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venerdì 30 marzo 2012

Elezioni USA 2012

Elezioni USA 2012: comunque finirà, sarà peggio per gli elettori

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Ci vogliono ancora alcuni mesi per la scelta definitiva del candidato repubblicano, che contenderà la nomina presidenziale a Barack Obama, così come per l'elezione vera e propria, ma è già evidente come le poche illusioni di una alternativa credibile al sistema di potere vigente a Washington siano praticamente svanite. Se Obama è l'unico candidato del Partito Democratico, la scelta per i repubblicani è formalmente ancora tra quattro contendenti, ossia Mitt Romney, Rick Santorum, Newt Gingrich e Ron Paul. Purtroppo, il quarto è il meno mediatizzato e, dalle notizie più recenti, sembra che la raccolta fondi a suo favore stia giungendo ad un'impasse che non lascia, ovviamente, presagire alcunché di buono.

Ron Paul, comunque non ancora ritiratosi, è l'unico candidato il cui programma prospetti una scarto importante rispetto alle politiche degli ultimi decenni, così come rispetto agli altri candidati, di entrambe le formazioni. E' economicamente libertario; è libertario anche per quanto riguarda i temi della sicurezza nazionale (arrivando anche all'idea di sciogliere FBI e CIA); vuole la fine delle missioni militari all'estero, con il rientro dei soldati, utilizzabili in territorio statunitense anche per frenare massicciamente l'immigrazione clandestina; è contrario all'aborto e all'eutanasia, ma vuole la depenalizzazione delle droghe, che considera un problema medico. Paul rappresenta un buon connubio di libertarismo e conservatorismo, desideroso di ripristinare quelle libertà civili dell'America profonda, sempre più messe in pericolo a causa, prima, dell'espandersi del potere delle lobbies e delle multinazionali, poi, a causa delle politiche post-11 settembre.

Come detto, purtroppo Paul, non solo incomincia ad accusare difficoltà nel raccogliere fondi per la sua campagna, ma è anche il meno coccolato dei candidati, da parte dei poteri forti. L'unico miliardario che ci risulti abbia finanziato nei mesi scorsi Paul è stato Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e primo investitore in Facebook. Per il resto, calma piatta.

Certo, Paul rappresenterebbe una rivoluzione notevole per gli attuali USA, con un ribaltamento delle preoccupazioni governative e federali rispetto alla geopolitica attualmente perseguita, così come rispetto alla pervasività di Washington nella vita dei singoli cittadini. Nulla del genere, invece, troverete tra le proposte degli altri candidati. Non solo. Secondo l'US Budget Watch, legato al Comitato per un budget federale responsabile, organizzazione non-governativa e bipartisan, il cui nome dice tutto, Paul è l'unico, tra i candidati repubblicani, il cui programma promette una riduzione del debito pubblico nazionale [dossier dell'US Budget Watch sulla possibile incidenza sul debito pubblico dei programmi dei candidati repubblicani nel 2012 - in PDF].

Facciamo un confronto velocissimo, ora, con l'attuale presidente, il democratico Barack Obama, con due semplici fatti: il debito pubblico statunitense (senza considerare quello privato) era al 76% nel 2008 e nel 2011 al 102%, con una crescita prevista, nel 2012, al 107%, e, nel 2013, al 112%, secondo il Fondo Monetario Internazionale. Altra prospettiva inquietante deriva dalla decisione dell'amministrazione Obama di aumentare da 18 mesi a 5 anni il periodo di conservazione di informazioni riservate su singoli cittadini, indipendentemente che costoro siano o no colpevoli di un reato o solo sospettati o nulla di tutto questo!

Tornando alla scelta dei candidati repubblicani e alla raccolta fondi per le prossime elezioni, come vedete dall'immagine di sopra, alla fine del 2011 i candidati che maggiormente avevano avuto donazioni da miliardari erano stati Obama e Mitt Romney, il quale è attualmente il più probabile rivale dell'attuale presidente. Come segnalato nell'articolo del blog Geopoliticamente, le ultime elezioni degli USA hanno sempre visto vincere i candidati alla Camera o al Senato con più fondi a disposizione. Precisazione: l'articolo citato parla di un 94% alle elezioni di mid-term del 2010, quando in realtà, controllando l'articolo da cui deriva il dato (su Polifact), in realtà la percentuale corretta è dell'85%, dato comunque rilevante.

A quanto pare, queste elezioni saranno comunque il coronamento di un processo di élitarizzazione della politica statunitense, dove a raccogliere le risorse e gestire il consenso, e perciò a decidere chi dovrà essere il nuovo presidente (o burattino, che dir si voglia), saranno poche centinaia o migliaia di persone. Alcuni dati, che troverete in un altro articolo, rilanciato da Comedonchisciotte, parlano di un aumento, rispetto al 2008, del 1600% di annunci televisivi sponsorizzati dai super PAC, comitati di azione politica a sostegno di questo o quel candidato e legati spesso a qualche miliardario o gruppo di potere. Comitati che non sono tenuti, per legge, a pubblicare l'origine dei finanziamenti per il proprio candidato.

Da parte sua, Obama, che nel 2008 si fece vanto di aver vinto grazie a piccoli contributi di una moltitudine di persone comuni, ha già fatto sapere agli elettori più danarosi, per voce di Jim Messina, direttore della sua campagna elettorale, che Obama ha messo da parte i "populisti" e che non intende correre contro quella industria che ha reso ricco il suo rivale Romney, ma solo contro lo stesso Romney. In ogni caso, una certa retorica sui piccoli contributi c'è ancora, ma sembra perdere smalto, dato che sono usciti fuori alcuni dettagli su come funzioni il meccanismo di raccolta. Negli ultimi mesi del 2011, su una spesa complessiva di circa 20 milioni di dollari per la campagna pro-Obama, ben 8 milioni sono serviti per cercare, convincere e sollecitare i potenziali piccoli finanziatori a finanziare il presidente democratico. Non esattamente una mobilitazione genuina!

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  • Come la politica dei super ricchi è diventata la politica statunitense (Ari Berman, Tom Dispatch via Sin Permiso via Comedonchisciotte, 16 febbraio 2012):

In un momento in cui è diventato un cliché dire che Occupy Wall Street ha modificato il dialogo politico della nazione – spostando l’attenzione verso la lotta del 99% -, la politica elettorale e le elezioni presidenziali del 2012 sono in mano quasi esclusivamente all’1%. Anzi, più precisamente, allo 0,0000063%, la percentuale corrispondente ai 196 donatori individuali che hanno contribuito per quasi l’80% ai fondi raccolti dai super PAC (comitati di azione politica) nel 2011, ciascuno versando 100.000 dollari o più.

Questi comitati di azione politica, nati dalla sentenza Citizens United della Corte Suprema nel gennaio del 2010, possono raccogliere quantità illimitate di soldi da persone, corporazioni o sindacati, al fine di appoggiare od opporsi a un candidato politico. In teoria i super PAC sono proibiti dalla legge e non possono coordinarsi direttamente con i candidati, ma in pratica non sono altro che un losco prolungamento delle campagne politiche, e svolgono tutte le funzioni di una campagna tradizionale, senza alcun tipo di rendicontazione.
Se il 2008 è stato l’anno del piccolo donatore ( http://prospect.org/article/can-money-be-force-good ), quando molti esperti politici (io incluso) avevano previsto che la fusione delle organizzazioni di base con l’attivismo cibernetico avrebbe trasformato il modo in cui si faceva campagna elettorale, il 2012 è “l’anno del grande donatore”, in cui la bontà di un candidato si misura in base alla quantità di soldi su cui può contare il suo Super PAC ( http://www.politico.com/news/stories/0212/72307.html ). “In questa campagna, ogni candidato ha bisogno dei propri multimilionari”, ha scritto Jane Mayer sul New Yorker ( http://www.newyorker.com/online/blogs/newsdesk/2012/02/leader-of-the-pacs.html ).
“È davvero la svendita degli Stati Uniti”, ha affermato l’ex candidato presidenziale ed ex presidente del Partito Democratico, Howard Dean: “Siamo stati venduti da cinque magistrati, grazie alla sentenza Citizens United.” In realtà, la nostra democrazia è stata venduta al miglior offerente già da molto tempo, però nelle elezioni del 2012 l’esplosione dei super PAC ha reso cosciente l’opinione pubblica dell’eclatante disuguaglianza all’interno del nostro sistema politico, così come il movimento Occupy ha messo in luce l’iniquità economica. Entrambi, naturalmente, vanno a braccetto.
“Sconfiggeremo il potere dei soldi con il potere del popolo”, ha detto Newt Gingrich, dopo aver perso contro Mitt Romney in Florida alla fine di gennaio. Gingrich, personificazione più pura del complesso industriale delle lobby, ha fatto questa dichiarazione nonostante la sua candidatura sia appoggiata da un super PAC finanziato da due donazioni di 5 milioni di dollari da parte del magnate dei casinò di Las Vegas, Sheldon Adelson. Sarebbe stato più divertente se le primarie presidenziali del Partito Repubblicano non fossero un caso di studio di una contesa con abbondante denaro e poca partecipazione.
Il Wesleyan Media Project ha recentemente reso noto un aumento del 1.600% negli annunci televisivi patrocinati da gruppi di interesse in questa tornata rispetto alle primarie del 2008 ( http://mediaproject.wesleyan.edu/2012/01/30/group-involvement-skyrockets/ ). E la Florida ha dimostrato essere sinora il vero campo di battaglia dei super PAC. Qui il Super PAC di Romney, Restore Our Future (Ricostruiamo il nostro futuro, ndt), ha speso più di quello di Gingrich, Winning Our Future (Conquistiamo il nostro futuro, ndt), con un rapporto di cinque a uno. Solo nell’ultima settimana di campagna Romney e i suoi alleati hanno trasmesso 13.000 annunci televisivi in Florida, mentre quelli di Gingrich sono stati solo 200. Il 92% degli annunci sono stati di natura negativa, con le due parti terze impegnate ad attaccare Gingrich, il quale, ironicamente, è stato un fervente difensore della sentenza Citizens United.
Con l’eccezione della candidatura di Ron Paul e la sorprendente vittoria di Rick Santorum nello Iowa – dove non ha speso praticamente niente, visitando però tutte le 99 contee dello stato – i candidati repubblicani e i loro super Comitati di Azione Politica alleati hanno abbandonato le campagne tradizionali e la politichina corrotta e misera delle basi. Al suo posto, hanno deciso di spendere il proprio bottino di guerra nella televisione.
I risultati sono già visibili nelle prime elezioni primarie e nelle assemblee elettorali: una valanga di denaro e un elettorato smobilitato. È, senza dubbio, una coincidenza il fatto che, rispetto al 2008, la partecipazione in Florida sia calata del 25%, e che, in quest’occasione, al momento meno repubblicani abbiano votato in tutti gli stati, ad eccezione della Carolina del Sud. Secondo i politologi Stephen Ansolabehere e Shanto Iyengar, i messaggi televisivi negativi contribuiscono a “un’implosione politica di apatia e allontanamento”. Il giornalista del The New York Times, Tim Egan, ha definito quest’era post-Citizens United, “democrazia sotto metanfetamina” ( http://opinionator.blogs.nytimes.com/2012/01/05/newts-shop-of-horrors/ ).
Le primarie dello 0,01%
Al momento ci sono oltre 300 super PAC registrati presso la Commissione Elettorale Federale. Quello finanziato dal maggior numero di piccoli donatori appartiene a Stephen Colbert, che ha convertito il proprio programma televisivo in un brillante spazio di commenti sulla deformazione dello scenario dei super PAC. La super PAC satirica di Colbert, Americans for a Better Tomorrow, Tomorrow, ha raccolto più di un milione di dollari da 31.595 persone, tra le quali 1.600 hanno donato 1 dollaro ciascuna ( http://www.colbertsuperpac.com/ ). Si può considerare un raro esempio di potere del popolo nel 2012.
A parte questo caso, i super PAC da entrambe le parti sono finanziati dall’1% dell’1% ( http://www.nytimes.com/interactive/2012/01/31/us/politics/super-pac-donors.html?src=tp ). Il super PAC di Romney, Restore Our Future, fondato dal consiglio generale della sua campagna del 2008, è in testa al gruppo, avendo raccolto trenta milioni di dollari, e il 98% dei donatori ha dato 25.000 dollari o più. Dieci milioni di dollari sono arrivati da soli dieci donatori che hanno contribuito con un milione ciascuno. Tra loro vi sono tre amministratrici di fondi di copertura e il repubblicano Bob Perry di Houston, principale finanziatore nel 2004 di Swift Boat Veterans for Truth , i cui calunniosi annunci pubblicitari hanno fatto un eccellente servizio, distruggendo le prospettive elettorali di John Kerry ( http://articles.latimes.com/2004/aug/24/opinion/ed-swiftpress24 ). Il 65% dei fondi versati nel super PAC di Romney nel secondo semestre del 2011 sono arrivati dal settore finanziario, dalle assicurazioni e dalle proprietà immobiliari, conosciuti anche per essere i colpevoli della crisi economica del 2007-2008 ( http://motherjones.com/mojo/2012/02/mitt-romney-super-pac-wall-street-donor ).
La campagna di Romney ha ottenuto il doppio dei fondi del suo super PAC, il che è più di quanto si possa dire di Rick Santorum, il cui Super PAC – Red, White & Blue (Rosso, Bianco e Blu, ndt) – ha raccolto e speso più del proprio candidato. Il 40% dei due milioni di dollari che ha intascato sinora Red, White & Blue è stato donato da una sola persona, Foster Friess, un multimilionario conservatore, amministratore di fondi di garanzia e cristiano evangelico del Wyoming ( http://www.nytimes.com/2012/02/09/us/politics/foster-friess-a-deep-pocketed-santorum-super-pac-backer.html ).
Sulla scia delle scomode vittorie di Santorum in Colorado, Minnesota e Missouri, il 7 febbraio Friess ha dichiarato al New York Times di aver ottenuto un altro milione di dollari per il super PAC di Santorum da un altro donatore (anonimo) e che avrebbe aumentato la propria donazione, ma non ha voluto dire di quanto. E non ci sarà modo di saperlo sino alla prossima divulgazione di informazioni sulla campagna che avverrà fra tre mesi, quando quasi sicuramente le primarie repubblicane saranno già state decise.
Per adesso, il ricco sponsor di Ginrich, Adelson, si è impegnato a continuare ad appoggiare la sua debole campagna, però ha anche fatto capire che se l’ex relatore del Senato continuasse a perdere, lui sarebbe disposto a donare altri soldi per la stupenda super PAC di un Romney candidato presidente. E si tenga a mente che non c’è niente nella legge post Citizens United che possa fermare un donatore come Adelson - impegnatissimo nell’evitare che l’amministrazione Obama contrasti un attacco israeliano contro gli impianti nucleari iraniani ( http://www.thedailybeast.com/articles/2012/01/18/is-gingrich-s-hard-line-on-palestine-paid-for-by-sheldon-adelson.html ) - di donare 100 milioni di dollari, o nel caso, la cifra che desidera.
Prima di Citizens United, la quantità massima che una persona poteva donare a un candidato era di 2.500 dollari, un comitato di azione politica 5.000 e un comitato di un partito politico 30.800. Adesso invece non esistono limiti per i super PAC, e ciò che è più preoccupante è che qualsiasi donatore può apportare in modo illimitato ai 501c4 – organizzazioni che l’IRS definisce come “leghe civiche o organizzazioni senza fini di lucro, che funzionano esclusivamente per la promozione del benessere sociale”, e a peggiorare le cose c’è il fatto che detto contributo sarà per sempre segreto. In questo modo, la politica statunitense sta scendendo sempre più nelle tenebre e le 501c4 stanno rapidamente guadagnando influenza come delle “super PAC fantasma”.
Una recente analisi realizzata dal Washington Post ha scoperto che, al costo di 24 milioni di dollari, il 40% degli annunci televisivi dell’attuale corsa presidenziale venivano da questi gruppi di “servizio pubblico”, senza essere tassati ( http://www.washingtonpost.com/politics/secret-money-is-funding-more-election-ads/2012/02/03/gIQAfTxEuQ_story.html ). Anche Karl Rove, fondatore del PAC American Crossroads (Crocevia Americani) - un super PAC conservatore che si dedica ad attaccare i candidati democratici e il governo Obama - ha un 501c4 chiamato Crossroads GPS. Ha raccolto il doppio dei soldi del suo gruppo confratello, tutti da donazioni le cui fonti rimarranno segrete per gli elettori statunitensi. In questo modo, questa fonte segreta di fondi per la corruzione dei multimilionari, adesso prende il nome di servizio pubblico.
L’industria della difesa dei profitti
Nel suo libro Oligarchy, il politologo Jeffrey Winters chiama questi gruppi di attori sproporzionatamente ricchi e influenti nel sistema politico col nome di “industria della difesa dei profitti”. Se volete sapere come questa classe ricca, che ha prosperato durante i governi Bush e Clinton, ha trovato il modo di eliminare quasi tutto quello che non le piace durante gli anni di Obama, basta osservare la forma in cui adesso l’1% dell’1% controlla il nostro sistema politico.
Questo semplice fatto spiega perché gli amministratori degli hedge fund pagano un’aliquota di imposte minore rispetto ai loro impiegati, o perché gli Stati Uniti siano l’unico paese industrializzato senza un sistema sanitario universale, o perché il pianeta continua a riscaldarsi a un ritmo senza precedenti mentre non si fa niente per combattere il problema. I soldi comprano le elezioni e in genere, indipendentemente da chi venga eletto, quasi sempre comprano anche un condizionamento.
Nelle elezioni del 2010 l’1% dell’1% rappresentava il 25% di tutte le donazioni legate alla campagna – un totale di 774 milioni di dollari -, e l’80% di tutte le donazioni ai partiti Democratico e Repubblicano, la percentuale maggiore dal 1990 ( http://sunlightfoundation.com/blog/2011/12/13/the-political-one-percent-of-the-one-percent/ ). Nelle elezioni del 2010 per il Congresso, secondo il Center for Responsive Politics (Centro per le Politiche Dinamiche, ndt), il candidato che ha speso di più ha vinto l’80% delle sfide alla Camera e l’83% di quelle al Senato ( http://www.opensecrets.org/news/2010/11/bad-night-for-incumbents-self-finan.html ).
Ai mezzi di comunicazione piacciono le storie dei partecipanti più deboli, però oggi essi hanno dieci volte meno possibilità di vincere. Considerando il costo per il funzionamento delle campagne e la contropartita che si ottiene spendendo più del proprio avversario, non è strano che quasi la metà dei membri del Congresso sia milionaria e che la ricchezza media netta di un senatore degli Stati Uniti sia di 2,56 milioni di dollari ( http://www.nytimes.com/2011/12/27/us/politics/economic-slide-took-a-detour-at-capitol-hill.html?_r=2&pagewanted=all ).
L’influenza dei super PAC era già evidente nel novembre del 2010, appena nove mesi dopo la sentenza della Corte Suprema. John Nichols e Robert McChesney di The Nation hanno segnalato che nel 2010, nei 53 distretti della Camera dove l’organizzazione Crossroads aveva speso più dei candidati dei Democratici, i repubblicani hanno avuto la meglio in cinquantuno occasioni ( http://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&ved=0CC4QFjAA&url=http%3A%2F%2Fwww.thenation.com%2Farticle%2F165733%2Fafter-citizens-united-attack-super-pacs&ei=Jd82T9HWKOX40gGn2uzDAg&usg=AFQjCNGzAbGb2jtYTGiFxWoLIJvV6B1XYQ&sig2=aj2I ). Comunque, quest’ultima elezione è risultata essere solo una prova della stravaganza monetaria rappresentata dalle elezioni del 2012.
Quest’anno i Repubblicani stanno scommettendo sul vantaggio ottenuto dai Super PAC, quando i costi della sfida presidenziale e di tutte le altre contese per gli incarichi federali aumenteranno dai 5 miliardi di dollari del 2008 ( http://www.tomdispatch.com/blog/175478/tomgram%3A_engelhardt,_the_1%25_election/ ) a 7 miliardi fino a novembre scorso ( http://www.pri.org/stories/politics-society/government/estimated-cost-of-2012-campaign-6-billion3276.html )(le elezioni del 2000 sono costate “solo” 3 miliardi di dollari). In altre parole, i soldi che verranno spesi durante questa tornata elettorale saranno più o meno l’equivalente del PIL di Haiti.
Il mito dei piccoli donatori
Nel giugno del 2003 il candidato presidenziale Howard Dean sconvolse la classe politica avendo raccolto 828.000 dollari in un solo giorno attraverso Internet, con una media di 112 dollari a donazione. Dean, di fatto, ottenne il 38% del totale dei fondi della sua campagna con donazioni pari o inferiori ai 200 dollari, e mise le basi di quella che molti considerarono una rivoluzione dei piccoli donatori nella politica statunitense.
Quattro anni dopo, Barack Obama raccolse dai piccoli donatori un terzo dei fondi della sua campagna da 745 milioni, mentre Ron Paul, sulla sponda repubblicana, arrivò al 39% ( http://www.cfinst.org/Press/Releases_tags/10-01-08/Revised_and_Updated_2008_Presidential_Statistics.aspx ). Gran parte della campagna di Paul fu finanziata on line dalle “money bombs” grazie alle quali i sostenitori entusiasti riuscirono a racimolare milioni di dollari in successioni rapide e coordinate. La quantità di denaro raccolta con le piccole donazioni da Obama, in particolare, generò la speranza che la sua campagna avesse trovato il modo di spezzare l’abbraccio mortale dei grandi donatori nella politica statunitense.
Vista retrospettivamente, l’utopia dei piccoli donatori che circonda Obama sembra ingenua. Nonostante tutta l’attenzione dei media che incensano i suoi piccoli donatori, il candidato ha raccolto la maggior parte dei suoi soldi da grandi donatori (oggi, di solito, i membri titolari del Congresso raccolgono meno del 10% dei propri fondi in campagna dai piccoli donatori, e queste somme calano quando si arriva a livello statale o governativo). Tra i principali contribuenti di Obama ci sono impiegati di Goldman Sachs, JP Morgan Chase e Citigroup, difficilmente portabandiera degli ideali del piccolo donatore. Per ovvi motivi, la campagna ha deciso di evidenziare nella propria narrativa il ruolo dei piccoli donatori contro quelli grandi, e continua a farlo anche nel 2012
Curiosamente, tanto Obama, quanto Paul, di fatto, hanno raccolto più denaro dai piccoli donatori nel 2011 che nel 2008, rispettivamente il 48% e il 52% dei totali ( http://cfinst.org/Press/PReleases/12-02-08/Small_Donors_in_2011_Obama_s_Were_Big_Romney_s_Not.aspx ). Eppure, nell’era dei Super PAC, quei soldi già non hanno lo stesso impatto. Anche Dean dubita che la sua campagna anti-establishment, realizzata su Internet nel 2004, oggi avrebbe lo stesso successo. “I Super PAC hanno fatto si che le campagne di base siano meno efficaci”, dice: “Si può ancora fare una campagna di quel tipo, però il problema è che oggi uno può essere sopraffatto dalla televisione e da volgari pubblicità che arrivano per posta […] c’è stato un forte cambiamento rispetto al 2008.”
Obama è un candidato dalla doppia personalità. E per questo la sua campagna elettorale è altrettanto schizofrenica. I suoi portavoce affermano di aver raccolto il 98% dei fondi dai piccoli donatori e che Obama sta “costruendo la campagna di base più forte della storia statunitense”, secondo il direttore della campagna, Jim Messina. Ma le brillanti statistiche e la retorica che le accompagna sono molto ingannevoli. Degli 89 milioni di dollari raccolti nel 2011 dall’Obama Joint Victory Fund (Fondo Congiunto per la Vittoria di Obama, ndt), una collaborazione tra il Comitato Democratico Nazionale (DNC) e il gruppo a sostegno di Obama, il 74% è arrivato da donazioni di 20.000 dollari o più e il 99% da donazioni superiori ai 1.000 dollari.
La campagna conta con 445 “bundlers” (definiti dalla campagna “raccoglitori volontari di fondi”), che riuniscono i soldi dei suoi amici ricchi e li impacchettano per Obama. In questo modo, nel 2011 sono stati raccolti almeno 74,4 milioni di dollari a favore di Obama e del DNC. Sessantuno di quei bundlers hanno raccolto 500.000 dollari o più. Nel 2011 Obama ha partecipato a 73 eventi per raccogliere fondi, 13 solo nel mese scorso, e il prezzo per partecipare era quasi sempre di 38.500 dollari a persona ( http://www.tomdispatch.com/blog/175478/tomgram%3A_engelhardt,_the_1%25_election/ ).
Nonostante questo, né l’aumento dei contributi da parte dei piccoli donatori e neppure quello ottenuto dai grandi eventi per il finanziamento sono stati sufficienti a dargli un vantaggio sui repubblicani nella raccolta fondi. È per questo che la campagna di Obama, che sino a poco tempo fa era assolutamente contraria ai super PAC, all’improvviso ha mollato la presa e ha manifestato il proprio supporto a un super PAC a favore di Obama, chiamato Priorities USA.
Un giorno dopo l’annuncio che la campagna, così come quella dei suoi rivali repubblicani, sarebbe stata rinforzata da un super PAC, Messina ha parlato presso l’esclusivo Core Club di Manhattan, dove “ha assicurato a un gruppo di donatori democratici dell’industria dei servizi finanziari che Obama non avrebbe demonizzato Wall Street, avendo limitato le pretese dei populisti nella sua campagna per la rielezione”, ha informato Bloomberg Businessweek: “Messina ha detto al gruppo di donatori di Wall Street che il presidente pensa di correre contro Romney, non contro l’industria che ha reso milionario l’ex governatore del Massachusetts." ( http://www.businessweek.com/news/2012-02-10/obama-campaign-chief-messina-seeks-to-assure-wall-street-donors.html )
In altre parole, non aspettiamoci un ritorno convincente del tema “Il popolo contro i potenti” nella campagna del 2012, nonostante Romney, nel caso sia il candidato, sarebbe particolarmente vulnerabile a simile linea d’attacco. In fin dei conti, sinora la sua campagna ha raccolto solo il 9% dei contributi dai piccoli donatori, molto meno del senatore John McCain, che ottenne il 21% nel 2008, e di George W. Bush, col 26% nel 2004.
Nel quarto trimestre del 2011 Romney ha raccolto molti più fondi rispetto a Obama dalle principali compagnie di Wall Street, con un rapporto di 11 a 1. i tre principali contributi alla sua campagna sono giunte dai dipendenti di Goldman Sachs (496.430 dollari), JPMorgan (317.400 dollari) e Morgan Stanley (227.850). Le banche sono cadute in disgrazia presso il pubblico, ma i loro soldi per le campagne elettorali sono indispensabili per la classe politica e pertanto continuano a essere potenti come lo sono sempre stati nella politica statunitense.
In un recente spezzone del suo spettacolo, Stephen Colbert ha segnalato che la metà dei soldi (67 milioni di dollari) raccolti dai Super PAC nel 2001 proveniva solo da 22 persone ( http://latimesblogs.latimes.com/showtracker/2012/02/stephen-colbert-says-super-pacs-buying-democracy.html ). “Equivale alla sette milionesima parte dell’1 per cento”, più o meno lo 0,0000063%, ha detto Colbert mentre spruzzava con un estintore la sua calcolatrice che faceva fumo: “Credo che Occupy Wall Street dovrà cambiare tutto questo”.

  • Chi c’è dietro le campagne presidenziali negli Stati Uniti (Geopoliticamente, 3 febbraio 2012):
Cosa hanno in comune Obama e Romney? Entrambi vantano, tra i propri fans, una folta schiera di miliardari. I quali non lesinano ricche donazioni per sostenere l’immagine dei propri beniamini in vista delle presidenziali di novembre.
Cerchiamo di capire di chi i candidati alla casa Bianca sono i burattini.
Questo articolo del Washington Post rivela che Romney ha ricevuto 42 donazioni alla sua campagna da parte di miliardari ( http://www.washingtonpost.com/politics/in-race-for-campaign-funds-from-billionaires-romney-outpaces-obama/2011/12/01/gIQAxQLsXO_story_1.html ). Obama non è molto indietro, con almeno 30 sostenitori a nove zeri. Rick Perry (ritirato) e John Huntsman seguono rispettivamente con 20 e 12. Nessuno ha puntato su Ron Paul.
Il più ricco donatore di Romney è il finanziere John Paulson, 16 miliardi di dollari di patrimonio e oltre un milione donato all’ex governatore del Massachusetts; seguono l’immobiliarista Donald Bren (12 miliardi) e l’editore Sam Zell (5 miliardi).
Il più ricco donatore di Obama è l’industriale di origine russa Len Blavatnik (10,1 miliardi), il quale ha foraggiato anche Romney. Altri sovventori sono Peter Lewis, presidente della compagnia di assicurazioni Progressive, l’ex CEO di Google Eric Schmidt (7 miliardi) e il finanziere John Doerr (2,2 miliardi). Tuttavia il contributo maggiore è giunto da un non miliardario, e precisamente dal produttore di Hollywood Jeffey Katzenberg, 800 milioni di patrimonio, che ha donato al presidente in carica ben 2 milioni.
In ogni caso, non è un mistero che il mondo di Wall Street abbia scelto Romney ( http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/02/elezioni-americane-wall-street-sceglie-romney/188578/ ).
Che una campagna elettorale più “ricca” possa far pendere l’ago della bilancia per un candidato piuttosto che per un altro è risaputo, soprattutto negli Stati Uniti. Come non è un mistero che i donatari, una volta eletto il proprio favorito, si aspettino un “dividendo” politico dal loro investimento.
I ragazzi di Occupy Wall Strett ci ricordano che nel 2010 il 94% dei candidati vincitori delle elezioni di mid-term aveva avuto a disposizione più soldi rispetto agli avversari sconfitti ( http://www.politifact.com/truth-o-meter/statements/2011/oct/17/occupy-wall-street/occupy-wall-street-protesters-sign-says-94-percent/ ). Questo offre un’idea dell’importanza del fattore $ nel processo democratico d’oltreoceano. E non vi è dubbio che un ruolo di primo piano nella macchina del consenso spetti alle cosiddette lobby.
Oggi a Washington sono registrate 1.900 società di lobbying nelle quali lavorano oltre 11.000 lobbisti a tempo pieno. Tutto alla luce del sole, in virtù di quel primo emendamento della Costituzione che garantisce a tutti i cittadini la libertà di stampa e d’espressione. O meglio, di una interpretazione estensiva di tale norma affermata dalla Corte Suprema in una controversa pronuncia del 21 gennaio 2010, in cui si dice che non c’è limite ai finanziamenti elettorali da parte delle grandi aziende ( http://www.nytimes.com/2010/01/22/us/politics/22scotus.html ). Unica condizione: deve avvenire tutto nella massima trasparenza, ragione per cui dati di cui sopra sono perfettamente reperibili da chiunque. Ma le lobby sanno come aggirare anche questo limite.
La decisione della Corte ha contrariato lo stesso Obama, secondo cui “questa sentenza offre alle lobby un potere ancora superiore a Washington, mentre indebolisce l’influenza dei semplici cittadini che possono versare solo modesti contributi ai loro candidati”. Solo nel 2009, ad esempio, i lobbisti hanno speso per influenzare la politica 3,49 miliardi di dollari ( http://www.ritholtz.com/blog/2010/07/2009-lobbying-expenses-3-49-billion-dollars/ ). Cifre di cui la gente comune non potrà mai disporre.
In altre parole la Corte Suprema, i cui giudici sono a maggioranza filorepubblicani perché nominati in passato da Reagan e da Bush padre e figlio, ha incluso nel concetto di libertà d’espressione il diritto delle multinazionali di finanziare i candidati al Congresso o alla Casa Bianca, pagando di tasca propria tutti gli spot necessari a farli eleggere.
Sono così nati i Super-PAC. I PAC (Political Action Committees) sono dei comitati d’azione politica attraverso i quali i cittadini possono contribuire allo svolgimento delle elezioni federali. Fino al 2010 potevano ricevere finanziamenti limitati, ma la sentenza della Corte Suprema ha aperto la strada ad una valanga di soldi privati. I Super PAC sono attivamente impegnati nelle primarie repubblicane in corso, pur non avendo alcun legame ufficiale con i singoli candidati. E proprio in virtù di questa distanza formale possono permettersi fare cose che i candidati stessi non farebbero, come attaccare e distruggere in tv l’immagine dei propri avversari: pensiamo alla martellante campagna denigratoria che Restore Our Future, il Super PAC vicino a Romney, ha scatenato contro Newt Grinrich ( http://www3.lastampa.it/focus/primarie-presidenziali-usa-2012/articolo/lstp/440815/ ).
Ad aggravare la situazione si aggiunge il fatto che, per una serie di cavilli legali, i Super PAC possono mantenere segreti i nomi dei finanziatori fino a dopo le elezioni, alla faccia della trasparenza.
Ancora più controversi sono i legami tra lobby economiche e il Tea Party, movimento populista anti-Stato e anti-regole che condivide con il capitalismo il solo obiettivo di far fuori Obama ( http://www.nytimes.com/2011/03/31/us/politics/31liberty.html?pagewanted=all ). C’è chi lo chiama Koch Party, dal nome dei due magnati meno trasparenti del capitalismo americano: le loro aziende guadagnano tanto, inquinano tantissimo, non sono neppure quotate in borsa ( http://blogcritics.org/politics/article/tea-party-a-koch-industry/ ). E sottobanco finanziano l’agitazione popolare nato dalla pancia dell’America delusa. C’è da riflettere.
L’azione dei Super PAC comporta effetti facilmente immaginabili. Da un lato, il sistema democratico viene di fatto drogato dall’iniezione di finanziamenti senza eguali, dietro i quali si celano grossi centri di interesse, più o meno gli stessi che questa crisi l’hanno provocata. Dall’altro, la qualità del confronto politico si sta “italianizzando”, ossia sta scadendo a mero scontro frontale senza contenuti.
Conscio di questa realtà, per mantenere la sua aura trasparenza (e per ingraziarsi quel cosiddetto 99% di OWS) Obama ha annunciato che non accetterà più donazioni da lobby ( http://www.politifact.com/truth-o-meter/statements/2012/jan/04/barack-obama/barack-obamas-campaign-says-they-dont-accept-lobby/ ). Tuttavia si tratta di fumo negli occhi per due ordini di ragioni. Primo, dipende dalla definizione che lo stesso Obama vuole dare al termine “lobbysta”. Secondo, i gruppi di interesse e lo avevano abbandonato già da tempo.
D’altra parte il presidente in carica non è immune da colpe. Nel 2008 rifiutò di accontentarsi del finanziamento pubblico della sua campagna elettorale per sfruttare la straordinaria mobilitazione di base a sostegno della sua candidatura. Se avesse rinunciato alle donazioni, la sua scelta avrebbe vincolato lo sfidante repubblicano McCain a fare lo stesso. Invece Obama accettò a man bassa dei contributi che arrivavano copiosi, polverizzando tutti i record in termini di piccole elargizioni di cittadini, ma aprendo la strada anche a quelle grandi da parte di soggetti più facoltosi.
Molti si stupiranno nell’apprendere che le vituperate BP ( http://www.politico.com/news/stories/0510/36783.html ), Exxon, Chevron ( http://voices.washingtonpost.com/44/2008/08/07/report_exxon_execs_gave_more_t.html ), Goldman Sachs ( http://www.opensecrets.org/orgs/toprecips.php?id=D000000085&type=P&sort=A&cycle=2008 ) e le Big Pharma ( http://money.cnn.com/2008/03/04/news/companies/pharma_votes/index.htm?postversion=2008030714 ), solo per fare alcuni nomi, hanno dato più soldi ad Obama che McCain. E quando Obama ha cercato di riformare la norma sui finanziamenti questo è stato il risultato ( http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,2001015-2,00.html ).

  •  2012: The year of the big donor (Kenneth P. Vogel, Politico, 1 febbraio 2012 [ http://www.politico.com/news/stories/0212/72307.html ]):
[...] And a lesser-noticed fact in the Obama filings was that, while the campaign raised $18 million from small donors, it spent $8 million on fundraising — doing the kind of pricey grass-roots outreach like telemarketing, direct mail and online advertising needed to generate all those small checks. [...]

  • Donations to super PAC supporting Ron Paul take dive (Laura Strickler, CBS News, 20 marzo 2012):
The super PAC supporting Ron Paul called Endorse Liberty has taken a dive in both donations and spending in February compared to January.
Endorse Liberty raised $282,466 in February compared to $2.3 million in January. Meanwhile the super PAC spent $135,869 in February compared to $2.9 million in January.
Notably missing from the super PAC donors to Ron Paul is the billionaire donor Peter Thiel (venture capitalist who was first investor in Facebook) who had given Endorse Liberty $2.6 million to date. Thiel gave nothing in February. A spokesperson for Thiel, Jim O'Neil, told CBS News that the billionaire still supports Ron Paul for president. When asked if any additional Thiel donations would be forthcoming, O'Neil said he'd look into it.
The super PAC had $206,777 in cash on hand going into March according to Federal Eleciton Commission records.
Seventy percent of Endorse Liberty's money in February came from Margaret McMahon, of San Antonio, Texas, who gave $200,000.
The last nine expenditures for Endorse Liberty since February 21st were small dollar ad buys for online advertising with Facebook according to FEC records.

  • Ron Paul is the Only Candidate Who Will Cut Spending (Kurt Nimmo, Infowars, 25 febbraio 2012):
Ron Paul is the only candidate serious about reducing the deficit and the national debt.

This fact was recently underscored by a study released by the Committee for a Responsible Federal Budget, a bipartisan think tank ( http://politicalticker.blogs.cnn.com/2012/02/24/tax-and-spending-proposals-under-a-microscope-seeing-nothing-but-red/ ).

Newt Gingrich’s tax and budget plans would add $7 trillion to the debt over the remainder of the decade and Rick Santorum would do about the same.

Mitt Romney’s tax-cut and spending proposals would keep the deficit and debt on keel.

Ron Paul would reduce spending and slowly eliminate the debt by zeroing out a host of federal agencies. He would work to bring back honest money and sane economic policies by getting rid of the Federal Reserve – a prospect opposed by both sides of the establishment political party now ruling the roost in Washington.

“I think Ben Bernanke is a student of monetary policy,” said the declared Republican front-runner Mitt Romney last year, “he’s doing as good a job as he thinks he can do…  I’m not going to spend my time going after Ben Bernanke ( http://www.economicpolicyjournal.com/2011/04/mitt-romney-in-not-going-to-focus-on.html ). I’m not going to spend my time focusing on the Federal Reserve.”

Earlier this week, ABC News commentator Jonathan Karl was asked which candidate will reduce spending the most and he said Ron Paul.

He looked a bit sheepish about it but had to tell the truth despite the concerted effort by the establishment media to ignore Ron Paul.

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=7VvQIt7wiiI

  • I servizi segreti Usa potranno spiare anche i non sospetti (Maurizio Molinari, La Stampa, 24 marzo 2012):
L’amministrazione Obama accresce i poteri dell’intelligence per la sorveglianza sui cittadini americani che non hanno compiuto reati, al fine di scongiurare attentati da parte di jihadisti interni come quello avvenuto a Tolosa da parte di un francoalgerino. La decisione è stata adottata dal ministro della Giustizia Eric Holder e assegna al Centro nazionale per il controterrorismo la possibilità di conservare per cinque anni i dati personali su singoli cittadini, a prescindere dal sospetto di un loro coinvolgimento in attività violente o terroristiche. Si tratta di una considerevole estensione dei limiti precedentemente in vigore - che erano di 18 mesi - e a determinarla è stata l’indagine interna svolta dal ministero della Giustizia sulle carenze di prevenzione che nel 2009 consentirono due gravi atti di terrorismo: la strage di Fort Hood, in Texas, dove il maggiore Nidal Malik Hasan uccise 13 militari e il tentativo di far esplodere sul cielo di Detroit nel giorno di Natale un aereo passeggeri da parte del nigeriano Umar Faruk Abdulmutallab.

Sebbene Hasan sia un cittadino americano, di origine palestinese, e Abdulmutallab invece sia nigeriano, in entrambi i casi gli investigatori hanno rilevato che l’assenza di dati specifici su di loro ha ostacolato il lavoro di prevenzione del controspionaggio. Nel caso del giovane nigeriano, che non riuscì a far esplodere una microbomba nascosta negli indumenti intimi, il consolato Usa a Lagos aveva ricevuto addirittura una segnalazione di allarme ma a causa dei regolamenti vigenti non era stata inserita in tempo utile nelle banche dati del controspionaggio. Le nuove norme puntano a scongiurare la ripetizione di simili lacune e Robert Litt, consigliere legale del Direttore nazionale dell’intelligence James Clapper, assicura che «stiamo tentando di ottimizzare l’uso delle informazioni che il governo già possiede al fine di proteggere tutti i cittadini».

Sebbene i dettagli sul funzionamento della nuova banca dati non siano stati rivelati, il Centro nazionale per il controterrorismo potrà copiare da tutti gli archivi governativi esistenti informazioni su qualsiasi cittadino americano, aggiungerne altri trovati in maniera indipendente, e conservarli per cinque anni di tempo dando vita ad una mole di dati senza precedenti sulla popolazione nazionale. All’indomani degli attacchi dell’11 settembre 2001 l’amministrazione Bush prese in considerazione la creazione di un centro «Total Information Awareness» per accumulare in maniera analoga tutte le informazioni elettroniche sui cittadini ma la resistenza del Congresso di Washington lo bloccò, soprattutto a causa delle resistente dei democratici che in questo caso hanno invece reagito con prudenza. A opporsi con determinazione sono piuttosto le associazioni per la difesa dei diritti civili. Marc Rotenberg, direttore dell’«Electronic Privacy Information Center» parla di «rischi di intrusione in informazioni private contenute nelle transazioni eseguite con le carte di credito» mentre Michael German, dell’Unione per le libertà civili, sostiene che l’errore «è nell’estendere a tutti i cittadini americani i metodi di sorveglianza elettronica adoperati nei confronti degli stranieri sospetti».

La decisione del ministero della Giustizia di far conoscere i nuovi regolamenti sembra tesa a rassicurare l’opinione pubblica sulla protezione da attentati commessi da jihadisti interni simili a quello di Tolosa. Ed a confermare l’accresciuta sorveglianza arrivano le rivelazioni dell’Associated Press sul fatto che almeno dal 2008 la polizia di New York infiltra ambienti dell’ultrasinistra al fine di identificare fiancheggiatori e sostenitori di gruppi terroristi.

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