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sabato 14 gennaio 2012

Lavoro, autoctoni e stranieri

Lavoro, autoctoni e stranieri: nuove prospettive?

Breve commento ad un articolo della Stampa di Torino, riportante dati occupazionali aggiornati al 2011, sia riguardo gli italiani che gli stranieri. Dopo ben tre anni di continua diminuzione degli italiani nel mercato del lavoro, nell'anno appena passato c'è stata una inversione di tendenza, pur modesta, accompagnata da un rallentamento delle assunzioni di stranieri.

E' ancora presto per dire se, come riportato nell'articolo, gli italiani stanno modificando abitudini e aspettative, finendo per adattarsi alla crisi, a scapito degli stranieri, così come, forse, è presto per dire se quei dati riportati preannuncino nuovi mutamenti sociali, con un rallentamento del radicamento allogeno in Italia (fermo restando il discorso, necessario e fatale, sulle condizioni di lavoro attuale, anche alla luce di quanto sta operando e promettendo il Governo tecnocratico di Mario Monti).

Tenete presente che, oltre ad una perdita complessiva di un milione di posti di lavoro tra gli autoctoni nel solo biennio 2008-2009 (a fronte di 300.000 nuovi posti andati agli allogeni), abbiamo avuto anche una perdita di quasi un milione di posti, negli ultimi quattro anni, nella sola fascia d'età sino ai 29 anni, e di oltre 800.000 posti perduti nel periodo 2005-2010 per quanto concerne le professioni manuali (a fronte di ben 700.000 andati agli allogeni). E, riguardo quest'ultimo punto, se vi viene il dubbio su come ciò sia avvenuto, ossia se c'entrino nulla anche pensionamenti o altro, vi ricordiamo quanto riportato in un vecchio intervento riguardante il mondo dell'edilizia [ARCHIVIO 27-6-2010].

  • Occupati più italiani meno stranieri (Luca Ricolfi, La Stampa, 9 gennaio 2012):
Forse non l’abbiamo ancora notato, ma nei dati su occupazione e disoccupazione comunicati pochi giorni fa dall’Istat c’è una grossa novità. Per capirla, tuttavia, dobbiamo fare un piccolo ripasso della crisi italiana.

Sul piano economico, le cose sono cominciate ad andare male nel 3˚ trimestre del 2007, con la crisi dei mutui subprime americani. Sul piano dell’occupazione, invece, la svolta negativa è intervenuta circa un anno dopo, verso la fine del 2008. In due soli anni, fra il 3˚ trimestre del 2008 e il 3˚ trimestre del 2010, sono andati in fumo circa 750 mila posti di lavoro (cui andrebbero aggiunti quelli rimasti solo nominalmente in piedi, grazie alla cassa integrazione).

Contrariamente a quello che molti credono, però, la crisi ha colpito più duramente gli italiani che gli stranieri. Nel «biennio nero» 2008-2009 gli italiani hanno perso circa un milione di posti di lavoro, mentre gli stranieri ne hanno guadagnati quasi 300 mila. In un certo senso si potrebbe persino dire che la recessione ha colpito solo gli italiani, visto che anche dopo lo scoppio della crisi l’occupazione degli stranieri non ha mai cessato di crescere, portandosi da 1 milione e 590 mila unità (inizio crisi, 3˚ trimestre 2007) a 2 milioni e 276 mila unità (ultimi dati Istat, 3˚ trimestre 2011).

Iniziata nel 3˚ trimestre del 2008, la distruzione di posti di lavoro occupati da italiani è proseguita ininterrottamente per 12 trimestri, ovvero per 3 anni pieni. Ed eccoci alla novità di cui abbiamo detto all’inizio: nell’ultima indagine Istat, relativa al terzo trimestre del 2011, per la prima volta da 3 anni l’andamento tendenziale dell’occupazione degli italiani ha riconquistato il segno «più». Nel 3˚ trimestre del 2011 (ultimo dato disponibile) il numero di italiani occupati, infatti, è aumentato di 39 mila unità rispetto a un anno prima, interrompendo una serie di variazioni negative che durava dalla seconda metà del 2008.

Ma come dobbiamo leggere questo dato? Dobbiamo leggerlo come un segnale positivo, di progressiva uscita dalla crisi?

Temo di no, ma per spiegare perché dobbiamo tornare sull’andamento rispettivo dell’occupazione straniera e italiana in questi anni, distinguendo più accuratamente le varie fasi della crisi. L’occupazione straniera è sempre cresciuta da quando esistono dati attendibili (2004) fino a oggi. L’occupazione italiana, invece, dopo essere cresciuta anch’essa negli anni pre-crisi, dalla seconda metà del 2008 (fallimento di Lehman Brothers) ha sempre perso colpi, anche se con un ritmo diverso nelle varie fasi della crisi. Fra il 3˚ trimestre del 2008 e il 3˚ trimestre del 2009 il numero di occupati italiano è diminuito a un ritmo via via più rapido. A partire dalla fine del 2009, invece, il ritmo di caduta è progressivamente rallentato, fino all’inversione di tendenza segnalata dall’ultima indagine Istat: nel 3˚ trimestre del 2011, per la prima volta da 3 anni e mezzo, al consueto aumento dei posti di lavoro occupati dagli stranieri (+120 mila) si affianca un sia pur modesto aumento di posti di lavoro occupati dagli italiani (+39 mila). Per parte loro, gli stranieri nel corso del 2011, pur continuando a conquistare posti, hanno visto assottigliarsi progressivamente i loro incrementi occupazionali: 276 mila unità nel primo trimestre dell’anno (rispetto a un anno prima), 168 mila nel secondo, 120 mila nel terzo.

Che cosa sta succedendo, dunque? Probabilmente sta accadendo qualcosa di inedito nei rapporti fra italiani e stranieri sul mercato del lavoro: dopo anni di crisi, gli italiani hanno cominciato a rendersi che non possono permettersi il lusso di andare in pensione in anticipo, accettare solo lavori qualificati, o vivere di rendita in attesa di tempi migliori. Certo non siamo ancora alla concorrenza diretta e generalizzata per i medesimi posti, ma pare abbastanza verosimile che molti italiani stiano reagendo alla crisi sia diminuendo la domanda di lavoro straniero (ad esempio licenziando colf e badanti, o diminuendone gli orari) sia cercando essi stessi di conquistare o non abbandonare posti di lavoro. Un processo di cui è forse un indizio il fatto che, negli anni della crisi, il tasso di occupazione degli anziani anziché diminuire sia aumentato, passando dal 33% al 38%.

L’impressione, insomma, è che nel mercato del lavoro le cose stiano cambiando molto rapidamente. Gli ultimi dati disponibili su base mensile (novembre) segnalano che la crisi, che nella prima parte del 2011 aveva concesso una tregua, sta tornando a distruggere posti di lavoro (-67 mila rispetto a novembre 2010). Nello stesso tempo, l’andamento rispettivo dell’occupazione italiana e straniera suggerisce che gli italiani non siano più intenzionati a stare alla finestra (non se lo possono più permettere!), e che probabilmente la fin qui inarrestabile conquista di posti di lavoro da parte degli stranieri è destinata a rallentare sensibilmente, se non a interrompersi.

  • Censis, in quattro anni un milione di giovani ha perso il lavoro (Lucio Di Marzo, Il Giornale, 2 dicembre 2011):
Il Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese, elaborato dal Censis, mostra la radiografia dell'Italia, dall'occupazione, ai consumi, a tutti gli aspetti della vita quotidiana, mostrando, questo uno dei dati più incisivi, un'Italia in cui l'occupazione è molto al di sotto della media europea e i giovani si sposano e hanno figli sempre più tardi.

L'Italia si colloca all'ultimo posto in Europa per quanto riguarda l'occupazione dei laureati, con un 76,6% decisamente al di sotto della media europea. Sul dato influisce anche la crisi, che ha abbassato la richiesta di laureati e pregiudicato per loro le possibilità di trovare fin da subito un lavoro che sia commisurato alle loro capacità. In 4 anni il numero degli occupati è diminuito di 980.000 unità. Quasi un giovane su quattro tra i 15 e i 29 anni non studia nè lavora.

Legato a questo dato anche l'età in cui i giovani si sposano e mettono su famiglia, un passo che tende a spostarsi sempre più avanti negli anni, accompagnato da un tasso di fertilità tra i più bassi dell'Unione Europea.

Pochi occupati under 30 dunque, matrimonio e figli tardi e, legato a questi dati - da quanto emerge - una reazione a catena che porta nei giovani l'emergere di comportamenti devianti o a rischio e un sentimento diffuso di cinismo e disicanto. Disicanto nei confronti dell'Università, spesso ritenuta un'alternativa poco attraente, come del modello di successo e riuscita sociale, considerati avulsi dalla cultura del lavoro e dalla meritocrazia.

A cambiare è anche il modello della famiglia. In Italia diminuiscono le coppie coniugate con figli, aumentano quelle senza figli, come le famiglie mongenitoriali e il numero dei single. Meno centrale il ruolo delle famiglie allargate.

Sempre più importante il ruolo degli stranieri in Italia. Due milioni di essi lavorano regolarmenti. Poco più della metà è impiegato nei servizi, mentre il 20% nell'industria. Leggermente meno gli stranieri che lavorano in costruzioni e agricoltura. In aumento anche i titolari di impresa non italiani, un 10% in più rispetto al 2009, con picco a Prato (38,9%), Firenze (21,5%), Milano (20%), Trieste e Roma (18,6% e 16,9%). Protagoniste le donne, con oltre 77.000 imprenditrice donne.

E la politica? Ai politici sempre più spesso si chiedono non carisma e fascino, ma oenstà, sia in pubblico che in privato, preparazione e consapevolezza del ruolo che ricoprono.

  • Consulenti lavoro: aumentano giovani 'Neet', 2,3 mln nel 2010 (ADNKronos, 9 gennaio 2012):
[...] Negli anni è avvenuto un vero e proprio processo di sostituzione tra lavoratori italiani e stranieri in molte professioni manuali, si osserva. Tra il 2005 e il 2010, a fronte di un crollo dei lavoratori italiani occupati in professioni manuali (-842.000, -11%), si registra un significativo aumento dei lavoratori stranieri (+725.000, +83,8%), la cui incidenza passa dal 10,2% al 19% del totale. [...]

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