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giovedì 19 gennaio 2012

Concetti ideologici

Concetti ideologici: la guerra tra poveri

Quante volte avete sentito parlare di "guerra tra poveri" sui mezzi di comunicazione? Ma chi sono questi "poveri"? Tralasciando altri ambiti, ben precisi, limitati, locali e/o specifici, e venendo piuttosto all'ambito delle discussioni su società italiana (ed europea) e cittadini autoctoni e stranieri, tale "guerra" viene sempre citata qualora emerga lo spettro di una qualche competizione tra i primi e i secondi. Entrambi i due gruppi vengono, appunto, accomunati nell'etichetta di "poveri".

Ma i "poveri" non esistono. Non perché non esistano i soggetti in cattive o pessime condizioni economiche, i quali sono, semmai e purtroppo, destinati ad aumentare, date le scelte politico-economiche scellerate degli ultimi tre-quattro decenni almeno, quanto perché non può esistere una accomunabilità tra poveri autoctoni italiani (ed europei) e poveri stranieri regolari o irregolari. Il fatto che questi due gruppi vengano accomunati è, in realtà, un confondere, col risultato di nascondere mancanze, di varia natura e ampiezza, delle autorità politiche e civile e di qualunque altra o autorità od organizzazione che possa influire sul benessere di entrambi i gruppi.

In realtà, un elemento immediato per mascherare la falsità (voluta o meno) di un simile concetto è che esso viene utilizzato sempre a favore degli stranieri. Ossia, ogni qualvolta qualcuno palesi come la presenza straniera sia o possa essere nociva alla comunità autoctona, allora ecco alzarsi qualcun altro e affermare che si tratti di "guerra tra poveri", volta a distogliere, magari, l'attenzione da questioni più importanti. Non avviene il contrario, mai, e, non avvenendo, sono sempre gli autoctoni ad essere tutt'al più poveri, ma gli stranieri sono, sempre, sia poveri sia immigrati, quindi comunque e doppiamente svantaggiati. Quindi, poveri più poveri. Perciò, ideologicamente, più uguali degli uguali.

Il concetto ideologico di "guerra tra poveri" finisce per minimizzare o negare, a seconda dei casi, il problema sociale, di volta in volta dibattuto, riguardante gli autoctoni. Il minimizzare o negare l'influsso negativo di ampie masse allogene nasconde alcuni aspetti dell'attualità socio-economica, quali il disinteresse radicato nelle élites per un qualunque tipo di crescita equilibrata (economica o d'altro genere), il disinteresse per qualunque difesa identitaria autentica, la frammentazione della società in micro-tribù vanitose e, per lo più, impotenti, ecc. Tale attualità e le scelte che l'hanno prodotta hanno causato l'arrivo massificato degli stranieri. L'arrivo degli stranieri e il loro permanere, in una società in via di frammentazione, hanno contribuito al peggioramento della stessa frammentazione. 

Le élites, politiche o economiche o culturali, che hanno portato, con le loro scelte o con l'assenza di determinate altre scelte, alla frammentazione sociale, sono minoranze di potere, allo stesso modo in cui gli stranieri immigrati in Italia sono minoranze, non di potere (non al momento, almeno, e ci auguriamo mai), ma identitarie, aliene, spesso, alla/e cultura/e d'Europa e comunque a quella/e d'Italia. Canto e controcanto di gruppi minoritari, perciò, da cui rimane distante il grosso degli italiani, il grosso degli autoctoni.

E non potrebbe essere diversamente! Se il canto principale è quello delle élites, che stanno rubando il benessere alla società civile, il controcanto più appropriato è quello di crescenti minoranze impotenti, non solo allogene (in realtà, e non stupisce, la frammentazione contemporanea sa prescindere dal dato identitario), affinché non esistano più momenti di vuoto, di silenzio, riempibili da voci autenticamente italiane, autenticamente nazionali. E l'alzarsi di alcuni, per denunciare la "guerra tra poveri", contribuisce proprio a questo: al negare una specificità autoctona. Il negare l'esistenza, ovvia, palese, di una maggioranza nazionale, sviando sempre altrove. Sviando, ad esempio, dalla denuncia della corsa all'assunzione di sempre più lavoratori ricattabili o poco pagati per affermare che, dato che molti di questi sono stranieri, non li si accusi di rubare lavoro, perché anche costoro patiscono il degrado delle condizioni lavorative. Il che, riguardo quest'ultimo aspetto, è falso, a meno di non riuscire a dimostrare che tutti gli stranieri, nei paesi d'origine, avessero ben altre condizioni, ed è falso anche per quanto riguarda il cosiddetto rubare il lavoro, dato che nessuno ha proposto e indicato reali strategie per bloccare l'immigrazione di massa, associando, parallelamente, strategie per rendere l'ambito lavorativo più dignitoso (il che significa, per le imprese, spendere maggiormente per ogni singolo assunto).

Non si può accomunare, in sostanza, coloro che hanno costruito, nel bene o nel male, la società italiana, con coloro che immigrano, in maniera continuata soltanto da alcuni anni, e senza un progetto condiviso dalla stessa società italiana nel suo complesso. Non esiste, perciò, una comunanza umana tra autoctoni e stranieri. Non esiste una identità di vedute sul significato di benessere minimo o di dignità personale o di diritti e sicurezza sul lavoro o di libertà individuale, più tutte le questioni, che negli ultimi decenni si è preferito ridurre al minimo nei mezzi d'informazione, sulla cultura identitaria. Neanche può esistere quindi una comunanza di "povertà". Quindi neanche una "guerra tra poveri".

Esiste solo un panorama contemporaneo, in cui la competizione irrazionale tra gruppi dominanti, chiamata capitalismo internazionale, ha prodotto fenomeni deleteri come la delocalizzazione industriale (con lo scippo del lavoro agli europei ed euro-americani e il contemporaneo aumento di lavori sottoqualificati), la diminuzione della dignità delle condizioni lavorative (da un punto di vista sia monetario che di tempi e modi e con il contemporaneo aumento di nuovi assunti stranieri, più inclini ad accettare quelle condizioni), l'espansione di modi e stili di vita consumistici e individualistici (con l'accettazione, mediatica, degli stranieri e delle minoranze in genere, come fonte di nuovi brividi esistenziali, in contemporanea con il frammentarsi del sentire e vivere autoctono, causato, appunto, dall'individualismo), ecc.

Dati questi fenomeni, data questa frammentazione della società (italiana, ma anche europea e "occidentale", e, forse, non solo europea e "occidentale", ormai), data la non omogeneità culturale e identitaria tra aree mondiali, parlare di comunanza è un errore, un assurdo, una perdita di tempo, una cortina fumogena, una menzogna o una mistificazione. Non c'è alcuna "guerra tra poveri". Ci sono gli autoctoni e ci sono gli stranieri. E i secondi sono, volenti o nolenti, palle da cannone di quell'esercito costituito da minoranze élitarie, il cui unico attuale impegno è giostrarsi tra speculazioni finanziarie, guerre "democratiche", rivoluzioni colorate, organizzazioni non governative ben oliate e poco altro.

Diteci, soltanto perché le palle da cannone solitamente vengono caricate e sparate da altri, voi amate farvele esplodere in faccia?

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