. Mesures annexes essentielles

a) Prise en compte des enfants mineurs dans les statistiques qui, du fait de cette omission, sont grossièrement sous estimées ( au moins à hauteur de 10 à 20 %. Or, dix ans plus tard, un enfant est devenu un homme.
b) Enlever à l’INSEE la responsabilité de publier les statistiques relatives à l’immigration. Ce travail sera confié à une nouvelle institution à créer sur des bases entièrement renouvelées, tant au plan des méthodes que les hommes.
c) Multiplier les contrôles d’identité dans les lieux publics ( la rue, les gares, le métro etc.) A l’heure actuelle, les clandestins déambulent sur le territoire en toute impunité.
d) Suppression de toute prestation, quelle qu’en soit la nature, pour les « sans papiers », notamment l’aide médicale gratuite. Celle-ci profite essentiellement aux clandestins (800 millions d’euros par an environ). Elle sera remplacée par des « tickets de santé » individualisés qui permettront d’identifier et de dénombrer les bénéficiaires (ce qui n’est pas le cas aujourd’hui où l’anonymat est de règle). Les enfants des « sans papiers » ne seront pas pris en charge par le système scolaire ordinaire mais bénéficieront d’une formation spécifique dans des établissements spécialisés (dans l’attente d’un rapatriement éventuel).
e) Affecter les clandestins internés à des tâches d’intérêt général dans l’attente d’une reconduite à la frontière rapide.
f) Les « sans papiers » doivent être expulsés sans délais par voie administrative (et non judiciaire). Ceux qui auront détruits leurs documents (procédé désormais classique) seront dotés d’autorité à bref délai d’une identité administrative provisoire, en accord avec un ou plusieurs pays d’accueil avec lesquels des accords ont été conclus (elles sont fournies aujourd’hui jusqu’à 3 ans de retard ).

  • Rivers of Blood Speech (Enoch Powell, discorso tenuto presso il Midland Hotel di Birmingham per l'annuale incontro del West Midlands Conservative Political Centre, 20 aprile 1968):
The supreme function of statesmanship is to provide against preventable evils. In seeking to do so, it encounters obstacles which are deeply rooted in human nature. One is that by the very order of things such evils are not demonstrable until they have occurred: At each stage in their onset there is room for doubt and for dispute whether they be real or imaginary. By the same token, they attract little attention in comparison with current troubles, which are both indisputable and pressing: whence the besetting temptation of all politics to concern itself with the immediate present at the expense of the future.

Above all, people are disposed to mistake predicting troubles for causing troubles and even for desiring troubles: 'if only', they love to think, 'if only people wouldn't talk about it, it probably wouldn't happen'. Perhaps this habit goes back to the primitive belief that the word and the thing, the name and the object, are identical. At all events, the discussion of future grave but, with effort now, avoidable evils is the most unpopular and at the same time the most necessary occupation for the politician. Those who knowingly shirk it, deserve, and not infrequently receive, the curses of those who come after.

A week or two ago I fell into conversation with a constituent, a middle-aged, quite ordinary working man employed in one of our nationalized industries. After a sentence or two about the weather, he suddenly said: 'If I had the money to go, I wouldn't stay in this country.' I made some deprecatory reply, to the effect that even this Government wouldn't last for ever; but he took no notice, and continued: 'I have three children, all of them have been through grammar school and two of them married now, with family. I shan't be satisfied till I have seen them settled overseas. In this country in fifteen or twenty years' time the black man will have the whip hand over the white man.'

I can already hear the chorus of execration. How dare I say such a horrible thing? How dare I stir up trouble and inflame feelings by repeating such a conversation? The answer is that I do not have the right not to do so. Here is a decent, ordinary fellow Englishman, who in broad daylight in my own town says to me, his Member of Parliament, that this country will not be worth living in for his children. I simply do not have the right to shrug my shoulders and think about something else. What he is saying, thousands and hundreds of thousands are saying and thinking - not throughout Great Britain, perhaps, but in the areas that are already undergoing the total transformation to which there is no parallel in a thousand years of English history.

In fifteen or twenty years, on present trends, there will be in this country 3 1/2 million Commonwealth immigrants and their descendants. That is not my figure. That is the official figure given to Parliament by the spokesman of the Registrar General's office. There is no comparable official figure for the year 2000, but it must be in the region of 5-7 million, approximately one-tenth of the whole population, and approaching that of Greater London. Of course, it will not be evenly distributed from Margate to Aberystwyth and from Penzance to Aberdeen. Whole areas, towns and parts of towns across England will be occupied by different sections of the immigrant and immigrant-descended population.

As time goes on, the proportion of this total who are immigrant descendants, those born in England, who arrived here by exactly the same route as the rest of us, will rapidly increase. Already by 1985 the native-born would constitute the majority. It is this fact above all which creates the extreme urgency of action now, of just that kind of action which is hardest for politicians to take, action where the difficulties lie in the present but the evils to be prevented or minimized lie several parliaments ahead.

The natural and rational first question with a nation confronted by such a prospect is to ask: 'How can its dimensions be reduced?' Granted it be not wholly preventable, can it be limited, bearing in mind that numbers are of the essence: the significance and consequences of an alien element introduced into a country or population are profoundly different according to whether that element is 1 per cent or 10 per cent. The answers to the simple and rational question are equally simple and rational: by stopping or virtually stopping, further inflow, and by promoting the maximum outflow. Both answers are part of the official policy of the Conservative Party.

It almost passes belief that at this moment twenty or thirty additional immigrant children are arriving from overseas in Wolverhampton alone every week - and that means fifteen or twenty additional families of a decade or two hence. Those whom the gods wish to destroy, they first make mad. We must be mad, literally mad, as a nation to be permitting the annual inflow of some 50,000 dependants, who are for the most part the material of the future growth of the immigrant-descended population. It is like watching a nation busily engaged in heaping up its own funeral pyre. So insane are we that we actually permit unmarried persons to immigrate for the purpose of founding a family with spouses and fiancées whom they have never seen.

Let no one suppose that the flow of dependants will automatically tail off. On the contrary, even at the present admission rate of only 5,000 a year by voucher, there is sufficient for a further 325,000 dependants per annum ad infinitum, without taking into account the huge reservoir of existing relations in this country - and I am making no allowance at all for fraudulent entry. In these circumstances nothing will suffice but that the total inflow for settlement should be reduced at once to negligible proportions, and that the necessary legislative and administrative measures be taken without delay. I stress the words 'for settlement'.

This has nothing to do with the entry of Commonwealth citizens, any more than of aliens, into this country, for the purposes of study or of improving their qualifications, like (for instance) the Commonwealth doctors who, to the advantage of their own countries, have enabled our hospital service to be expanded faster than would otherwise have been possible. These are not, and never have been, immigrants.

I turn to re-emigration. If all immigration ended tomorrow, the rate of growth of the immigrant and immigrant-descended population would be substantially reduced, but the prospective size of this element in the population would still leave the basic character of the national danger unaffected. This can only be tackled while a considerable proportion of the total still comprises persons who entered this country during the last ten years or so. Hence the urgency of implementing now the second element of the Conservative Party's policy: the encouragement of re-emigration.

Nobody can make an estimate of the numbers which, with generous grants and assistance, would choose either to return to their countries of origin or to go to other countries anxious to receive the manpower and the skills they represent. Nobody knows, because no such policy has yet been attempted. I can only say that, even at present, immigrants in my own constituency from time to time come to me, asking if I can find them assistance to return home. If such a policy were adopted and pursued with the determination which the gravity of the alternative justifies, the resultant outflow could appreciably alter the prospects for the future.

It can be no part of any policy that existing family should be kept divided; but there are two directions in which families can be reunited, and if our former and present immigration laws have brought about the division of families, albeit voluntary or semi-voluntarily, we ought to be prepared to arrange for them to be reunited in their countries of origin. In short, suspension of immigration and encouragement of re-emigration hang together, logically and humanly, as two aspects of the same approach.

The third element of the Conservative Party's policy is that all who are in this country as citizens should be equal before the law and that there shall be no discrimination or difference made between them by public authority. As Mr. Heath has put it, we will have no 'first-class citizens' and 'second-class citizens'. This does not mean that the immigrant and his descendants should be elevated into a privileged or special class or that the citizen should be denied his right to discriminate in the management of his own affairs between one fellow citizen and another or that he should be subjected to inquisition as to his reasons and motives for behaving in one lawful manner rather than another.

There could be no grosser misconception of the realities than is entertained by those who vociferously demand legislation as they call it 'against discrimination', whether they be leader-writers of the same kidney and sometimes on the same newspapers which year after year in the 1930s tried to blind this country to the rising peril which confronted it, or archbishops who live in palaces, faring delicately with the bedclothes pulled right over their heads. They have got it exactly and diametrically wrong. The discrimination and the deprivation, the sense of alarm and resentment, lies not with the immigrant population but with those among whom they have come and are still coming. This is why to enact legislation of the kind before Parliament at this moment is to risk throwing a match on to the gunpowder. The kindest thing that can be said about those who propose and support it is they know not what they do.

Nothing is more misleading than comparison between the Commonwealth immigrant in Britain and the American Negro. The Negro population of the United states, which was already in existence before the United States became a nation, started literally as slaves and were later given the franchise and other rights of citizenship, to the exercise of which they have only gradually and still incompletely come. The Commonwealth immigrant came to Britain as a full citizen, to a country which knows no discrimination between one citizen and another, and he entered instantly into the possession of the rights of every citizen, from the vote to free treatment under the National Health Service. Whatever drawbacks attended the immigrants - and they were drawbacks which did not, and do not, make admission into Britain by hook or by crook appear less than desirable - arose not from the law or from public policy or from administration but from those personal circumstances and accidents which cause, and always will cause, the fortunes and experience of one man to be different for another's.

But while to the immigrant entry to this country was admission to privileges and opportunities eagerly sought, the impact upon the existing population was very different. For reasons which they could not comprehend, and in pursuance of a decision by default, on which they were never consulted, they found themselves made strangers in their own country. They found their wives unable to obtain hospital beds in childbirth, their children unable to obtain school places, their homes and neighbourhoods changed beyond recognition, their plans and prospects for the future defeated; at work they found that employers hesitated to apply to the immigrant worker the standards of discipline and competence required of the native-born worker; they began to hear, as time went by, more and more voices which told them that they were now the unwanted. On top of this, they now learn that a one-way privilege is to be established by Act of Parliament: a law, which cannot, and is not intended, to operate to protect them or redress their grievances, is to be enacted to give the stranger, the disgruntled and the agent provocateur the power to pillory them for their private actions.

In the hundreds upon hundreds of letters I received when I last spoke on this subject two or three months ago, there was one striking feature which was largely new and which I find ominous. All Members of Parliament are used to the typical anonymous correspondent; but what surprised and alarmed me was the high proportion of ordinary, decent, sensible people, writing a rational and often well-educated letter, who believed that they had to omit their address because it was dangerous to have committed themselves to paper to a Member of Parliament agreeing with the views I had expressed, and that they would risk either penalties or reprisals if they were known to have done so. The sense of being a persecuted minority which is growing among ordinary English people in the areas of the country which are affected is something that those without direct experience can hardly imagine. I am going to allow just one of those hundreds of people to speak for me. She did give her name and address, which I have detached from the letter which I am about to read. She was writing from Northumberland about something which is happening at this moment in my own constituency:

Eight years ago in a respectable street in Wolverhampton a house was sold to a Negro. Now only one white (a woman old-age pensioner) lives there. This is her story. She lost her husband and both her sons in the war. So she turned her seven-roomed house, her only asset, into a boarding house. She worked hard and did well, paid off her mortgage and began to put something by for her old age. Then the immigrants moved in. With growing fear, she saw one house after another taken over. The quiet streets became a place of noise and confusion.

Regretfully, her white tenants moved out.

The day after the last one left, she was awakened at 7 a.m. by two Negroes who wanted to use her phone to contact their employer. When she refused, as she would have refused any stranger at such an hour, she was abused and feared she would have been attacked but for the chain on her door. Immigrant families have tried to rent rooms in her house, but she always refused. Her little store of money went, and after paying her rates, she had less than £2 per week. She went to apply for a rate reduction and was seen by a young girl, who on hearing she had a seven-roomed house, suggested she should let part of it. When she said the only people she could get were Negroes, the girl said 'racial prejudice won't get you anywhere in this country'. So she went home.

The telephone is her lifeline. Her family pay the bill, and help her out as best they can. Immigrants have offered to buy her house - at a price which the prospective landlord would be able to recover from his tenants in weeks, or at most in a few months. She is becoming afraid to go out.

 Windows are broken. She finds excreta pushed through her letterbox. When she goes to the shops, she is followed by children, charming, wide-grinning piccaninnies. They cannot speak English, but one word they know. 'Racialist', they chant. When the new Race Relations Bill is passed, this woman is convinced she will go to prison. And is she so wrong? I begin to wonder.

The other dangerous delusion from which those who are wilfully or otherwise blind to realities suffer, is summed up in the word 'integration'. To be integrated into a population means to become for all practical purposes indistinguishable from its other members. Now, at all times, where there are marked physical differences, especially of colour, integration is difficult though, over a period, not impossible. There are among the Commonwealth immigrants have come to live here in the last fifteen years or so, many thousands whose wish and purpose is to be integrated and whose every thought and endeavour is bent in that direction. But to imagine that such a thing enters the heads of a great and growing majority of immigrants and their descendants is a ludicrous misconception, and a dangerous one to boot.

We are on the verge of here of a change. Hitherto it has been force of circumstance and of background which has rendered the very idea of integration inaccessible to the greater part of the immigrant population - that they never conceived or intended such a thing, and that their numbers and physical concentration meant the pressures towards integration which normally bear upon any small minority did not operate. Now we are seeing the growth of positive forces acting against integration, of vested interests in the preservation and sharpening of racial and religious differences, with a view to the exercise of action domination, first over fellow immigrants and then over the rest of the population. The cloud no bigger than a man's hand, that can so rapidly overcast the sky, has been visible recently in Wolverhampton and has shown signs of spreading quickly. The words I am about to use, verbatim as they appeared in the local press on 17 February, are not mine, but those of a Labour Member of Parliament who is a Minister in the present Government.

The Sikh communities' campaign to maintain customs inappropriate in Britain is much to be regretted. Working in Britain, particularly in the public services, they should be prepared to accept the terms and conditions of their employment. To claim special communal rights (or should one say rites?) leads to a dangerous fragmentation within society. This communalism is a canker: whether practised by one colour or another it is to be strongly condemned.

All credit to John Stonehouse for having had the insight to perceive that, and the courage to say it.

For these dangerous and divisive elements the legislation proposed in the Race Relations Bill is the very pabulum they need to flourish. Here is the means of showing that the immigrant communities can organize to consolidate their members, to agitate and campaign against their fellow citizens, and to overawe and dominate the rest with the legal weapons which the ignorant and the ill-informed have provided. As I look ahead, I am filled with foreboding.

Like the Roman, I seem to see 'the River Tiber foaming with much blood'. That tragic and intractable phenomenon which we watch with horror on the other side of the Atlantic but which there is interwoven with the history and existence of the States itself, is coming upon us here by our own volition and our own neglect. Indeed, it has all but come. In numerical terms, it will be of American proportions long before the end of the century.

Only resolute and urgent action will avert it even now. Whether there will be the public will to demand and obtain that action, I do not know. All I know is that to see, and not to speak, would be the great betrayal.

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