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sabato 3 marzo 2012

Liberalizzazioni, panacea per tutti i mali?

Liberalizzazioni, panacea per tutti i mali? Motivi per dubitarne

Ormai lo sapete. Al momento, se la Camera dei Deputati deve ancora votare, il Senato ha già approvato il decreto liberalizzazioni del Governo Monti (237 favorevoli, 33 contrari, 2 astenuti). Possiamo già ipotizzare che la Camera avrà risultati paragonabili. Purtroppo. Vediamo qualcuna delle questioni in gioco.

Taxi - Il decreto non presenta grossissime variazioni rispetto a quanto previsto a gennaio, anche se, ad esempio, lascia ai Comuni la scelta sul numero dei taxi, con possibilità di aumentare le licenze. Partiamo perciò da questo punto. La valutazione locale del numero delle licenze può essere anche positiva, a condizione che venga fatta tenendo effettivamente conto della capacità di assorbimento territoriale. Il che vuol dire anche tener presente quanto guadagnano mensilmente e annualmente i tassisti. Le associazioni di categoria hanno specificato che non si deve tener conto solo di possibili picchi di servizio, ma del flusso di richieste in periodi ampi, di modo che non ci si ritrovi con un numero di taxi disponibili idoneo per le festività o alcune settimane in prossimità di partenze e arrivi per le vacanze, ma con un numero in eccesso, il che vuol dire magri guadagni, per il resto dell'anno. Le autorità locali terranno presente tutto questo? Oppure le licenze diverranno una sorta di voto di scambio politico?

Oltre a porsi queste domande, bisognerebbe anche considerare gli esempi provenienti da altre realtà. Esempi spesso negativi. Per le informazioni che seguiranno, si veda la seguente pagina dell'UNICA di Bologna:

UNICA Unione Italiana Conducenti Autopubbliche Bologna - Studi economici

Si potrebbe iniziare considerando i dati su Dublino, la cui liberalizzazione è iniziata nel 2000. Secondo dati aggiornati al 2006, la città irlandese ha circa 10,1 taxi ogni 1000 abitanti. New York ha 5,6 taxi ogni 1000 abitanti. Roma, a seconda dei dati, oscilla tra 2,2 e 2,9 taxi. Parigi 2,5. Berlino 1,9. Risultato: prendere un taxi a Dublino costa più che nella maggior parte delle città citate (senza che i tassisti guadagnino grandi cifre). Per questi dati vedere il seguente PDF:

Trasporto pubblico non di linea taxi e NCC

D'altronde New York non è un esempio positivo [ARCHIVIO 18/07/2006]. Considerando sempre gli spunti presenti sul sito dell'UNICA, nonostante il servizio taxi sia privato, col passare degli anni le licenze sono divenute estremamente costose, raggiungendo cifre di parecchie centinaia di migliaia di dollari. Al contrario, i tassisti guadagnano all'anno, mediamente, 50mila dollari (ovviamente senza considerare tutte le spese). Sarà per questo che a New York il tassista non è un "padroncino", ma appartiene a grosse compagnie? Sarà per questo che il tassista newyorchese è di solito un immigrato?  In ogni caso, non è solo New York in queste condizioni. In generale, negli USA l'esperienza ultradecennale delle liberalizzazioni ha prodotto solo aumenti di tariffa e servizi più scadenti (si veda il seguente PDF in inglese e traduzione, un po' sommaria, in italiano: UNICA - Dichiarazione del 2008 di Victor Dizengoff).

Altra realtà, quella di Amsterdam, dove la liberalizzazione è iniziata, come Dublino, nel 2000. Risultato? Pessimo servizio, spessissimo dato in gestione ad immigrati con pochi scrupoli [vedere più sotto la lettera tratta sempre dal sito dell'UNICA di Bologna], e prezzi tra i più elevati in Europa (si vedano, per semplificare, le due tabelle seguenti, una tecnica sulla qualità della servizio e dell'auto utilizzata; l'altra sui prezzi medi. Dati aggiornati al 2011 e tratti dalla seguente pagina).

In sintesi: in Italia, il numero di taxi non è inferiore ad altre importanti realtà europee, a fronte di esperienze estere liberalizzate e fallimentari, ma anche a fronte di maggiori costi di gestione (Taxi: in Italia i costi sono i più alti d'Europa). Le proteste dei tassisti hanno riempito le cronache nazionali per alcune settimane e, ci auguriamo, che ciò produca effetti positivi, lasciando perdere i desiderata di quei pochi che utilizzano, o vogliono utilizzare, il taxi quotidianamente e pretenderebbero di poterlo fare spendendo poco di più rispetto ad una corsa su un autobus cittadino o sul tram.

Autotrasporto - Se ci siamo un po' dilungati con la questione taxi, ora passiamo ad altri settori, anche se in maniera più sintetica. Ad esempio, quello degli autotrasportatori, i quali non sono interessati, in quanto tali, dalle liberalizzazioni, ma alcune liberalizzazioni riguardano aspetti per loro fondamentali. Un articolo, della sempre ottima CGIA di Mestre, aiuta in questo: tale categoria di lavoratori deve far fronte ad un aumento, in un solo anno, di circa il 40% per quanto riguarda l'assicurazione del proprio veicolo. A questo, aggiungiamo gli aumenti, in quattro anni, di oltre il 50% per il gasolio e di oltre il 16% per i pedaggi, mentre l'inflazione è aumentate di solo il 5,2%. A tutto ciò, aggiungete la concorrenza degli autotrasportatori stranieri, che sfruttano in particolare prezzi più bassi per i carburanti. Ora, nel decreto liberalizzazioni, si parla di assicurazioni e di benzinai. E' stato previsto nel decreto, partendo da quelle voci, qualche tipo di agevolazione, in favore di coloro che, appunto con quelle voci, devono lavorarci? Non abbiamo maggiori dettagli, ma non parrebbe.

I motivi della protesta degli autotrasportatori

Se nel caso degli autotrasportatori, le liberalizzazioni sarebbero potute essere uno spunto per correre in soccorso della categoria, in generale tale pratica non è quella panacea per tutti i mali economici della società, come si vorrebbe far credere.

Liberalizzazioni nazionali ed europee - L'esperienza nazionale, riguardo vari ambiti, è abbastanza deludente. Per quanto riguarda i trasporti ferroviari o quelli aerei o urbani, così come per pedaggi, assicurazioni sui mezzi di trasporto, gas oppure servizi bancari, le liberalizzazioni in Italia hanno prodotto solo aumenti, ovviamente superiori rispetto alla variazione dell'inflazione (scandalosi in particolare le RCA e i costi bancari). Qualche altro servizio, fortunamente, è diminuito, come la corrente elettrica oppure i servizi telefonici.

Le liberalizzazioni sono state un flop

Naturalmente, riguardo agli aumenti, ci sarà chi darà la colpa ad una qualche incapacità italiana di affrontare il libero mercato. E allora facciamo dei confronti con le altre nazioni europee, per capire se ciò sia vero oppure no. Sempre da dati elaborati dalla CGIA di Mestre:

Liberalizzazioni: non sempre hanno garantito vantaggi ai consumatori

  • Qualche esempio, partendo dal gas: il Paese che più ha liberalizzato è il Regno Unito. L'aumento percentuale dei costi è stato di quasi il 100%, anche se, fortuna loro, il prezzo è rimasto tra i più bassi d'Europa.
  • Energia elettrica: ugualmente Regno Unito, con un aumento di ben il 65% e, analogamente e fortunatamente per loro, un prezzo ancora abbastanza basso.
  • Servizi idrici: ancora Regno Unito, al secondo posto come aumento percentuale e con il prezzo più alto in assoluto.
  • Servizi postali: l'Olanda, che è il Paese che più ha liberalizzato, si ritrova al terzo posto come aumento dei costi.
  • Servizi finanziari: il Paese che più ha liberalizzato è la Svizzera e si ritrova al secondo posto come aumento dei costi.
  • Trasporto su strada: ancora il Regno Unito, al secondo posto come aumento dei costi.
  • Aerei e treni: in questi casi, le variazioni ci sono, ma meno importanti, anche in confronto ad altre nazioni.
Se facciamo riferimento, in particolare, al settore ferroviario, vedremo che il Regno Unito è al secondo posto come aumento percentuale dei costi dal 2005 al 2011, oltre ad essere anche la nazione con i prezzi più alti per i passeggeri. Aggiungiamo a ciò, anche un recente studio [si veda l'articolo del Guardian del 6 febbraio 2012 UK railways judged worst for fares and efficiency] che afferma che, a fronte della liberalizzazione effettuata, le ferrovie britanniche sono le meno efficienti e le meno affidabili d'Europa, oltre ad essere le più costose.

Farmacie - Altra questione, le farmacie. In questa pagina del sito Linkiesta, trovate alcune tabelle:

Farmacisti, la pillola amara delle liberalizzazioni

Come vedete, l'Italia è in linea con la media europea, ossia circa 3.000 abitanti per esercizio, mentre il Regno Unito ha 4.500 abitanti per farmacia e l'Olanda ben 8.000. Non solo: tra il 1975 e il 2011, la popolazione complessiva italiana è aumentata dell'8,6%, mentre il numero delle farmacie del 34,1. A che pro allora una liberalizzazione, tanto più che parliamo di un settore particolare, dove non ha senso spingere all'acquisto? Non sarà un modo per introdurre grossi gruppi in un settore che, in Italia, è spesso a conduzione famigliare, tenendo conto che una farmacia non è un esercizio avviabile con pochi mezzi?

Orari dei negozi - Lo stesso discorso lo possiamo fare per la liberalizzazione degli orari dei negozi. In una fase problematica come quella attuale, dove le spese delle famiglie diminuiscono di anno in anno, su quali basi quelle possono aumentare in funzione dell'aumento delle ore di apertura serale o domenicale? A parte una eventuale minima modifica delle abitudini di alcuni clienti, perché quegli stessi clienti dovrebbero decidersi a spendere di più? Tenete presente che, secondo l'ISTAT, nel corso del 2011 ogni giorno hanno chiuso i battenti 180 negozi. Ossia decine di migliaia all'anno e centinaia di migliaia di posti di lavoro svaniti. L'aumento delle ore di lavoro, oltre a pesare su molti esercizi commerciali, privilegerà, anche qui, i grossi gruppi o, tutt'al più, non essendo temibili né competitivi, i negozietti degli stranieri, specie bengalesi e pachistani, che ipocritamente vengono chiamati frutterie, ma che sono veri e propri piccoli bar, che campano sulla vendita degli alcolici, magari anche ai minorenni (fa una certa impressione vedere almeno un terzo delle pareti di queste sedicenti frutterie coperte da scaffali di vini e birre e whisky. Il tutto gestito da maomettani. Potenza del denaro...)

Qualche considerazione - A questo punto, i fautori ad oltranza delle liberalizzazioni troveranno probabilmente varie giustificazioni per questo o quell'aumento e per questo o quel fallimento. Il fatto è che anche con il contrario, con le nazionalizzazioni si potrebbero trovare giustificazioni. Tutto è banalmente giustificabile. Non c'è, nel fenomeno delle liberalizzazioni, un elemento fondato che affermi uno scarto netto tra il privato e il pubblico. Manca quel qualcosa per cui si possa dire con certezza che il privato è sicuramente meglio del pubblico. Si possono solo rimarcare le differenze formali tra il privato e il pubblico. Solo che, così facendo, quell'assenza di scarto, ironicamente, sparisce, ma non a favore del privato, quanto del pubblico. La differenza fondamentale formale è dovuta essenzialmente al fatto concorrenziale. Il privato esiste perché si permette a più competitori privati di proporsi sul mercato, relativamente ad un certo servizio o prodotto. La competizione dovrebbe spingere ad una ricerca di soluzioni interessanti per i clienti, come al raggiungimento di maggiori utili, da cui dovrebbero derivare, a loro volta, ulteriori soluzioni, e così via. La storia degli ultimi decenni, invece, fa ampiamente supporre altro. La competizione sta portando a grosse concentrazioni internazionali, riducendo ovviamente i competitori. Il mercato riesce a proporre prodotti e servizi a prezzi interessanti solo in determinati campi, ma fallendo in molti altri, tra l'altro spesso delocalizzando le fabbriche in aree del mondo in cui i salari sono bassissimi. Il che non provoca un crollo dei prezzi sul mercato, ma riduce i posti di lavoro in Occidente, con il conseguente restringimento dello stesso mercato occidentale e un insufficiente ampliamento di quello in altre aree.

La competizione globalizzata sta conducendo ad una frenata dell'aspetto "qualitativo" del mercato. Conta solo l'aspetto economico, solo l'utile. Questo, fondamentalmente, a causa dell'assenza dell'aspetto pubblico. La politica, le autorità nazionali e locali, non stanno facendo nulla per ancorare la competizione del mercato alle varie realtà socio-economiche concrete, in modo da concertare investimenti privati, dati territoriali sull'occupazione, interventi statali, formazione, ecc. Il gruppo privato decide se andar via o meno, a propria discrezione; oppure decide se non occuparsi più di un certo settore, a propria discrezione. Libero mercato, certo, ma se consideriamo tutti gli aspetti in gioco (offerta di prodotti più offerta lavorativa), il risultato non è positivo. L'intervento statale veniva e viene considerato dispendioso e lento, poco innovativo. Ma se il privato non è capace di creare ricchezza diffusa, se si nasconde anche un po' vigliaccamente dietro gli utili o gli azionisti, e se non riesce ad essere economicamente conveniente, a che pro allora? Meglio allora il vecchio "baraccone". Almeno era gestito da mani meglio identificabili.

Per il momento, la liberalizzazione serve solo a lasciare spazio ai grandi gruppi, ossia agli interessi di quelle minoranze di grandi azionisti e di amministratori delegati, che potranno mettere da parte i tassisti proprietari delle proprie auto e i "padroncini" dei camion; che potranno appropriarsi del settore, prima famigliare, delle farmacie; che potranno espandere il dominio nel campo delle vendite, costringendo a far la spesa solo nei propri centri commerciali o nei pochi supermercati affiliati. Il tutto senza la certezza di minori costi per la collettività. Se questa vogliamo continuare a chiamarla liberalizzazione?! Se questa non è predazione?!

  • Ogni giorno muoiono 180 botteghe - Poche aperture, saldo negativo (Rosaria Amato, La Repubblica, 3 gennaio 2012):

A rendere tutto più difficile per i negozianti è la crisi dei consumi: gli italiani, con i redditi falcidiati dalla crisi e dalle manovre che quest'anno si sono accavallate l'una dopo l'altra, comprano meno. Gli ultimi dati Istat, pubblicati a fine novembre, mostrano per i primi nove mesi del 2011, rispetto allo stesso periodo del 2010, una diminuzione delle vendite al dettaglio dello 0,7%. Le vendite di prodotti alimentari segnano un incremento dello 0,1% e quelle di prodotti non alimentari una diminuzione dell'1,2%. "Le vendite confermano che i consumi vanno peggio delle previsioni - commenta Confesercenti -: a fine anno, se continua così, avremo almeno 65mila chiusure di esercizi commerciali, un salasso di 150mila posti di lavoro in meno e l'aumento della desertificazione dei centri urbani. Le chiusure sono solo una faccia della medaglia, la crisi produce un altro effetto molto negativo: scoraggia la nascita delle nuove imprese, impedendo la creazione di occupazione. La nostra previsione sui consumi, che stimavamo attestati allo 0,5% nel 2011 e a quota zero nel 2012, rischia ora di essere fin troppo ottimistica". In effetti a ottobre l'indice del clima di fiducia dei consumatori è calato a 92,9, da 94,2 di settembre. L'Istat sottolinea che si tratta del dato più basso dal luglio del 2008. Siamo tornati nel pieno della crisi, proprio quando si stava cominciando ad avvicinarsi (ma si era ancora lontani dall'averli raggiunti) ai livelli degli anni precedenti. Secondo Confcommercio, negli ultimi tre anni in Italia sono stati chiusi oltre 180 negozi al giorno. Altri ne aprono, certo, ma nei primi nove mesi del 2011 il saldo del commercio è negativo per circa 23mila imprese, e ogni giorno va sempre peggio.

E infatti, secondo Unioncamere, dopo la frenata osservata tra le fine del 2010 e gli inizi del 2011, le imprese entrate in procedura fallimentare nei primi nove mesi dell'anno sono mille in più rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, a quota 10.323. Tradotto, ogni giorno 38 imprese alzano bandiera bianca, quattro in più rispetto a un anno fa. E, rileva Cerved Group, se nel 2009 e nel 2010 la corsa dei fallimenti veniva guidata dalle imprese manifatturiere e, in un secondo luogo da quelle attive nell'edilizia, nel corso del 2011 il fenomeno sta cambiando rotta: aumentano a ritmi elevati i casi nel terziario (+16,4%). E dunque, a dichiarare bancarotta sono in gran parte i negozi.

I dati sui negozi chiusi sembrano bollettini di guerra: a Pescara nel 2010 hanno chiuso i battenti 770 attività commerciali, nel solo primo semestre del 2011 567. In Campania nel primo trimestre 2011 c'è stata una perdita netta di 1076 imprese, delle quali 758 erano di commercio al dettaglio. A Milano nei primi sei mesi del 2011 si contano 548 saracinesche abbassate. A Mestre i vigili urbani hanno recentemente effettuato una sorta di censimento dei negozi, contando un centinaio di saracinesche abbassate. I negozi di quartiere soffrono, e il loro declino sembra inarrestabile. Chiudono le librerie, i caffè storici: sta per portare i libri in tribunale per fallimento il Caffè degli Specchi, uno dei simboli di Trieste, aperto dal 1839.

  • La lettera da Amsterdam - Il fallimento della liberalizzazione taxi in Olanda (lettera firmata, UNICA Bologna, 18 gennaio 2012):
Egregio, tramite i media internazionali, da Amsterdam ho letto del piano folle del Governo di liberalizzare i taxi in Italia. Di seguito, vi voglio spiegare le esperienze che abbiamo vissuto qui ad Amsterdam dopo che nel 2000, esattamente il 1 gennaio 2000, il mercato olandese dei taxi è stato liberalizzato. Dopo la liberalizzazione, il numero dei taxi è quasi raddoppiato. Contrariamente alle previsioni del Governo, che diceva che le tariffe sarebbero diminuite, il taxi oggi è molto più costoso, con tariffe aumentate anche più del 25 per cento. Inoltre, il numero di utenti è diminuito (sempre meno persone scelgono il taxi), in parte in seguito agli aumenti di prezzo ed in parte a causa dei numerosissimi problemi che sono conseguiti con i nuovi tassisti "liberi" (la maggior parte provenienti da paesi al di fuori dell’Unione Europea) negli ultimi anni. Molti tassisti “liberi” rifiutano di espletare il servizio per percorsi brevi, chiedono prezzi troppo alti, causano delle risse con altri tassisti e minacciano gli utenti. Questi tassisti "liberi" sono difficili da gestire: prima della liberalizzazione, nel rarissimo caso di maltrattamento di un utente, il tassista veniva identificato e punito dalla sua organizzazione radiotaxi. Ma un tassista "libero" non è controllabile perché non fa parte di nessuna organizzazione e non ha nemmeno bisogno di rispettare il suo utente perché la probabilità che lo stesso utente prenda per due volte lo stesso taxi è praticamente nulla. A causa dei numerosi incidenti stradali, di violenza, stupro e rapina commessi da parte dei tassisti "liberi", qui in Olanda ormai la gente prende il taxi il meno possibile. Conseguentemente, l’intero settore dei taxi è in crisi e questo grazie alla liberalizzazione.

In Olanda la liberalizzazione del mercato dei taxi ha comportato i seguenti effetti:

1. il numero dei taxi è quasi raddoppiato, nonostante il numero di utenti sia diminuito

2. i prezzi sono saliti, ma la qualità del servizio (a causa dei problemi causati dai numerosi tassisti “liberi”) è notevolmente diminuita

3. sono accaduti numerosi incidenti stradali e casi di violenza commessi dai tassisti “liberi”. Qui ad Amsterdam, attualmente non ci si pensa neanche a far portare la figlia a casa da un tassista

4. l’intero settore dei taxi si è trovato in crisi immediatamente dal giorno dopo la  liberalizzazione.


Tutto questo mentre prima della liberalizzazione tutto funzionava benissimo. Il taxi era (come in questo momento a Bologna) un mezzo sicuro con un buon rapporto qualità/prezzo, il che dava una giustificazione economica permanente al settore. Soltanto per rompere il “monopolio sui prezzi” (il che doveva “introdurre le leggi del mercato, quindi far diminuire i prezzi ed aumentare la qualità del servizio”), il Governo olandese nel 2000 aveva preso quella ingenua decisione (ormai in fase di revoca) di liberalizzazione che ha praticamente distrutto il settore stesso. L’esperienza in Olanda mostra anche che uno dei principi della liberalizzazione cioè l’abolizione della regola fifo (first in/first out) non funziona. Anche se in teoria, ora gli utenti possono scegliere quale taxi prendere, proprio per ostacolare questa libera scelta (il che favorirebbe i tassisti storici) i tassisti “liberi” costringono, minacciando sia l'utente che i tassisti regolari nella fila, il primo utente sempre a prendere il primo taxi in fila, minacciano i tassisti storici perché stiano lontani dai posteggi taxi. In questo modo, tutti i posteggi più importanti (stazione centrale, aeroporto, ecc.) sono finiti nelle mani dei tassisti “liberi”. Adesso - undici anni dopo - il Governo olandese ha finalmente preso la decisione di revocare (il più possibile) quella drammatica decisione del 2000 quando il mercato dei taxi fu liberalizzato.

Volevo solo condividere queste esperienze con voi, essendo un turista da utente sempre rimasto contentissimo dei taxi a Bologna.

Un grande saluto.

Questa lettera è stata inviata al sito di Unica Taxi Bologna il 18 gennaio 2012. L'originale è nel nostro archivio. Non pubblichiamo l'indirizzo e-mail e la firma per ovvi motivi di privacy

  • Liberammazziamo (Marco Cedolin dal suo blog http://marcocedolin.blogspot.com/, 12 gennaio 2012):
Dopo avere imbonito  con astuzia i seguaci del babaismo, attraverso la spettacolare operazione “Cortina fumogena” e terminata la prima tranche di nuove tasse (autoreplicanti) per tutti, soprattutto se poveri, il balitore al servizio dell’usura, Mario Monti, sembra avere intenzione di dedicarsi ad un nuovo capitolo del progetto “affonda Italia” che sta alacremente portando avanti per conto terzi. Laddove i terzi sono costituiti dalla grande finanza internazionale, coniugata attraverso banche e multinazionali.
Per iniziare a prodursi nei licenziamenti di massa probabilmente i tempi non sono ancora maturi, ragione per cui, nell’attesa che lo diventino, contando sull’ausilio della “stampa amica” che incensa ogni passo compiuto dal Cagliostro di Goldman Sachs, trasformando il letamaio in un balsamario, l’usuraio sembra per ora accontentarsi di qualche provvedimento minore, finalizzato a caducare l’art. 18 ed eliminare progressivamente i contratti nazionali, affinché la strada per le lettere di licenziamento risulti il più possibile sgombra da impicci.

Sembrano maturi invece i tempi per lanciare la campagna delle paventate liberalizzazioni, già tentate a suo tempo dal buon Bersani , precedute come sempre dall’elegiaco e starnazzante codazzo dei giornalisti italiani…..impegnati  ad avallare la nuova bareria, presentandola come un irrinunciabile passo sulla via dell’eldorado costituito dal progresso e dal libero mercato, sulle cui terre tutti (poveri e ricchi) un giorno del mai potranno allegramente banchettare in compagnia.

Agli italiani viene raccontato sulle pagine dei giornali che grazie alla bonomia del grande usuraio (Stefano Benni avrebbe usato un altro termine assai più consono) i cittadini avranno più taxi e ad un costo più basso,  troveranno più farmacie e potranno fare indigestione di farmaci a prezzo da discount, potranno andare a fare shopping la notte con la carta di debito dentro ad esercizi commerciali sempre aperti in trepidante attesa dei loro chip, saranno in grado di fare finalmente causa a tutto e tutti (compreso il vicino e la signora con il cane che sporca il marciapiedi) grazie ad uno stuolo di avvocati pronti a “bussare” all’ombrellone come vu cumprà, godranno finalmente dei saldi tutto l’anno, perché i commercianti impareranno a nutrirsi di aria fritta, sacrificando il proprio ricarico sull’altare di un’Italia che si modernizza e diventa bella e libera, come gli States.

In realtà, scrostando le evanescenti illusioni sostenute da tanto bettolare, l’operazione liberalizzazioni viene portata avanti con l’unico scopo di eliminare definitivamente i tassisti, i benzinai, i commercianti, i farmacisti (titolari di farmacia) gli avvocati indipendenti ed alcune altre categorie.

Le grandi compagnie (facenti capo a banche e multinazionali) gestiranno il mercato dei taxi, più ricco di mezzi ma con al volante dipendenti precari con paghe da fame, facendo si che laddove sbarcavano il lunario migliaia di famiglie sostenute da un lavoratore imprenditore, sopravviveranno sotto la soglia di povertà migliaia di poveracci costretti ad un lavoro indecente, saltuario e mal pagato.

Le farmacie passeranno progressivamente dalle mani d’imprenditori facoltosi che avevano investito un discreto capitale nell’impresa, a quelle dei colossi dell’industria farmaceutica e della grande distribuzione, che non mantengono famiglie (tranne le poche che compongono i gruppi di potere) ma fondi d’investimento anonimi quanto può esserlo un alieno.

I pochi negozi ancora in piedi chiuderanno i battenti, non potendo competere in termini di costi con la grande distribuzione che aspetta trepidante di fagocitarli e magari riciclarne i titolari sotto forma di precari part time.

I benzinai termineranno di essere titolari (o semi titolari visto che la situazione attuale già non è idilliaca) del loro esercizio e nel migliore dei casi potranno aspirare ad un ruolo di dipendente precario delle grandi compagnie petrolifere, presso la pompa che gestivano da parecchi decenni e che una volta consentiva loro di mantenere la famiglia.
Gli avvocati diventeranno dipendenti (agiati?!) di grandi studi modello americano che fattureranno cifre astronomiche a beneficio del gotha che ben conosciamo.

E gli italiani? Si ritroveranno sempre più poveri e sempre più americani, ma vuoi mettere l’ebbrezza di fare shopping sotto le stelle e viaggiare in taxi quando vuoi? Sempre che il mestiere che ti permetteva di accedere al desco due volte al giorno non fosse il commerciante, il tassista o il benzinaio (farmacisti ed avvocati il lunario lo sbarcheranno lo stesso), in questo caso nada, è il progresso, bellezza!

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