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domenica 5 febbraio 2012

Retromarsh!

Retromarsh! Il nemico non è più il terrorista islamico?

La Russia e la Cina hanno posto il veto per la nuova risoluzione ONU di condanna contro la Siria di Assad. L'ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, l'afroamericana Susan Rice, ha parlato di "disgusto" da parte del governo USA. I recenti fatti libici potrebbero o dovrebbero aver reso alcuni lettori più attenti e diffidenti rispetto a quanto esposto, quotidianamente, sui mezzi di informazione. Come riporta Pepe Escobar su Asia Times, secondo il documento redatto dagli osservatori della Lega Araba, operanti in Siria, non sembra esserci una carneficina voluta da Assad, ma situazioni di dubbia paternità (con azioni terroristiche di incerta attribuzione). D'altronde, le autorità siriane non hanno impedito agli osservatori arabi il loro lavoro. Basti, come esempio, il punto 73 del documento, dove si afferma chiaramente che il Governo ha tolto qualunque ostacolo alla possibilità, per gli osservatori, di intervistare sia semplici cittadini che gruppi e partiti politici, indipendentemente dalle idee professate.

Rapporto degli osservatori della Lega Araba in Siria (operanti dal 24 dicembre 2011 al 18 gennaio 2012)

Nonostante il rapporto, appunto, sia i mezzi d'informazione occidentali, sia quelli arabi, dipingono il Governo siriano come genocida. E, d'altronde, nazioni maomettane come Marocco e Pakistan hanno votato in favore della risoluzione di condanna.

Perché diciamo tutto questo? Perché partiamo da un testo dello statunitense Wayne Madsen, che afferma il cambio di rotta dell'amministrazione USA, non più interessata al terrorismo maomettano, quanto a colpire Russia e Cina. Il testo di Madsen, che possiamo considerare quasi una sorta di promemoria per eventi futuri, afferma che il dislocamento di nuove basi militari in area asiatico-orientale, così come l'interesse di alcune ONG, anche legate allo speculatore George Soros, per le situazioni interne di Indonesia e Malesia, con il probabile intento di provocare nuove "rivoluzioni colorate" (piccolo inciso: la Malesia condannò a morte proprio Soros, a causa delle sue attività speculative, che provocarono la crisi economica delle Tigri asiatiche), sono il frutto di una strategia volta a contrastare Russia e Cina, accerchiandole.

Sembra, dunque, che il terrorismo di matrice islamica non rientri tra gli interessi statunitensi. Gli USA, come già da decenni, continua ad avere rapporti estremamente cordiali con le nazioni della Penisola Arabica, le quali, a loro volta, grazie ad una sintesi di economia coranica e di neoliberismo occidentale, hanno visto l'aumento della loro influenza nell'area mediorientale e nordafricana, forti anche della recentissima sceneggiata chiamata Primavera Araba, finta rivoluzione che sta portando al potere i Fratelli Musulmani e i gruppi salafiti, in Egitto come in Tunisia (e presto in Libia?), i quali, d'altronde, costituiscono il grosso degli oppositori al Governo siriano, con il beneplacito proprio delle nazioni della Penisola Arabica, prima fra tutte l'Arabia Saudita. La Primavera Araba ha permesso un cambio di regime di cui godranno queste nazioni (nonostante ci sia chi crede o spera nell'esatto opposto), così come ne godranno gli USA e i suoi alleati occidentali. Altrettanto si intende fare in Siria, col fine anche di provocare l'indebolimento dell'Iran, nemico geopolitico dell'Arabia Saudita, oltre che di Israele, e con questo frenare l'espansione geopolitica di Russia e Cina.

La Primavera Araba ha visto l'eliminazione, con la violenza, del regime di Gheddafi e ha portato alle vittorie elettorali degli islamisti di Ennahda in Tunisia (vicini ideologicamente, in particolare, alla monarchia del Qatar) e dei Fratelli Musulmani e dei salafiti in Egitto. Il tunisino Ben Ali si gode il riposo in Arabia Saudita, mentre Hosni Mubarak è rimasto in Egitto, ma a Sharm el-Sheik. Muhammar Gheddafi, invece, come ben sappiamo, è stato barbaramente ucciso e dileggiato, prima e dopo l'esecuzione sommaria. Ed essendo Gheddafi l'unico non-allineato, tra i tre dittatori, si può ben immaginare il perché della sua morte.

L'alleanza occidental-araba sembra promettere, perciò, solo un'espansione dei gruppi maomettani intrasigenti e il duraturo dominio delle monarchie repressive arabe. Il disinteresse occidentale nei confronti dell'integralismo islamico (sorvolando, per quanto possibile, su tutta la questione relativa alla reale natura dei gruppi integralisti e terroristici in particolare, ossia se prodotti ideologici "genuini" oppure "occidentali" o, piuttosto, "arabo-occidentali"), è indicativo di un atteggiamento complessivo delle nazioni occidentali, anche rispetto alla questione immigratoria o alla questione etno-culturale, così come nei confronti delle minoranze cristiane nelle nazioni a maggioranza maomettana.

Lo spauracchio dell'integralismo maomettano è durato una decina d'anni, forse meno, ed è servito solo a provocare le guerre in Iraq e in Afghanistan, territori attualmente instabili, con tutto quel che tale instabilità può potenzialmente comportare nelle nazioni e aree vicine. E ritorniamo perciò alla Siria e all'Iran e, da lì, alla Russia e alla Cina. Se controlliamo le pagine di alcuni siti internet, potremmo notare che:

  • nella pagina dei Ten Most Wanted dell'FBI, l'unico islamico è/era Osama Bin Laden. Esiste però un'altra pagina, quella dei più ricercati tra i terroristi: lì, i maomettani la fanno da padroni.
  • nella pagina dei Most Wanted dei servizi segreti USA, non ci sono maomettani (a meno di non voler includere un libanese, ricercato però per frode).
  • nella pagina dei ricercati dall'Interpol, su 272 nominativi complessivi ad oggi, basterà incrociare i dati per tipologia di reato e nazionalità, per rendersi conto di quanto i terroristi islamici siano una voce importante, così come ci si renderà conto di quanto la presenza saudita sia la più consistente.

Riassumendo: a livello internazionale, i gruppi terroristici islamici, comunque sia, sono tra i più pericolosi e attivi (e il ruolo di Siria e Iran è minimo, se non inesistente). L'ideologia islamista è in crescita, non contrastata da alcuna realtà, politica, religiosa o d'altro genere (parliamo di sunnismo, quindi con Siria e Iran al di fuori di tutto ciò). L'immigrazione dai paesi maomettani, specie Nord Africa, Pakistan, Bangladesh e alcune nazioni subsahariane, continua senza sosta e senza politiche di contenimento serie (non ci risultano, invece, ondate immigratorie da Siria e Iran, negli ultimi decenni...). Il potere economico delle monarchie arabe cresce, con la benedizione anche di USA, Israele ed Unione Europea.

E il nemico sarebbero Siria o Iran? O Russia e Cina, come ipotizzano Madsen o altri?

  • Forget Muslim Arab Terrorists: America’s Enemy Is Being Rebranded (Wayne Madsen, Strategic Culture Foundation, 14 gennaio 2012):
President Obama’s recent decision to re-focus U.S. military power away from Iraq and Afghanistan to the Asia-Pacific region and, to a lesser extent, Africa, means that China and certain rebel groups in Africa have replaced the old contrived bogeyman of Osama bin Laden’s “Al Qaeda” at the top of Uncle Sam’s “Most Wanted List.” Of course, the change in the Pentagon’s strategy has nothing to do with reality but is yet another attempt by the imperialists who dominate both duopolistic U.S. political parties – the Democrats and Republicans – to advance American hegemony around the world. The major U.S. strategic goal is to pre-empt the rise of new superpowers, especially China ( http://www.strategic-culture.org/news/2012/01/10/china-usa-struggle-for-control-of-pacific.html ).

Obama and his generals and admirals are emulating the fictitious leaders of Oceania in George Orwell’s famed classic “1984” about a dystopian future world, By switching enemies mid-stream from “Al Qaeda” in south Asia and the Middle East to China in East Asia, Obama, like Oceania’s “Big Brother” propaganda structure, is saying “We have always been at war with Eastasia.” ( http://www.strategic-culture.org/news/2012/01/04/why-the-us-needs-a-major-war.html ) In this case, just as in “1984,” Eastasia largely comprised China. But “1984” is a novel and was never intended by Orwell to serve as a Pentagon planning document. Or, perhaps Orwell had a crystal ball and foresaw just how dystopian the world would actually become under a charismatic “Big Brother” American president.

Although Obama continues to rattle sabers at Iran ( http://www.strategic-culture.org/news/2012/01/12/can-iran-defeat-the-us-in-a-major-war.html ) and he may, in order to neutralize the pro-Israeli war hawks in the Republican Party, covertly or overtly support an Anglo-Israeli-French military operation directed at Iran during the presidential campaign, it is China that is now the major focus of a changing American military posture.

Obama has reacted to China’s commercial moves into Afghanistan by agreeing to talk to the Afghan Taliban, even permitting them to open a diplomatic office in Qatar, the home to America’s large Al-Udeid airbase and a country that is a short boat ride away from the U.S. Navy’s Fifth Fleet base in Bahrain.

Obama’s decision to establish five bases in Australia and station as many as 2500 U.S. Marines in northern Australia is part of the new military policy aimed at China. The new Pentagon policy is also aimed at fighting military cyber-attacks and China has been accused by a number of U.S. military and intelligence agencies of being behind multiple cyber-attacks on U.S. government and corporate computer systems and networks. It is noteworthy that while the U.S. ramps up its military assets against China, two of its East Asian allies – Japan and South Korea – have stated that they do not intend to abide by western oil sanctions imposed against Iran. The diplomatic paradox the United States finds itself in as it transitions from a Middle East-centric to an Asia-Pacific-centric military strategy is striking.

The appearance of George Soros non-governmental organization (NGO)-backed “themed revolutions” in Indonesia and Malaysia, two nations that are rich in natural gas and oil resources but which have maintained relatively friendly relations with China, indicates that the U.S. is looking at expanding its list of allies in the Asia-Pacific zone. The nationalist tendencies of Indonesian President Susilo Bambamg Yudhoyono and Malaysian Prime Minister Najib Razak have been a stumbling block for U.S. geo-political designs in the region. The appearance of the “Sandal Revolution” in Indonesia targeting endemic corruption in the courts and political system, coupled with the acquittal on sodomy charges of Malaysian opposition leader Anwar Ibrahim opens the way for a further coalescing of opposition forces in both nations. The opposition Bersih movement in Malaysia, funded with dollars from the “democracy engineers” of the neocon-riddled U.S. National Endowment for Democracy, has chosen yellow for its revolution. In Myanmar, or Burma, the NED and Soros operatives are active for another round of the Saffron Revolution.

One of the major problems for the United States has been the refusal of Malaysia and Indonesia to establish diplomatic relations with Israel, always a center piece for the Israel-centric foreign policy operatives in both Democratic and Republican administrations.

In Africa, the U.S. is also engaged in a major shift in its military strategy to prop up corrupt regimes like that of Nigeria, Kenya, and the Democratic Republic of Congo (DRC) and dictatorships like those of Ethiopia, Uganda, Rwanda, Djibouti, and Equatorial Guinea. The recent decision by Nigeria’s western bank servant, President Goodluck Jonathan, to cancel fuel subsidies under pressure form the International Monetary Fund (IMF) in a country rich in oil has resulted in a popular revolt. Nigeria had already seen a rise in violence by a group seen as a follow-on Islamist replacement for “Al Qaeda,” the Boko Haram, a group founded in 2002 that was opposed to western education. “Boko” is Hausa for “western education” and Haram is Arabic for “sin.” In 2009, the group, which has no real centralized structure and may be yet another contrivances dreamed up by western intelligence agencies intent on breaking up Nigeria as they are doing in Sudan and DRC, embarked on militant Islamist terrorist violence mostly aimed at Christians and the Nigerian government. In fact, the hybrid name “Boko Haram” may have been conceived by some British MI-6 devotee of the British rock band Procol Harum.

Obama’s decision to shift most of America’s military focus to East Asia with a smaller but no less determined effort in Africa means that the U.S. Navy and Air Force will see budget increases for their Asia-Pacific and Africa theaters of operation, while the U.S. Army will see a decrease in funding as the United States relies more on unmanned drone, manned fighter aircraft and logistics aircraft, and U.S. Marine and Special Operations expeditionary force naval vessels to carry out military insertions from the South China Sea to the Gulf of Guinea.

The playbook being used in Southeast Asia and Africa is the same. George Soros, who runs a multi-billion hedge fund front for the trillionaire Rothschild banking cartel, moves into a targeted country with “democracy” street action provocateurs; bought-and-paid for local journalists, bloggers, and tweeters; and election engineers. Soon, a symbol or color – rose, tulip. lotus, cedar, olive tree, saffron, jasmine, orange, Facebook, Twitter, orange, green, yellow, purple, or white – is chosen and the themed revolution is given a name, a name that is uniformly used and hyped by the corporate media around the world from Al Jazeera and Fox News to the Washington Post and Le Monde. In Indonesia, it is the used sandal, which is being deposited at police stations and government offices, that has been adopted as the theme for the western-directed revolution. In Malaysia, it is the color yellow. In Nigeria, there has not yet been an agreement on whether to call it the cassava or yam revolution. Yams are too closely identified with the rebellious Christian Igbo of the south, a people who have been fighting the despoliation of their lands by oil companies like Shell.

In any event, under the new Obama military strategy, U.S. service personnel government-issued coffins will continue to arrive at Dover Air Force Base in Delaware. The only difference will be that there will be more Navy, Air Force, Marine Corps, and Special Forces bodies than those from the ranks of the Army. In Obama’s America, just consider it a “stimulus package” for the sailors, airmen, Marines, and the special forces.

  • 2012, incognita I (Mostafa El Ayoubi, Nigrizia, 4 gennaio 2012):
Sarà un anno importante per molti paesi del Nord Africa, che hanno visto nel 2011 rivolte, colpi di stato ed elezioni tumultuose. Ciò che potrebbe accadere ora in questa zona del continente dipenderà molto dal fattore islam, strategico nel mondo arabo. La sua evoluzione in senso moderato o estremista condizionerà la vita interna dei paesi e le loro relazioni geopolitiche.

È passato un anno dall'inizio delle rivolte sociali nel mondo arabo. Un anno difficile per quei popoli che per decenni hanno vissuto sotto regimi oppressivi, che hanno negato loro il diritto alla libertà e a una vita dignitosa.

La febbre delle rivolte è scoppiata in Tunisia e si è diffusa poi in diversi altri paesi arabi: Egitto, Bahrein, Yemen, Libia, Siria e altri. Il fenomeno è stato battezzato "Primavera araba", per indicare l'avvento di una stagione mai vissuta in questi paesi: la democrazia.

A distanza di un anno dall'inizio di questo storico evento, occorre interrogarsi sui risultati finora raggiunti e, alla luce di essi, cercare di inquadrare meglio la natura di queste rivolte.

Non è certo semplice fare una valutazione esaustiva, perché - pur accomunati da una stessa lingua e da una stessa religione (in maggioranza) - i paesi che compongono il mondo arabo si differenziano tra di loro demograficamente, etnicamente e geopoliticamente. Inoltre, la situazione attuale nella regione è molto fluida e in continuo mutamento. Ciononostante, si possono abbozzare alcune considerazioni.

Rivolte di che tipo?

Una prima considerazione riguarda il concetto di "rivolta". Come è stato ampiamente dimostrato, non tutte queste rivolte sono state pacifiche. Quelle tunisina ed egiziana, salvo qualche eccezione, si possono definire sostanzialmente pacifiche, portate avanti dai civili per dire basta alla dittatura.

La rivolta in Libia, invece, non è stata né popolare né pacifica, bensì un'insurrezione armata da parte di ribelli con l'aiuto di mercenari stranieri e il sostegno della Nato: un classico colpo di stato orchestrato dall'esterno.

Una seconda considerazione riguarda i dittatori caduti. A prescindere dai motivi per cui sono state fatte queste rivolte, nell'arco di un anno sono caduti tre dittatori: Ben Ali (23 anni al potere in Tunisia), Mubarak (30 anni in Egitto) e Gheddafi (42 anni in Libia).

Certo, l'uscita di scena di questi tre personaggi fa molto riflettere: mentre l'ex dittatore tunisino vive "sereno" in Arabia Saudita e quello egiziano si sta "godendo" la vecchiaia a Sharm El-Sheikh - il processo a suo carico è una farsa -, la fine atroce di Gheddafi dimostra, ancora una volta, che quello che è accaduto in Libia non c'entra nulla con la democrazia.

Una terza considerazione è che, nel bene o nel male, le rivolte in questione hanno scongiurato il pericolo che questi tre paesi, in particolare Libia ed Egitto, si trasformassero in una sorta di "monarchie ereditarie". In Tunisia governava ormai la famiglia della moglie di Ben Ali. In Libia e in Egitto i dittatori stavano preparando il terreno per passare il timone ai loro figli, come ha fatto in Siria Hafez Al-Assad con il figlio Bashar.

Cosa ci aspetta?

Con la caduta dei tre dittatori è stata chiusa una fase lunga e travagliata in questi paesi. È finita l'era dei dittatori assoluti che consideravano la nazione una proprietà privata e il popolo una massa di servi.

Girata la pagina, oggi la questione è: verso quale tipo di regime politico si andrà in Tunisia, Egitto e Libia? Quello democratico? Oppure s'instaureranno nuove forme di regimi imposti dall'alto con il ritorno sulla scena politica di esponenti degli ex regimi e l'ingresso di nuove realtà politiche assetate di potere?

È chiaro che non basta mettere in piedi un governo di transizione e indire elezioni per traghettare questi paesi verso la democrazia. Ci sono diverse altre variabili indipendenti che complicano l'equazione, alcune endogene, altre esogene.

Quelle interne sono legate al grado di "coscienza democratica" di questi popoli, alle dinamiche politiche tra le fazioni sul campo, alla situazione economica e sociale lasciata dai dittatori. Quelle esterne, ancora più determinanti, sono legate al contesto della globalizzazione e alla sempre più evidente interdipendenza tra le nazioni. Un'interdipendenza, gestita ad arte dalle potenze ex e neocoloniali, che negli ultimi decenni ha ridotto drasticamente la sovranità di molti paesi e popoli.

Analizzando la situazione in Tunisia, Egitto e Libia, sorge un ragionevole dubbio sul fatto che la strada intrapresa in questa fase sia quella che porterà alla democrazia e alla piena sovranità.

La Tunisia: verso uno stato islamico?

Rispetto all'Egitto e alla Libia, la Tunisia è geopoliticamente meno importante. Questo elemento ha favorito l'avvento della rivoluzione tunisina. La caduta di Ben Ali, tutto sommato, non avrebbe compromesso più di tanto gli interessi di chi sosteneva. Bastava intervenire in seguito per dittatore, si sono intensificate le attività diplomatiche delle grandi potenze per riprendere in mano la situazione.

I risultati delle prime elezioni libere nella storia della Tunisia hanno svelato la scarsa coscienza democratica nel paese. A votare sono andati meno della metà degli aventi diritto al voto (49%). E il voto della maggioranza è stato principalmente conservatore e tradizionalista.

Ha vinto il partito islamista Ennahda, che ora dovrà guidare la transizione. Ma in quale direzione? Oggi, molti tunisini sono preoccupati del rapporto che questo partito ha intrapreso con le monarchie petrolifere del Golfo, il Qatar in particolare. Ennahda ha definito il Qatar "la patria delle rivoluzioni arabe". In verità, è un paese dove non è consentito il multipartitismo, il sale della democrazia.

L'Egitto tra militari e islamisti

A quasi un anno dalla rivoluzione del 25 gennaio, in Egitto il potere è ancora in mano ai militari, che non sembrano intenzionati a lasciarlo ai civili. In novembre i manifestanti sono tornati in piazza per chiedere le dimissioni del capo della giunta militare. I militari hanno risposto con violenza, uccidendo decine di persone. A fine novembre, si è svolta la prima parte delle elezioni politiche "libere" in un clima difficile. I movimenti che hanno dato inizio alla rivoluzione egiziana hanno boicottato lo scrutinio, perché lo hanno considerato fasullo. L'esercito, in effetti, aveva reso noto che, dopo le elezioni, avrebbe continuato ad avere un ruolo politico primario: sarà esso a indicare i membri della commissione che dovrà preparare una nuova costituzione.

Intanto, gli islamisti continuano ad avanzare. Hanno stravinto in 9 delle 27 province in cui si sono svolte le elezioni: 36% dei voti per i fratelli musulmani e 24% per i salafiti. Va ricordato che i primi avevano preso parte alla rivoluzione solo in un secondo momento, mentre i secondi l'avevano addirittura ostacolata con le loro fatwe. Gli islamisti, che alla fine avranno la maggioranza politica, opteranno probabilmente per una coabitazione con i militari. Una coabitazione auspicata da molti governi occidentali. In effetti, è in corso da mesi una frenetica attività diplomatica per riabilitare il movimento della Fratellanza islamica come movimento moderato. Quanto ai salafiti, sarà compito dei sultani del Golfo Persico, Arabia Saudita e Qatar, addomesticarli.

L'Egitto è un paese troppo strategico per essere lasciato al suo destino. Usa, Europa e Israele non lo permetteranno. eventi, così che il cambiamento che avverrà al Cairo continui a preservare i loro interessi, anche a costo di incoraggiare l'instaurazione di un regime militar-religioso. Il 17 dicembre, nuova battaglia in Piazza Tahrir con 9 morti e 300 feriti.

La Libia e la guerra civile

Più complessa è la situazione in Libia, dove è avvenuto un golpe mascherato per sostituire il vecchio regime con "nuove" forze politiche in grado di garantire la sottomissione del paese alla volontà delle grandi potenze coloniali: un classico nel panorama geopolitico africano.

Invece di diventare democratica, come promesso dagli Usa e dalla Nato, la Libia si sta "somalizzando" sotto il silenzio dei media occidentali, che avevano da subito appoggiato l'invasione militare del paese.

Oggi le milizie di Misurata - quelle che hanno linciato Gheddafi - non riconoscono l'attuale autorità di transizione. Inoltre, sono in guerra contro i ribelli islamisti. Questi ultimi, a loro volta, stanno combattendo contro i berberi di Djbel Nefusa e Zenten. Il 25 novembre scorso le brigate berbere di Zenten hanno arrestato (e poi liberato) Abdelhakim Belhaj, il capo del Consiglio militare di Tripoli. Belhaj era stato un combattente in Afghanistan e in Iraq, poi era tornato in Qatar e da qui entrato in Libia per combattere a fianco del Consiglio nazionale di transizione (Cnt), che, dopo la caduta di Tripoli, l'ha promosso responsabile del Consiglio militare di Tripoli. Il suo arresto era avvenuto all'aeroporto di Tripoli, mentre stava per volare verso la Turchia sotto falso nome.

Perché Belhaj, membro fondatore del Gruppo islamico combattente in Libia (connesso ad al-Qaida) stava per recarsi in Turchia sotto falsa identità? È probabile che centinaia di ribelli islamici libici si siano trasferiti in Turchia al confine con la Siria per partecipare all'insurrezione armata contro il regime siriano. Belhaj è un esperto in questo tipo di operazioni.

In Libia, ormai, la guerra civile non coinvolge solo le tribù. Ha anche acceso lo scontro tra arabi e berberi. Oggi questi ultimi patiscono l'avanzamento in atto del nazionalismo arabo- musulmano. Il 25 novembre scorso la Conferenza libica degli amazighi (berberi) ha interrotto le sue relazioni con il Cnt, perché ai berberi non è stato assegnato alcun ministero nel governo attuale. Oggi le brigate berbere controllano una parte di Tripoli, compreso l'aeroporto, e sono esse che hanno in mano Seif Al-Islam Gheddafi, che stanno trattando con rispetto, diversamente da quanto hanno fatto le milizie di Misurata con il padre, i cui lealisti hanno giurato vendetta.

Mentre si stanno affilando le armi per dare battaglia nella Tripolitania, sul palazzo della giustizia di Bengasi, la capitale della Cirenaica, verso la fine di novembre, sventolava la bandiera di al-Qaida. Ciò testimonia che questa regione è ormai in mano agli islamisti.

Questa è la drammatica situazione fotografata alla soglia del 2012. Gli Usa e la Nato hanno raccontato all'opinione pubblica internazionale che bisognava intervenire in Libia per motivi umanitari e per la democrazia. Ancora una volta, hanno mentito, come avevano fatto sull'Iraq e come stanno facendo ora sulla Siria.

Box:  Marocco, la svolta islamica con il Partito giustizia e sviluppo

Anche in Marocco, come in Tunisia, le prime elezioni legislative post-Primavera araba, tenute il 25 novembre, si sono concluse con la vittoria degli islamisti. A Rabat, il Partito giustizia e sviluppo (Pjd) ha ottenuto 107 dei 395 seggi del parlamento, con un grande vantaggio rispetto al partito dell'Istiqlal, arrivato secondo con 60 seggi.

Il tasso di partecipazione (45,4%) e stato superiore a quello delle elezioni del 2007 (37%), ma l'astensione e stata elevata: su 21 milioni di aventi diritto, solo 13,5 milioni si erano iscritti nei registri elettorali, accogliendo in parte gli appelli degli attivisti dell'opposizione che avevano invitato la popolazione a boicottare le urne. Il 29 novembre, re Mohammed VI ha nominato primo ministro Abdelilah Benkirane, segretario generale del Pjd.

Il Pjd - che ha lo stesso nome del partito islamico moderato turco di Recep Tayyip Erdogan, preso a chiaro modello di governo - ha ottenuto una vittoria netta nelle grandi città: Casablanca, Tangeri, Rabat, Fez e Marrakech. La maggioranza nel precedente parlamento - il blocco costituito dal partito Istiqlal, dall'Unione socialista delle forze popolari (Usfp) e dal Partito per il progresso e il socialismo - e stata punita; l'Usfp e in declino: 50 seggi nel 2002, 38 nel 2007, 39 nel 2011.

Il Pjd deve ora affrontare una situazione economica complessa. Non sarà facile mantenere le promesse fatte in campagna elettorale: dimezzare la povertà, ridurre il tasso di analfabetismo e la disoccupazione (il 31,4% della popolazione in età lavorativa sotto i 34 anni e senza lavoro), operare una ripartizione delle ricchezze (con un salario mensile minimo garantito di 3.000 dirham, circa 275 euro) e raggiungere un tasso di crescita del 7%.

Sul piano delle liberta individuali, il Pjd (che non rappresenta tutti i musulmani del paese, dato che anche il Partito della rinascita e della virtù si e presentato al voto, non ottenendo alcun seggio, e che il movimento Giustizia e carità si e dichiarato favorevole al boicottaggio) si mostra rassicurante: nessun divieto di consumo dell'alcol, ne l'obbligo di portare il velo. Professa, quindi, un islam moderato. Abdelilah Benkirane, noto per la sua spiccata personalità, ha sempre mostrato deferenza nei confronti del re. Che resta il vero protagonista della politica nazionale, nonostante la nuova costituzione, emendata con il referendum del 1° luglio, assegni più poteri al primo ministro (Redazione).

  • La fatale attrazione USA-CCG (Pepe Escobar, Asia Times via Comedonchisciotte, 19 gennaio 2012):
Non c’è modo di comprendere l’incommensurabile psicodramma Stati Uniti-Iran, la spinta occidentale per un cambio di regime sia in Siria che in Iran, e i processi e le tribolazioni della Primavera Araba – ora cacciatesi in un inverno perpetuo – senza dare uno sguardo ravvicinato alla fatale attrazione tra Washington e il CCG [1].

CCG sta per Consiglio per la Cooperazione del Golfo, il club di sei ricche monarchie del Golfo Persico (Arabia Saudita, Qatar, Oman, Kuwait, Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti - EAU), fondato nel 1981 e che da subito si è configurato come il principale alleato strategico degli Stati Uniti per le invasioni dell’Afghanistan nel 2001 e dell’Iraq nel 2003, per la battaglia protratta nel Nuovo Grande Gioco in Eurasia, e anche come quartier generale per "contenere" l’Iran.

La Quinta Flotta degli Stati Uniti sta stazionando in Bahrein e il quartier generale avanzato del Central Command ha sede in Qatar; il Centcom sorveglia non meno di 27 nazioni dal Corno d’Africa fino all’Asia Centrale, che il Pentagono fino a poco tempo fa definiva come "l’arco dell’instabilità". In sintesi: il CCG è come una portaerei degli Stati Uniti ingrandita sino alle dimensioni di Star Trek.

Preferisco riferirmi al CCG come al Circolo del Controrivoluzionari del Golfo, a causa delle sue eccellenti prestazioni nel sopprimere la democrazia nel mondo arabo, anche prima che Mohammed Bouazizi si desse fuoco in Tunisia più di un anno fa.

Prendendo lo spunto Orson Welles in Quarto Potere, la Rosabella all’interno del CCG è rappresentata dalla Casa di Saud che vende il suo petrolio solo in dollari – da qui la prevalenza del dollaro statunitense – e in cambio beneficia di un massiccio e incondizionato sostegno militare e politico da parte degli USA. Per di più i sauditi impediscono all’Organization of Petroleum Exporting Countries (OPEC) – dopo tutto sono loro i più grandi produttori di petrolio al mondo – di prezzare e vendere il petrolio con un paniere di valute. Questi fiumi di petrodollari ora sono convogliati nelle azioni e nei titoli del Tesoro statunitensi.

Per decenni praticamente il mondo intero è stato tenuto in ostaggio da questa attrazione fatale. Fino ad ora.

Dammi tutti i tuoi giocattoli

Il CCG è essenzialmente il centro dell'impero nel mondo arabo. Sì, fondamentalmente si parla di petrolio; il CCG sarà responsabile di oltre il 25% della produzione globale di petrolio fra le prossime decadi. Le loro minuscole classi dominanti - dalle monarchie ai soci in affari – agiscono come un annesso cruciale per la possente proiezione del potere degli Stati in tutto il Medio Oriente e oltre.

Ciò spiega, fra le altre cose, perché nell'ottobre dello scorso 'anno Washington abbia chiuso un succoso affare da 167 miliardi di dollari – il maggior accordo bilaterale nella storia degli Stati Uniti – per fornire alla Casa di Saud una prima collezione di nuovi F-15, Black Hawks, Apaches, bombe anti-bunker, missili Patriot-2 e navi da guerra.

Spiega il perché Washington irrorerà gli EAU con migliaia di bombe anti-bunker e l’Oman con missili Stinger. Per non menzionare un'altra mega-trattativa – dal valore di 53 miliardi di dollari - con il Bahrein, che non è stato ancora concluso perché le associazioni per i diritti umani – grazie a loro – la hanno denunciata con ferocia.

E poi c'è il nuovo schieramento - o, nel gergo del Pentagono, "riposizionamento" - di 15.000 soldati statunitensi dall’Iraq al Kuwait.

La motivazione per questa orgia belligerante è fornita dalla logica dei soliti sospetti; la necessità di costruire una "coalizione dei volenterosi" per "contrastare l'Iran". Perché l’Iran? È un mezzo scherzo, perché l'Iran non fa parte del CCG – ossia di una satrapia degli Stati Uniti, come quelli nei bei tempi sotto lo scià.

Adam Hanieh, professore di studi sullo sviluppo alla School of Oriental and African Studies (SOAS) di Londra e autore di Capitalism and Class in the Gulf Arab States è stato uno dei pochi analisti globali che hanno tentato di decodificare la centralità del CCG nella strategia imperiale. In un'intervista basilare, Hanieh sottolinea tutto ciò che è necessario sapere. E non sono cose belle [2].

Come Asia Times Online ha estensivamente documentato, la Primavera araba era morta prima di nascere per il CCG. In Oman il Sultano Qaboos ha scaricato camionate di soldi. In Arabia Saudita c’è stata una dura repressione preventiva e reiterata, sostenuta dalla maggioranza sciita della provincia orientale, vicino al Bahrein, dove c’è il petrolio.

E nello stesso Bahrein, non c’è stata solo una dura repressione di hardcore - con la detenzione e la tortura documentata di centinaia di contestatori a favore della democrazia -, ma una completa invasione dei sauditi e delle truppe degli EAU.

L'invasione ha potuto dare al CCG un dolce assaggio di una vera espansione fisica. Il Marocco e la Giordania - anche se non precisamente nel Golfo per come l'ABC della geografia comanda – sono stati “invitati” a far parte del ricco club; dopo tutto, sono monarchie debitamente reazionarie, non repubbliche arabe "decadenti", come Libia e Siria.

Una domanda da porsi è perché la Primavera araba non abbia toccato la Giordania, dato che lo stesso vulcano socioeconomico che ha sconvolto Tunisia ed Egitto è ancora attivo. La parte determinante della risposta è che il CCG – ancor più di Washington, delle capitali europee e di Israele - è terrorizzato che il trono hashemita possa cadere.

Per l’immensa ricchezza del CCG è un gioco da ragazzi controllare la Giordania - un piccolo paese, dove la maggior parte della popolazione è palestinese, con una piccola opposizione organizzata (non sperate; l'intelligence giordana ha imprigionato o ucciso ogni dissidente). Per il CCG si tratta di spiccioli paragonati ai miliardi di dollari spediti in Egitto e Tunisia perché non osassero diventare "troppo" democratiche.

Non c'era altro modo per il CCG che diventare la Centrale Controrivoluzionaria dopo l’iniziale rotta democratica in Nord Africa. Come ha enfaticamente evidenziato Hanieh, gli autocrati dominanti nel Golfo non avrebbero potuto occuparsi meno delle masse impoverite nel MENA (Medio Oriente e Nord Africa).

Il culmine di questo processo è stato la nascita di un nuovo mostro, la NATOCCG. Che incarna il ruolo chiave del Qatar e degli EAU nell'invasione della NATO - e nella distruzione - della Libia. La Libia è stata un servizio in esclusiva del CCG – dai soldi veri alle armi dispensate ai "ribelli" fino alle iniziative attuali, all’intelligence e, ultima ma non per importanza, alla legittimità politica ottenuta con il voto farlocco della Lega Araba vota per ottenere un voto per la no-fly zone alle Nazioni Unite (solo nove dei 22 membri arabi della Lega Araba votarono sì, e sei erano del CCG; gli altri tre sono stati comprati e Siria e Algeria votarono contro).

E ora un tragico scherzo regna incontrastato; il CCG che cerca di intervenire per finanziare i fondamentalisti sunniti in Siria sotto la copertura dell’aiuto ai manifestanti pro-democrazia. Quando il mite segretario dell’ONU Ban Ki-moon esorta il Presidente Bashar al-Assad a fermare la violenza contro i rivoltosi siriani e afferma che il tempo delle dinastie e dei regimi autoritari nel mondo arabo sta arrivando alla sua fine, evidentemente crede che il CCG sia una colonia in uno degli anelli di Saturno.

Dopo che la NATOCCG ha vinto in Libia, nessuno si chieda se sia rimasta con le mani in mano. La strategia del CCG per un di cambio di regime in Siria è il modo preferito per indebolire l'Iran e la cosiddetta mezzaluna crescente, una fiction architettata congiuntamente durante l’amministrazione di George W. Bush dal re Playstation di Giordania e dalla Casa di Saud.

E ciò porta a una domanda inevitabile; cosa stanno facendo i due paesi più importanti dei BRICS - Russia e Cina – in questo momento?

Entri il dragone

L’immensamente potente segretario potente del Consiglio di Sicurezza Nazionale ed ex direttore del FSB (il successore del KGB), Nikolai Patrushev - un frequente visitatore dell’Iran - già ha avvertito del "pericolo reale" di un attacco degli Stati Uniti in Iran; gli Stati Uniti, afferma, “stanno tentando di trasformare Teheran da nemico in partner d'appoggio e, per arrivarci, cambiare il regime attuale in qualsiasi modo".

Per la Russia, il cambio di regime in Iran è un tabù. Il vice primo ministro della Russia ed ex rappresentante alla Nato, Dmitry Rogozin, ha già affermato, inequivocabilmente, che "l’Iran è un nostro vicino di casa vicino, appena sotto il Caucaso. Se qualsiasi cosa dovesse accadere all’Iran, se l’Iran dovesse essere coinvolto in contrasti politici o militari, questa sarebbe una minaccia diretta alla nostra sicurezza nazionale".

Quindi su un lato abbiamo Washington, la NATO, Israele e il CCG. Non esattamente una "comunità internazionale", come si vorrebbe far passare. E sull'altro lato, abbiamo Iran, Siria, un Pakistan che non sopporta più Washington, Russia, Cina, e decine di paese collegati al Movimento dei Paesi Non Allineati (NAM) che conta 120 membri.

La posizione della Cina in relazione al CCG è una fonte di un fascino infinito. Il Premier cinese Wen Jiabao ha appena fatto visita ai tre membri chiave del CCG, Arabia Saudita, EAU e Qatar.

Immaginatevi Wen Jiabao che dice al Principe alla Corona Nayef (il fratellastro di Re Abdullah) a Riyadh che Pechino auspica che aziende cinesi e “forti e rispettabili" investano una fortuna fortune in porti, ferrovie e sviluppo di infrastrutture in Arabia Saudita, come parte della loro sempre maggiore cooperazione "di fronte alle tendenze regionali ed internazionali mutevoli e complesse”. Immaginatevi Nayef che cosparge di saliva i baffi possenti, rimarcando che la Casa di Saud è davvero disposta a "espandere la cooperazione" in energia e infrastrutture.

Quello che va ad aggiungere sale alla pietanza è il fatto che Pechino ha anche una relazione strategica con l'Iran, e gode una sana relazione commerciale con la Siria. Quindi, per ciò che riguarda il Medio Oriente e l'Asia Centrale, Pechino sta scommettendo - diversamente dal Pentagono - su un vero "arco della stabilità”.

Come ha esposto Xinhua col suo stile accomodante senza eguali, per la leadership cinese è della massima importanza che la Cina e il Sud-Est asiatico “approfittino delle rispettive forze e si sforzino congiuntamente per uno sviluppo comune". Come mai nessuno a Washington riesce a pensare una cosa così semplice?

È vero che chiunque domini il CCG - con armi e supporto politico – progetta il potere a livello globale. Il CCG è stato assolutamente determinante per l’egemonia statunitense all'interno di quello che Immanuel Wallerstein definisce come il “sistema mondo”.

Ora diamo uno sguardo ai numeri. Fin dall'anno scorso l'Arabia Saudita esporta più petrolio in Cina che negli Stati Uniti. Ciò fa parte di un processo inesorabile per l'energia del CCG e le esportazioni di commodities che si muovono in Asia.

Dal prossimo anno gli asset stranieri detenuti dal CCG potrebbero raggiungere 3,8 trilioni con il petrolio a 70 dollari il barile. Con tutta questa "tensione" continuata nel Golfo Persico, non c'è nessuna ragione per credere che il petrolio starà sotto i 100 dollari nel futuro prossimo. In questo caso gli asset stranieri del CCG potrebbero arrivare all’ammontare sbalorditivo di 5,7 trilioni di dollari, il 160% in più rispetto al periodo precedente alla crisi del 2008, e un trilione in più degli asset esteri della Cina.

Allo stesso tempo, la Cina farà sempre più affari con il CCG. Il CCG sta aumentando le importazioni dall’Asia, anche se la prima fonte di merci d'importazione è ancora l'Unione europea. Nel frattempo, il commercio tra Stati Uniti e CCG sta calando. Nel 2025 la Cina importerà petrolio dal GCC per tre volte rispetto agli Stati Uniti. Non c’è da meravigliarsi che la Casa di Saud – per usare eufemismi – sia terribilmente eccitata da Pechino.

Quindi, per il momento, abbiamo la preminenza militare della NATOCCG, e geopolitica degli USACCG. Ma, più prima che poi, Pechino potrebbe avvicinarsi alla Casa di Saud e bisbigliare silenziosamente, "Perché non mi vendi il tuo petrolio in yuan?" Proprio come sta facendo col petrolio e il gas iraniano. Petroyuan, li vuole nessuno? Questa è una nuovissima serie di Star Trek.

Note:

1. Vedi The myth of an isolated Iran, Asia Times Online, 19 gennaio 2012.
http://atimes.com/atimes/Middle_East/NA19Ak03.html

2. Vedi qui.
http://www.newleftproject.org/index.php/site/article_comments/class_and_capitalism_in_the_gulf_the_political_economy_of_the_gcc

  • Class and Capitalism in the Gulf – The Political Economy of the GCC (Adam Hanieh intervista Ed Lewis, New Left Project, 5 dicembre 2011):
You see the six states of the Gulf Cooperation Council – Saudi Arabia, Kuwait, UAE, Qatar, Bahrain and Oman – as being at the centre of the Middle East economically and politically, but not simply because of their vast reserves of oil. What, then, is your account of how the Gulf states have come to be in this position of centrality?

There are a number of factors involved here. First, of course, is the question of oil. The GCC’s supplies of oil and gas are among the highest in the world. There are various estimates here – and the assessment of oil reserves is highly controversial – but a commonly cited figure is that the GCC holds about 40-45 percent of global proven oil reserves and 20 percent of world gas. It currently produces close to 20 percent of the world’s total oil production. Given the centrality of fossil fuels – both as an energy source and feedstock for the petrochemical industry – this gives the region a vital importance to the patterns of accumulation in the global economy.

A related factor is the huge levels of surplus capital that have accrued in the region as a result of sales of crude oil, gas and petrochemicals. These ‘petrodollars’ have been a key feature in the development of the global financial architecture. This is not a new aspect; during the 1970s financial flows from the Gulf were an essential part of the development of the Eurodollar markets (U.S. dollar deposits held in banks outside the United States) and also in supporting the purchases of US Treasury bonds (see David Spiro’s work on this). In this way, petrodollars have been key to buttressing US dollar hegemony and in sustaining the global financial imbalances that have characterized the world market over recent decades. The rapid financialization of the global economy has thus been partly premised upon the integration of the GCC into the world market and its financial circuits.

What this means is that the way that the world market has developed over the last few decades, with complex production chains stretching from the manufacture of goods in low-wage zones to the sale of commodities in the advanced capitalist countries, depends heavily upon both the Gulf’s commodity production as well as its financial surpluses. In this sense, the nature of class and state formation in the GCC region has occurred alongside (and is very much linked to) the broader development of the capitalist world market.

These are the reasons for the GCC’s significance at the global scale. But within the Middle East and North Africa itself there have been some fundamental transformations over recent decades that cast a very particular character to the role of the Gulf within the region.

The most striking feature of the last two decades has been the generalization of neoliberal policies across most states of the region. This occurred in close collaboration with the World Bank and International Monetary Fund, regional groups like the World Economic Forum’s Arab Business Council and Regional Agenda Council on the Middle East & North Africa, and other bilateral institutions like USAID. Key among these neoliberal policies were the liberalization of ownership laws, particularly in the real estate, financial and telecommunication sectors; opening up to foreign investment flows; privatization of state-owned industries; restructuring of tax regimes; termination of subsidies on food and energy; and the relaxation of trade barriers.

At the national scale these policies have had a pronounced impact, leading to impoverishment of populations on one hand and the concentration of wealth on the other. There has been a large growth in the ‘informal’ sector in many Arab economies, as well as the movement of hundreds of thousands of people into urban areas (or across borders) as survival became difficult on the land. The tightened relationship of the MENA region with the world market – typified by a reliance on export-oriented development, migrant remittances and movements in food and energy prices – exposed many countries to the winds of the global economy. All of these factors are critical to appreciating how the region was hit by the 2008 economic crisis, and the possible impact of the ongoing turmoil in the global economy.

But most importantly, these neoliberal measures did not just reconfigure class power at the national scale. They have also been accompanied by the increasing significance and weight of the regional scale. It is not possible to understand the ‘nation-state’ in the Middle East as a self-contained political economy separate from the ways it intertwines with this broader regional scale. There are different aspects to this, but fundamental is the very rapid internationalization of GCC-based capital, particularly following the rising financial surpluses that began in 1999 and peaked in 2008. Of course the bulk of the GCC’s surplus capital continues to be invested outside the region. But, over the last two decades, much of these flows have been directed to other states in the Middle East. Viewed from the regional scale – the GCC has been a main beneficiary of the last decade or so of privatization, de-regulation and market opening.

A few quick statistics illustrate this. In the 2008-2010 period, according to the EU-based ANIMA database that tracks investment in the region, the GCC taken as a whole was the top-ranked source of FDI for Egypt, Jordan, Lebanon, Libya, Palestine, Tunisia and ranked second in Morocco and Syria.  In 2010, GCC-based capital was responsible for the single largest FDI projects announced in Algeria, Lebanon, Libya and Tunisia. These are very striking figures. And they do not include portfolio investments in the region’s stock markets or other forms of ‘development loans’ that flow to the rest of the Middle East from the Gulf. It should also be noted that, contrary to common misconceptions, these flows are not necessarily directed by sovereign wealth funds or state-owned GCC companies. A large proportion of these flows come from privately owned GCC capital aimed at real estate projects, financial institutions, shopping malls, telecommunications and other investments.

The processes I’ve described were accentuated by the widening regional differentiation that arose in the wake of the 2008 economic crisis. In the GCC itself, although there were a few high profile financial casualties due to the heavy indebtedness of some large conglomerates, the crisis had the principal effect of strengthening the position of the Gulf’s dominant classes. The nature of class formation in the GCC (more on this below) permitted the displacement of crisis onto migrant workers and, coupled with state support to the largest Gulf financial and industrial entities, meant that Gulf elites were largely shielded from the worst impacts of the economic downturn.

The differentiated experience of the crisis across the region indicates not only the relative strengthening of the largest GCC conglomerates and ruling families within the Gulf itself, but also the widening gap between GCC and other Middle East states. This indicates that neoliberalism, when viewed from the regional scale, has both enriched individual national capitalist classes and, simultaneously, consolidated the position of the GCC within the region as a whole.

How does the relationship between the GCC and the major external powers, primarily the US but also others, now shape the inter-state politics of the Middle East?

As noted above, the importance of the GCC to the world market has been strengthened with the deepening internationalization and financialization of capital at the global level. One indication of this is the eastward shift of Gulf oil, gas and petrochemical exports, which has played an important role in underpinning the rise of Chinese production. From 2000-2006, world energy consumption increased by close to 20 percent, with China alone responsible for 45 percent of the increase in the world’s global energy use during this period. By 2007, nearly 50 percent of China’s crude oil imports came from the Middle East. Today, half of Saudi Arabia’s oil output goes to China, exceeding that of Saudi exports to the US, and by 2025, Chinese imports of Gulf oil are expected to be three times more than US imports from the region. Alongside these hydrocarbon exports is the ongoing flow of GCC financial surpluses into the markets of the advanced capitalist countries.

In the context of a relative decline in US power, and the emergence of an increasingly multi-polar world, this has meant that the GCC (and, by extension, the Middle East as a whole) is a key zone in how competitive rivalries between the leading capitalist states will play out. This is the reason for the central emphasis that long-term US strategy places upon the tight military and political relationship with the GCC states. This relationship was forged in the post-World War 2 era, but continued to deepen through the 1980s (indeed, the actual formation of the GCC in 1981 was very much part of consolidating the Gulf states under a US military umbrella in the context of the Iran-Iraq war). Dominance of the region was a key strategic factor in the US-led invasions of Iraq and Afghanistan, and the ongoing struggles around control of Central Asia. The rising bellicosity against Iran also needs to be seen in this light. The announcement by the US government a few weeks ago that it would be repositioning its military forces located in Iraq to the GCC is further confirmation of this. Already, the GCC hosts the US Fifth Fleet (in Bahrain) and US Central Command (CENTCOM) forward headquarters (in Qatar) — responsible for all US military engagement, planning and operations across 27 countries from the Horn of Africa to Central Asia. The monarchies in the GCC are fully dependent upon US military protection as well as univocal political support from the West (as the reaction to the uprising in Bahrain indicates). Of course there are rivalries and points of tension in the US-GCC relationship (as there are between the states of the GCC itself), but the central point is that this relationship is a key feature of US dominance at the global scale.

This is the overall framework for understanding how the US and other foreign powers view the Middle East in its entirety. Other explanations – such as the vacuous and essentially liberal arguments about an ‘Israeli lobby’ that supposedly drives US foreign policy making – should be rejected in my opinion.

But the rivalries of competing states in the capitalist world market also need to be seen alongside their shared interests. Class formation in the GCC is deeply interpenetrated with the development of capitalism as a whole, and the greatest fear of any of the leading states in the world market – and this, it should be stressed, includes China and Russia – is a significant challenge to that class structure. It is, in other words, a shared concern of all leading capitalist states to ensure that the GCC remains fully aligned with the interest of world capitalism. The policies of leading foreign powers in the Middle East thus have a dual character – on one hand, attempting to extend their individual competitive interests while, on the other, working cooperatively to prevent any popular challenge that would see the region’s wealth used to benefit the broad masses of people rather than a tiny parasitic social layer. This is the deeper meaning of the uprisings that have unfolded over this year.

With the partial exception of Bahrain, the Gulf states are generally known for a very low level of political discontent, leaving its authoritarian regimes with a firm grip on power, despite very deep material inequalities. What accounts for this? Is it largely a result of domestic factors or is it significantly shaped by the relationship between the Gulf and the global order?

There is a hidden and largely forgotten history of significant social struggles in the Gulf. From the 1950s to 1970s, there were several well-organised and militant Arab nationalist and left-wing movements across the region. The role of these movements could be seen, to mention only a few examples, in strikes and protests across the Saudi oil fields, the guerrilla struggle in the Dhofar region in Oman, and the widespread support in Kuwait and elsewhere for the Palestinian struggle. There was a strong sympathy among the Gulf populations for Palestinian and Arab nationalist causes, often linked to the presence of Arab workers from Palestine, Egypt, Syria, Yemen and so forth.

These movements were met with repression by the ruling monarchies (strongly backed by British and US advisors). But in addition to this repression, there was also a transformation in the nature of the region’s labour markets that became evident through the 1980s and 1990s. During this time, particularly following the deportations that took place around the 1990-1991 Gulf War, there was a shift away from Arab workers towards temporary migrant workers from South and East Asia. These workers were brought on short-term contracts, often housed in camps away from the citizen population, and subject to severe restrictions on labour and political rights. In many cases, particularly in low-wage sectors such as construction, it was very difficult for these workers to bring their families with them.

Today, the Gulf states are distinguished by their very high reliance upon this type of temporary migrant labour, with around 70% of these workers from South and East Asia and 30% from the Middle East (the proportion had been essentially the opposite in the mid-1970s). These labour flows differ from the permanent migration flows seen in other areas of the world because they are short-term in nature, lack associated citizenship rights, and are focused on maximizing remittance flows back to the country of origin. In all of the GCC states, temporary migrant workers represent more than half of the entire labour force and in four of these states (Kuwait, Qatar, Oman and the UAE) the proportion is greater than eighty percent. This heavy reliance on temporary labour flows closely ties the key labour exporting regions to accumulation patterns in the GCC.

The relative stability and adaptability of Gulf capitalism and its ruling elites is closely connected to this class structure. High levels of exploitation are enabled because a worker’s residency status is directly tied to holding a job. Once they become unemployed they become ‘illegal’ and are required to leave the country. In other words, because the right to be in the country is conditioned on employment, employers hold an enormous power differential over the worker. Moreover, generational reproduction of the class is highly fragmented because workers generally return home when they finish their contracts – class memory and bonds of solidarity are weak, and collective action very difficult to undertake. Legal restrictions codify these barriers to class-based action, with unions banned in Saudi Arabia and the UAE and severely restricted elsewhere.

Contrary to the generally accepted picture of these societies, relative poverty does exist among the citizen population in countries such as Saudi Arabia (and elsewhere in the Gulf). But the absence of a local, citizen working class means that political struggles lack an effective social base. Political conflict in these states (with the exception of Bahrain which I will discuss below) thus generally originates in inter-elite discord (such as between different branches of the ruling family, and the conflict between religious scholars and the monarchy) or Islamist movements – not from any widespread class struggle. This relative political calm can be contrasted with the situation in two oil-rich neighbouring countries, Iraq and Iran, where the working class has a long history of mobilization and persistent opposition to Western policies in the Gulf and wider Middle East.

The implications of this could be seen in the reaction to the 2008 economic crisis. In the immediate wake of the crisis, the Gulf states saw little popular protest or anger. It is certainly true that many high-profile projects were halted, consumer demand plummeted and businesses shut their doors – but the citizen population emerged relatively unscathed. Instead, there was a slowdown in hires of migrant workers and – in places such as Dubai – thousands were sent home. This meant that the real pain of the crisis was felt by the swelling numbers of unemployed across the Gulf’s surrounding regions.

Bahrain, however, is an important partial exception to this pattern. It has less oil wealth than other GCC states (only 0.03% of proven GCC reserves), and the peculiarities of its historical development meant that a significant sectarian divide was established between a largely Sunni ruling elite (dominated by the Al Khalifa monarchy) and a majority Shi’a population. Yet Bahrain’s social structure is not a question of some obdurate religious conflict between Shi’a and Sunni (as it is usually portrayed in the media and purposively promoted by the Bahraini monarchy). Rather, the discrimination against the country’s Shi’a majority cannot be understood separate from the ways in which class formed. While the country continues to rely heavily upon migrant labour – in 2005, around 58% of the Bahraini population were non-citizen migrant workers – much of its Shi’a majority remain unemployed, poor and face entrenched, systemic discrimination.

Over recent years Bahrain has also endured a lengthier and more advanced experience of neoliberalism (relative to other GCC states). This has deeply accentuated the unevenness of capitalist development – widening gaps between poorer citizens (concentrated among Shi’a) and the private sector and state elites that have benefitted from Bahrain’s position as the “freest economy in the Middle East” (according to the Heritage Foundation 2010 Index of Economic Freedom). In 2004, the Bahrain Centre for Human Rights estimated that over half of Bahraini citizens were living in poverty and yet, simultaneously, the richest 5200 Bahrainis had a combined wealth greater than $20 billion. The more proletarianized character of the Bahraini citizen population, which overlaps with the sectarian discrimination and has been reinforced by the deep impact of neoliberalism, has meant that labor and left-wing movements remain significant within the country. Every few years there have been major uprisings and labour strikes in the country – the intifada of 2011 is the latest of these movements.

Moreover, the significance of Bahrain extends beyond the country itself. There is a sizeable Shi’a population in Saudi Arabia’s oil-rich Eastern Province – just across from Bahrain. There were protests in this region in early 2011, and there exists a great fear among all the Gulf states (and the Western powers that support them) that a successful movement in Bahrain would quickly detonate similar struggles in Saudi Arabia and elsewhere. This explains the furious repression that has been unleashed on the Bahraini people over 2011, including the sending of Saudi, UAE and Qatari troops to the country in an attempt to quell the uprising. But we can be sure that the story of Bahrain’s uprisings is far from over.

How important is the battle over oil prices? What interests are at stake, and how does it shape regional states' policies and the external policies of foreign powers (like the US)?

The factors determining the price of oil are related to availability and supply of different oil grades and other energy sources, global demand, levels of capital investment in the industry, speculation, and the political situation in the Middle East. There has been a generally upward movement in the price since 1999 (punctuated by a large fall in the immediate wake of the 2008 economic crisis) and, if the most common estimates of global supply and demand are accurate, the price will likely remain high into the mid-term future.

High prices of oil are strongly correlated with recessionary periods and, as the 1970s showed, those countries that are reliant upon oil imports can be badly hit by high prices. Indeed, this was a major factor (partly facilitated through the recycling of Gulf petrodollars) in the explosion of Southern debt from the 1970s onwards. The further trend of rising food prices in the current period (partially linked to the price of hydrocarbons) means that the impact of high oil prices can be devastating in multiple ways.

The other side to this, however, is the interest of the Gulf states (and, of course, oil companies) in a higher price. There are various estimates of the ‘break even’ points for the GCC states – the necessary price of oil for these states to meet their fiscal requirements. The IMF estimated in 2008 that Saudi Arabia needed oil at $49/barrel to balance its fiscal account for the year. The lower range of the IMF estimates for the GCC was the UAE ($23) and Kuwait ($33) and the highest were found in Bahrain ($75) and Oman ($77). The GCC as a whole averaged $47/barrel. However, these estimates are probably too low. We need to remember that the GCC states have launched a massive program of government spending in the wake of the uprisings to undercut any dissent within their countries. The Institute of International Finance, a peak-body association of the world’s largest banks, estimated in March 2011 that Saudi Arabia would need oil to sell at an average of $88/barrel in 2011 for government spending to break even. Saudi Arabia is a key producer because it is one of the few states with the ability to increase supply to the world market and thus lower the price of oil (although some industry analysts question to what extent this is really possible and claim that Saudi reserves have been overstated). In short, there are many different factors that are complexly inter-related here. But I think the likely scenario in the near future is a continued high price and persistent growth in the surpluses of the GCC states.

Could the 'Arab Spring' serve to threaten the regional balance of power as well as the balance of class forces that prevail within the Gulf states?

This is absolutely the real potential of the uprisings through 2011. The two processes I’ve described above – the increasing weight of the regional economy and the differentiated impact of the global crisis – mean that it is impossible to treat the national and regional scales as two distinct political spheres. What appear on the surface to be ‘national’ struggles that are contained within individual nation-states, inevitably grow to confront the construction of these broader regional hierarchies. This is the context in which the Arab uprisings have unfolded.

There are different aspects to this. On the one hand we can see the role of the US and other foreign powers in the region and, very importantly, the position of Israel. The uprisings (particularly that of Egypt) confront all of these features because the regimes that are being challenged were central to how this regional order was constructed. It is thus wrong to see the uprisings as solely a question of ‘democracy’ – as if the ‘political’ can be separated from the ‘economic’ or the ‘national’ from the ‘regional’.

Likewise with the role that the GCC states play in the regional political economy. I am not claiming that the slogans and demands of the uprisings explicitly target the GCC states in this manner (or, indeed, Israel or the US), but contained within their logic is an implicit challenge to the regional order as it has developed over the last two decades. The social structures that characterized political rule in Egypt, Tunisia and elsewhere are themselves part of how the GCC – linked to the domination of foreign powers and the position of Israel – established its place atop the hierarchies of the regional market. The struggles against dictatorship that the uprisings represent are, simultaneously, intertwined with the way that capitalism has developed across the region and, in this sense, are also struggles against the Gulf.

This explains the furious attempts by the GCC states to hold back and derail these uprisings – they are absolute central to the counter-revolutionary wave that is being unleashed today in the region. I think a convincing case can be made that imperialism in the region is articulated with – and largely works through – the GCC states. The NATO-led invasion of Libya is a clear example of this, with Qatar and the UAE, in particular, playing a very important role in this invasion. The Gulf states sent troops, money and equipment and – perhaps most importantly – provided the political legitimacy for this attack. There are many other examples – we can see it in the billions of dollars that are being promised by the Gulf states to the regimes in Egypt and Tunisia; the military intervention in Bahrain; the offer made to Jordan and Morocco to join the GCC (thereby bringing together all the reactionary monarchies in the region within a single bloc); and the centrality of the GCC to attempting to mediate and steer the uprisings in Syria and Yemen. And, perhaps most significantly, the rising threats that are being made against Iran. Indeed, the question of Iran is just as much a question of the GCC as it is of Israel.

So yes, the uprisings present a real possibility of shifting the regional order. Egypt, with its large, better organized working class and much stronger Left organizations is the key point of struggle. But to return to the themes above, in the long-run there are no ‘national’ solutions to the broader problems of uneven development facing the Middle East and North Africa. These require a pan-regional solution and, centrally, that means confronting the position of the GCC states as the core of capitalism in the region.

  • Ormai svelata l'agenda araba in Siria (Pepe Escobar, Asia Times via Comedonchisciotte, 3 febbraio 2012):
Ecco un corso intensivo sulle "democratiche" macchinazioni della Lega Araba - o piuttosto della Lega del CCG, perché il potere reale in questa organizzazione pan-araba viene esercitato da due delle sei monarchie del Golfo Persico che compongono il Consiglio di Cooperazione del Golfo, noto anche come Circolo della Controrivoluzione del Golfo: il Qatar e la Casa dei Saud. In pratica, il CCG ha creato un gruppo nella Lega Araba per monitorare quello che sta succedendo in Siria. Il Consiglio Nazionale Siriano - che ha la sua sede in due paesi membri della North Atlantic Treaty Organization (NATO), Turchia e Francia – lo sostiene in modo entusiasta. È evidente che il vicino della Siria, il Libano, non fa è dello stesso avviso. Quando i 160 osservatori, dopo un mese di indagini, hanno pubblicato la loro relazione… sorpresa! Il resoconto non si adattava alla linea ufficiale del CCG - secondo cui il "perfido" governo di Bashar al-Assad sta indiscriminatamente, e unilateralmente, uccidendo il suo popolo, ed è pertanto necessario cambiare il regime. La Commissione Ministeriale della Lega Araba aveva approvato la relazione, con quattro voti a favore (Algeria, Egitto, Sudan e il membro del CCG Oman) e solo uno contro; indovinate... del Qatar, che ora presiede la Lega Araba perché l'emirato ha comprato il suo turno (a rotazione) dall’Autorità Palestinese. Pertanto, la relazione è stata ignorata (dai media occidentali corporativi) o distrutta senza pietà dai media arabi, praticamente tutti finanziati sia dalla Casa di Saud che dal Qatar. Non è stata neanche presa in discussione, perché il CCG ha impedito che venisse tradotta dall'arabo in inglese e pubblicata nel sito web della Lega Araba.

Fino a che è filtrata. Eccola, al completo ( http://www.columbia.edu/~hauben/Report_of_Arab_League_Observer_Mission.pdf ).

La relazione è adamantina. Non c’è stata una repressione letale e organizzata da parte del governo siriano contro i manifestanti pacifici. Al contrario, il resoconto considera alcune bande sospette le responsabili della morte di centinaia di civili siriani, e di più di un migliaio di vittime nell’esercito siriano, mediante l'utilizzo di tattiche letali come la collocazione di bombe negli autobus di linea, nei treni che trasportano diesel, nei mezzi della polizia, sui ponti e nelle condutture. Ancora una volta, la versione ufficiale della NATO/CCG sulla Siria è quella di una rivolta popolare soppressa dalle pallottole e dai carri armati. Intanto, i membri dei BRICS Russia e Cina, ed ampie frange del mondo in via di sviluppo, sono dell’idea che il governo siriano stia combattendo contro mercenari stranieri pesantemente armati. La relazione conferma in larga misura questi sospetti. Il Consiglio Nazionale Siriano è essenzialmente un'organizzazione dei Fratelli Musulmani affiliata sia alla Casa di Saud che al Qatar, con un ansioso Israele che lo sostiene in secondo piano. La legittimità non è proprio in cima ai suoi pensieri. In quanto all'Esercito della Siria Libera, ha nelle proprie fila disertori e oppositori al regime di Assad che hanno le migliori intenzioni, ma per la maggior parte è infettato da mercenari stranieri armati dal CCG, soprattutto da bande di salafiti. Ma niente scoraggerà la NATO/CCG, che non potrà applicare il modello uniforme per promuovere la "democrazia" con il bombardamento di un paese al fine di liberarsi del proverbiale dittatore malefico. I dirigenti del CCG, la Casa di Saud e il Qatar, hanno respinto subito la relazione e sono arrivati direttamente al dunque: imporre un cambiamento di regime da parte della NATO/CCG tramite il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Pertanto, l'attuale "deriva diretta dagli arabi per garantire una fine pacifica alla repressione che dura da dieci mesi” in Siria non è altro che un grossolano tentativo di cambio di regime. I soliti sospetti, Washington, Londra e Parigi, si sono visti obbligati a togliersi di mezzo per assicurare all'autentica comunità internazionale che non si tratta di un altro mandato per il bombardamento, alla libica, per la NATO. La Segretaria di Stato Hillary Clinton lo ha descritto come "un percorso per una transizione politica che preservi l'unità e le istituzioni siriane." Ma i membri dei BRICS Russia e Cina non si sono fatti abbindolare. Un altro membro dei BRICS, l'India, il Pakistan e il Sudafrica hanno manifestato forti obiezioni per la brutta copia della risoluzione delle Nazioni Unite abbozzata dalla NATO/CCG. Non ci sarà un’altra “zona di divieto di volo” sullo stile della Libia; dopo tutto, il regime di Assad non sta proprio puntando i Mig contro i civili. Russia e Cina bloccherebbero - di nuovo - una risoluzione dell'ONU destinata al cambio di regime. Perfino nella NATO/CCG c’è una certa confusione, perché tutti gli attori - Washington, Ankara ed il duo della Casa di Saud e Doha – hanno un programma geopolitico distinto per il lungo termine. Per non menzionare l’Iraq, un vicino determinante oltre che socio commerciale della Siria; Baghdad ha reso noto pubblicamente di essere contro qualsiasi schema diretto a un cambio di regime. Pertanto, ecco un suggerimento per la Casa di Saud e il Qatar: visto che siete così sedotti dalla prospettiva di una "democrazia" in Siria, perché non utilizzate tutto l'armamento statunitense e la invadete nel cuore della notte - come avete fatto in Bahrein - ed imponete voi stessi il cambio di regime?

2 commenti:

  1. Beh, a me è bastato vedere "Inganno Globale" di Massimo Mazzucco... ;-)

    Ai meno smaliziati si potrebbe ricordare che George W. Bush quando era ancora presidente ammise pubblicamente che la cattura di Osama Bin Laden non era più una priorità per il governo americano. Per fortuna che con la scusa di Bin Laden e terroristi varii ci ha fatto "solo" 2 guerre...

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  2. Pardon, mi riferivo a "Il nuovo secolo americano" più che ad "Inganno Globale", entrambi liberamente disponibili su You Tube.

    Roblif

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