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sabato 11 febbraio 2012

Concetti ideologici 2

Concetti ideologici 2: il razzismo dei bianchi

Uno dei concetti che innervano profondamente il multietnicismo, almeno in alcune nazioni come gli USA, è che solo i bianchi possano essere razzisti, indipendentemente da ciò che possa significare l'esserlo (ma, d'altronde, se lo si potesse realmente specificare, meglio ancora caso per caso, non sarebbe un concetto ideologico, ma un fatto). Si afferma ciò seguendo un fallace ragionamento, secondo cui solo chi è dominante in una data società può essere razzista, mentre chi non lo è non può esserlo. A ciò, può venir associato, di volta in volta, questo o quell'altro evento del passato, tra i più diversi e diversamente opinabili, sia rispetto all'argomento, sia rispetto agli studi storici.

Da qui, appunto, nasce la menzogna del razzismo dei bianchi, come fatto sociale, come fatto statisticamente rilevante, come orizzonte d'esperienza quotidiana per molti appartenenti a differenti comunità etniche. Si crea il monolite razzistico bianco, in cui ogni evento realmente definibile come discriminatorio o violento si somma a fatti storici, quali guerre, invasioni, colonialismi, leggi nazionali, abitudini sociali passate, delle più differenti epoche e società, a cui si aggiungono episodi contemporanei tra i più diversi, più o meno valutabili sotto l'ottica della difficoltà dei rapporti tra autoctoni e allogeni. Tutto diventa riflesso di tutto: il semplice cittadino europeo o nordamericano, preoccupato per l'attuale incapacità politica di fornire serie politiche di natalità o di contenimento dell'immigrazione, finisce nello stesso calderone degli schiavisti cattolici, ebrei e protestanti, che, nel corso di tre-quattro secoli fa, acquistavano schiavi africani da altri schiavisti, arabi o africani.

Il razzismo, in questo modo, viene trasformato in fatto statistico, non reale. Mancando, come manca, palesemente, una qualche legislazione definibile come razzista, ossia fortemente discriminatoria a favore di un gruppo e a sfavore di altri, il razzismo diventa funzione, in senso matematico, della percentuale di cittadini dei diversi gruppi etnici e della percentuale di successo o insuccesso sociale degli stessi appartenenti ai vari gruppi etnici. Già da questo, si dovrebbe intuire che il razzismo sbandierato è un fatto non reale, perché la statistica, se e per quanto precisa, dovrebbe anche dire il come e il perché di ogni singolo esempio possibile, affinché sia corretta. Mancando questo, la statistica, riportante il razzismo, non è reale: individua solo alcune costanti, al massimo, da cui si deriva artificiosamente l'idea dell'esistenza di un razzismo sociale.

Ma le costanti non sono razzismo. Forse anche per questo il tutto viene sempre puntellato dai pochi episodi violenti o di palese discriminazione rintracciabili: un anglo-africano ucciso in Inghilterra negli anni '90; una decina di turchi uccisi da neonazisti nel corso di diversi anni; due senegalesi uccisi a Firenze; ecc. Poco altro, meno di quel che si pensi. Tali episodi vengono poi fortemente mediatizzati e strumentalizzati, indipendentemente dai protagonisti delle vicende, dalle motivazioni, ecc. Non altrettanto avviene con analoghi episodi d'ordine inverso, dove i bianchi sono vittime, non così pochi come si può pensare, data la poca mediatizzazione degli stessi o lo scarso ricordarli da parte degli stessi mezzi d'informazione (mai sentito parlare di Zebra Murders, tanto per fare un esempio?).

Le costanti in oggetto, non essendo razzismo, sono semmai il segnale di una incrinatura nell'ordine sociale. Una incapacità della società, nel suo complesso, di far fronte a determinate situazioni e problematiche. Se la società non è razzista, ossia non pratica esplicitamente il razzismo, non essendoci una organizzazione della stessa, con leggi e norme, che permetta il razzismo, questo diventa, necessariamente, un fatto episodico. Ma non può diventare un fatto statisticamente rilevante, in quanto non tutti gli episodi vengono valutati sotto tutti i punti di vista. L'anziano che ha insultato degli africani a Firenze, giorni dopo l'uccisione dei senegalesi, è razzista in quanto ha insultato degli africani? Qualcuno conosce quell'anziano? Può dimostrare chi è e da cosa è partito per giungere a quel qualcosa che è l'insulto agli africani? L'episodio cosa dimostrerebbe?

Certo, chi pensa che i bianchi siano razzisti affermerà che l'episodio dimostra il razzismo dei bianchi, ma tale dimostrazione dovrà basarsi sempre sull'idea, fallace, che il vecchio è razzista, in quanto bianco, in quanto socialmente dominante. Il che è anche assurdo, perché è da dimostrare che quell'uomo, solo perché bianco, è anche socialmente dominante. Potrebbe essere benestante, ma potrebbe anche avere una pensione di solo 600 euro mensili. Oppure avere una dignitosa pensione, ma nulla più. Potrebbe essere qualunque cosa. Rimane il fatto che l'episodio è divenuto rilevante in quanto c'è stato l'insulto agli africani, dopo poco tempo dall'uccisione di altri africani. Non perché fosse protagonista quel cittadino italiano, di cui, appunto, non possiamo essere certi del suo razzismo, se non, al massimo, nell'episodio in questione. E, d'altronde, nulla sappiamo sulle motivazioni che hanno portato, giorni prima, all'uccisione dei senegalesi da parte di Gianluca Casseri!

Perciò, mancando, spesso, prove, articolate e chiare, che dimostrino la presenza di intenzioni e volontà razzistiche dietro episodi valutati come razzisti, e mancando anche la dimostrazione della dominazione sociale di molti degli accusati di razzismo, data la natura fortemente frammentata dell'attuale società occidentale, che resta del "razzismo" dei bianchi? E' più "socialmente dominante" il vecchio fiorentino che insulta gli africani per strada o un rapper di colore? E' più "razzista" il vecchio fiorentino in questione o un rapper di colore, che tratta tutte le donne come puttane? Tanto per fare qualche esempio...

In realtà, e badate bene che non è una provocazione, l'idea che i bianchi siano razzisti e che lo siano perché socialmente dominanti è razzismo.

Tale idea è il nascondere dietro al "razzismo dei bianchi" tutta una infinita serie di problematiche, nelle società occidentali, prodotte dall'assenza di ogni senso del limite nel vivere sociale e nell'economia, dall'individualismo nell'accezione ultra-competitiva del capitalismo contemporaneo, dall'urbanizzazione progressiva e disordinata, dalla degradazione del politico e dall'esaltazione dell'economico, dalla fluidità sociale spinta fin dentro l'individuale, con lo smantellamento di ogni comunità organica reale e non ideologizzata, ecc. Il "razzismo dei bianchi" è uno (non il solo, ma sicuramente uno) dei modi in cui questa poltiglia chiamata società occidentale maschera la sua natura informe, la sua incapacità di gestire il reale in maniera positiva per il grosso dei propri abitanti, con tutto il suo peso di frustrazioni, risentimenti, fallimenti, tragedie.

Il "razzismo dei bianchi" serve alla cattiva coscienza dell'Occidente per verniciarsi come democratica, anche a costo, razzisticamente, appunto, di insultare una gran parte dei propri abitanti [si vedano ARCHIVIO 27/02/2009  e ARCHIVIO 03/04/2009]. D'altronde, l'Occidente non è così come non è dominato dal grosso dei propri cittadini (e qui, pensiamo, non c'è bisogno di specificare oltre).

Essendo una società frammentata, quella occidentale può benissimo, e lo fa, razzisticamente accusare persino il grosso dei propri cittadini. Poco importa che chi domina realmente tale società sia di pelle bianca come questi ultimi. Per tutto il resto differiscono o tendono a differire sempre più. Da ciò, inoltre, deriva anche la possibilità, per allogeni più o meno radicati nelle nazioni occidentali, di utilizzare e sfruttare tale accusa. Può essere (esclusi tutti quei casi dimostrabili come violentemente discriminatori ad opera di bianchi) un modo per mettersi in evidenza socialmente, per sfruttare determinate situazioni di disagio (altrimenti definibili) o altro ancora. Qualche esempio recente?

La studentessa afro-americana Khalilah N. Ford, che inventa liste di studenti afro-americani minacciati di morte da parte di ignoti emuli degli autori di linciaggi di neri di un secolo fa, con la scusa che uno strano episodio precedente non avrebbe prodotto indignazione. Giorni prima, infatti, era stato trovato un cappio nell'Università Wisconsin-Parkside. Il cappio sarebbe simbolo, per alcuni, di quei linciaggi e ogni cappio appeso o lasciato in luoghi pubblici indicherebbe minaccia razzista contro i neri. Ma, appunto, quel primo cappio, se di minaccia realmente si è trattato, nessuno sembra averlo preso in considerazione. Quindi, l'intervento della Ford. Il risultato è stato un gran polverone sul pericolo razzista, con la Ford sulla bocca di tutti, risoltosi, una volta scoperto il tutto, nell'espulsione della stessa ragazza dal campus universitario (e la possibilità, in futuro, di nuove e più attente indagini prima di gridare al "razzista, razzista"!).

Oppure, la deputata laburista e di colore, Diane Abbott, che si lascia scappare, su un noto social network, in un dialogo con altri appartenenti a minoranze etniche, che i bianchi applicano sempre una politica del "divide et impera" nei confronti degli altri gruppi etnici, per poi ritrattare tutto, affermando che fosse un semplice esempio storico. Peccato che dal dialogo non derivi immediatamente la certezza di tale ipotesi, così come l'Abbott non è nuova ad espressioni perlomeno curiose (le infermiere nordeuropee non sarebbero in grado di fare il loro lavoro, quando incontrano degli africani, non avendo mai visto dei neri?!).

Oppure, ancora, l'assassino afro-americano Marcus Reymond Robinson (su cui, forse, torneremo in altra occasione), reo di aver ucciso un ragazzo bianco, spinto da motivazioni razziste provate, che sfrutta il delirio ideologico del Racial Justice Act, legge del North Carolina con cui è possibile utilizzare le statistiche su pena di morte e identità razziale di accusati e vittime, per impedire le condanne a morte degli afro-americani, riconvertedole in carcere a vita.

Ossia (per chiudere il cerchio) come sfruttare le statistiche, tacciando i bianchi di razzismo, salvando il culo ai razzisti neri e vivere tutti infelici e scontenti nella grande e democratica società aperta d'Occidente...

  • The Flaw in this Racial Hoax: She Spelled One Name Right--Her Own (Mark Bauerlein, Minding the Campus, 7 febbraio 2012):
Another racial hoax on campus surfaced this week, this one at University of Wisconsin-Parkside.  WTMJ reported on Feb 2nd ( http://www.todaystmj4.com/news/local/138603764.html )that a noose had been found in a residence hall on the previous afternoon, then threatening notes had been sent to the person who reported the initial incident the next morning, along with other African American students.

The university moved swiftly, with investigations and meetings involving UW-Parkside police, campus public safety officers, the "office of diversity and inclusion," and the dean of students.  The university claimed that "the individual who reported the first incident is cared for," and administrators held meetings with 30 students "to hear their concerns."

One day later, WTMJ recounted student reactions ( http://www.todaystmj4.com/news/local/138658244.html ).  One targeted student said, "I'm all cried out.  I don't know where to go from here."  Another said, "Oh you scheduled to die in two days.  I don't know where to go.  I don't want to go to class.  I don't want to graduate anymore.  Why?  Because I fear I'm going to die."  The school beefed up security and added five UW-Milwaukee officers to patrol the residence halls.  Students had to start signing in and out of the dorms.

Then came this story two days later ( http://www.todaystmj4.com/news/local/138737649.html ).  A student confessed that she made up the threatening letters, although she says she had nothing to do with the original rubber-band noose.  She carried out the hoax, she claimed, because the original threat, the noose, wasn't taken seriously enough.  (It isn't fully clear that the string of rubber-bands did, in fact, signify a noose.)  She has been removed from campus and is facing charges of disorderly conduct and obstructing an officer.  She sent one threatening note to herself, and one reason she was suspected by the police was that her name was the only name spelled correctly on the "hit list."

UW-Parkside Interim dean of Students says that "the school is re-evaluating how it handles racist incidents in the future."  One wonders what this means.  Meanwhile, we can speculate on how a student concluded that insufficient attention to a hate crime warranted upping the situation by fabricating death threats and bringing the entire campus under fear and surveillance.

It's a curious development.  Think about it.  The student didn't object to the presumed initial neglect by contacting the administration, contacting reporters, protesting to student groups, or in any other way working through channels to highlight how awful the "noose" event was.  If she had, others would have listened and responded.  But instead, she adopted the same type of crime, amplifying it to dangerous degrees, interrupting lives, mobilizing police forces, and prompting disturbing news stories.  That she frightened African American students--we shouldn't dismiss their fear as overwrought; death threats are shocking--that she became the instrument of terror, and felt entirely right and proper in doing so speaks to more than just one individual's distorted sense of truth and justice.  We should extend the case to the climate of race on college campuses today.

  • Diane Abbott: 'White people love playing divide and rule' (Matthew Holehouse, The Telegraph, 5 gennaio 2012):
Miss Abbott, the Labour MP for Hackney North and Stoke Newington, was responding to a commentator who said she disliked the “lazy” and "monolithic" use of the term “black community” during coverage of the Stephen Lawrence murder trial.

Bim Adewunmi, a freelance journalist, wrote on Twitter that she found many black "leaders" shown in the media to be out of touch with the people they purport to represent.

Abbott, the shadow public health minister, responded to say the comments were “playing into a ‘divide and rule’ agenda” that is as “old as colonialism”. She said black people should not “wash dirty linen in public.”

Nick Clegg, the Deputy Prime Minister, said the comments were "stupid and crass" and called on her to apologise.

Conservative MP Nadhim Zahawi called on Ms Abbott to step down.

“A healthy society should not tolerate any form of racism. DAbbott should apologise and resign or Ed M must sack her,” he wrote on Twitter.

A Labour spokesman said the party disagreed with the tweet, but restated its support for Abbott.

Bim Adewunmi, a freelance journalist, wrote on Twitter: “I do wish everyone would stop saying ‘the black community’ though. WHICH ONE?”

She added: “Same with ‘black community leaders’ they wheel out whenever someone black gets stabbed.

“I hate the generally lazy thinking behind the use of the term. Same for ‘black community leaders’."

Miss Abbott, who ran for the Labour leadership in 2010, responded: “I understand the cultural point you are making. But you are playing into a “divide and rule” agenda.”

Miss Adewunmi replied: “I find it frustrating that half the time, these leaders are out of touch with the black people they purport to represent.”

Miss Abbott responded: “White people love playing ‘divide & rule’. We should not play their game. #tacticasoldascolonialism.

She added: “Ethnic communities that show more public solidarity and unity than black people do much better #dontwashdirtylineninpublic.”

Paul Goodman, a former Conservative MP, urged Miliband to sack Miss Abbott.

"Imagine how the Guardian or the BBC would react if a Conservative MP said that "black people love playing 'divide and rule'," he wrote on the Conservative Home blog ( http://conservativehome.blogs.com/leftwatch/2012/01/diane-abbott-says-that-white-people-love-playing-divide-and-rule-miliband-should-sack-her.html ).

"They would be right to so so. Such an MP would be maligning their fellow citizens on a racist basis. This is exactly what Abbott has done.

Kofi Mawuli Klu from African think tank Panafriindaba, said: “Diane knows better. In our anti-colonial struggle we had white people on the side of black people. We have always had the support of white people on our side.

“We should be really very precise and we should not be making statements that smack of racial generalisations. Abbott should clarify her comment.”

Dr Evan Harris, the former Liberal Democrat MP, said: “The reason that it was a wrong comment was that it made a generalisation. Not that the allegation was offensive or directed at an individual in an abusive way, but she implied, perhaps because she had reached her 140 character limit on Twitter, it was all white people. It classed all people with a racial group with a criticism."

He said he thought it wrong that she be called to resign. “She clearly has not broken the law. The beauty of social media is that if you say something offensive it comes back to you straight away.”

Miss Abbott later deleted the comments and said they had been taken out of context. She said: "Refers to nature of 19th century European colonialism. Bit much to get into 140 characters."

A Labour party spokesman said: "We disagree with Diane's tweet. It is wrong to make sweeping generalisations about any race, creed, or culture. The Labour party has always campaigned against such behaviour, and so has Diane Abbott."

Asked about the comments on Sky News she said: "I think the tweet has been taken out of context and some people have misinterpreted it maliciously." She then answered her phone and walked off camera.

She later apologised, saying: “I understand people have interpreted my comments as making generalisations about white people. I do not believe in doing that. I apologise for any offence caused.”

Abbott, a Cambridge graduate and opponent of war in Iraq and Afghanistan, risked her left-wing credentials and her safe seat when it emerged she sent her son James to the elite City of London School, which then charged fees of £10,000 a year.

She once claimed that "blonde, blue-eyed Finnish girls" at her local hospital in east London were unsuitable as nurses because they had "never met a black person before".

She was defended today by veteran left-winger George Galloway, who tweeted: "Diane Abbott has been my friend for 25 years; only the obtuse would think her a 'racist'."

1 commento:

  1. Vorrei portare a conoscenza di questo caso sospetto di discriminazione positiva alias discriminazione contro i bianchi negli Stati Uniti. Una studentessa bianca ha fatto causa ad una università perché sostiene di essere stata esclusa in quanto bianca. Lo sapete, è la solita questione della discriminazione positiva alias discriminazione contro i bianchi, che pensa sia necessario dividere tutto in quote per far funzionare una società.

    http://www.nytimes.com/2012/10/09/us/supreme-court-to-hear-case-on-affirmative-action.html?pagewanted=all&_r=0

    Roblif

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