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domenica 11 marzo 2018

Un omicidio ideologizzato? Black lies don't matter

Un omicidio ideologizzato? Black lies don't matter

Un tizio fiorentino esce di casa, col boccino fuori di sé, pensando di suicidarsi. Poi decide di distruggersi per interposta persona, sparando al primo che capita. Punta l'arma contro una madre e il figlio, ma, forse preso da uno scampolo di coscienza, punta altrove e spara al primo che appunto gli capita a tiro, ossia ad un ambulante senegalese.

Da lì, manifestazioni aggressive e ideologiche contro il presunto razzismo dei bianchi, contro l'attuale clima politico, contro chi lo sa. Non c'è alcuna certezza al momento di elementi razzistici nell'assassino, che ha sempre negato e che non ha un profilo particolare. In compenso, i senegalesi e altri gruppuscoli ideologicamente interessati subito sono saltati sul carro dell'accusa all'uomo bianco.

Nella progressiva scomparsa delle sinistre anche dall'Italia, la carta del razzismo è l'ultima rimasta, per darsi un tono e sperare di non evaporare del tutto. Le autorità pubbliche fiorentine e toscane, tutte del PD, hanno proclamato il lutto cittadino (perché?), hanno deciso di dare 20.000 euro alla vedova (che avrebbe dieci figli in Senegal...), così come si farebbe abitualmente alle vittime del terrorismo (scusate?!), hanno deciso di costituirsi parte civile nel processo (perché?). Tutte cose che in un omicidio "normale" non avvengono, cosa che al momento tale omicidio sembra essere, ossia un "normale" omicidio compiuto da un folle. (Firenze, in migliaia in piazza contro il razzismo, La Nazione, 10 marzo 2018)

Ma le accuse di razzismo seguono quel copione, importato dagli USA, che crea un clima fatto di dibattiti sul "privilegio bianco" e che negano spunti ulteriori, per cui si sottolineano solo le vere o presunte violenze o discriminazioni dei bianchi sui neri (e, che nel caso degli USA, non prendono in considerazione praticamente mai quelle contrarie, né tanto meno quelle tra gli stessi neri). Tutto ciò ha lo scopo di non entrare nel merito dei singoli episodi, dove sarebbe realmente possibile capire se ci sia razzismo, creando invece un clima ideologico, dove le prove contano molto meno. Così è per Firenze. Dove una minoranza rumorosa, forte di un appoggio ancora vergognosamente potente nei mezzi di comunicazione, assieme ad alcune minoranze allogene (subito i leader maomettani sono accorsi alle telecamere e ai microfoni), sta spacciando per razzismo un omicidio che ancora deve essere valutato dagli inquirenti. Perciò, niente "black lives matter" qui in Italia. Semmai "black lies don't matter".

E se quello di Firenze fosse un omicidio razzista? Ma perché? Kabobo non compì gli omicidi per razzismo? A buon intenditor... E, a proposito, invece di scatenare falsi dibattiti sull'inesistente razzismo violento italiano, partendo da un singolo episodio opinabile, perché non considerare altri spunti? (Immigrazione, gli stranieri più pericolosi vengono dall'Africa, Fausto Carioti, Libero, 22 gennaio 2018)

A proposito di "fake news" e ideologia...

A proposito di "fake news" e ideologia...

Il Corriere della Sera nella stessa giornata del 9 marzo ha pubblicato due notizie. La prima riguardava la velocità di diffusione delle cosiddette "fake news", che si diffonderebbero con velocità maggiore di ben sei volte rispetto alle notizie che non dovrebbero essere false (ma chi è onesto intellettualmente sa quanto queste definizioni siano problematiche e spesso ideologiche. Lo stesso dibattito è intriso di ideologismi vari). La ricerca, che ha stabilito ciò, ha molto banalmente rilevato che tale velocità è data dalla novità delle notizie riportate e dalla volontà di diffonderle da parte dei lettori stessi. Niente bot o strani algoritmi, ma solo l'aderenza (ideologica) a quanto prospetterebbe la notizia stessa. In pratica, chiunque diffonde qualunque cosa che sposi le proprie idee. Grande scoperta... (Le fake news si diffondono sei volte più velocemente delle notizie vere, Corriere della Sera, 9 marzo 2018)


La seconda notizia invece riporta lo "scandalo" denunciato da una docente dell'Università di Oxford nel vedere una addetta alle pulizie lavorare non aiutata da alcuni uomini della sicurezza. Direte, ma che "scandalo" o che "notizia" è?! Infatti, ma che ci crediate o meno è stata entrambe le cose. Addirittura, il Corriere della Sera ha titolato che l'addetta alle pulizie non fosse stata aiutata dai colleghi uomini, nel mentre che cancellava una scritta dedicata all'8 marzo, che però nel testo diventavano, ovviamente (e la foto parla chiaro), addetti alla sicurezza, quindi NON colleghi della donna. (Donna delle pulizie cancella scritta per l'8 marzo davanti ai colleghi maschi: le scuse di Oxford, Greta Sclaunich, Corriere della Sera, 9 marzo 2018)

Ma l'articolo continua sposando il punto di vista ridicolo della docente di teoria politica Sophie Smith (profilo), secondo cui l'università stessa avrebbe dovuto scusarsi con l'addetta alle pulizie per quanto (non) avvenuto. Ci chiediamo, ma Sophie Smith oppure la giornalista italiana Greta Sclaunich oppure l'anonimo titolista del Corriere aiutano abitualmente le addette (e gli addetti) alle pulizie? Perché Smith non ha aiutato la donna, neanche fosse una fotoreporter in un teatro di guerra? Perché, soprattutto, dobbiamo perdere tempo in una "fake news" ridicola e ideologica? Davvero i problemi del mondo femminile meritano queste scemenze e queste smanie di protagonismo?

domenica 4 febbraio 2018

Aspettando Roberto Saviano...

Aspettando Roberto Saviano...


Dopo l'omicidio brutale compiuto nelle Marche dallo spacciatore nigeriano Innocent Oseghale, si è tornato a parlare di criminalità e anche mafia nigeriana. Citiamo, riguardo altra regione:

[...] È mafia come la intendiamo noi. Che nasce nelle Confraternite universitarie in Nigeria, che trova appoggi inaspettati nelle ambasciate e consolati sparsi in Europa. Che ricatta interi villaggi promettendo l'Eldorado ai suoi figli, un lavoro in Europa, in cambio di 25.000/30.000 euro. E li costringe a un patto che non possono non onorare: un patto scritto con il rito voodoo (joujou).
È una mafia che sta scalzando nei territori le mafie radicate da decenni se non secoli. «Nel casertano - commenta Giuseppe Borrelli, procuratore aggiunto di Napoli - la mafia nigeriana non ha nessuno sopra di sè». Per dirla chiaramente, la mafia nigeriana ha ereditato le attività dei Casalesi: droga e prostituzione. Solo negli anni Ottanta, Novanta, Gomorra si faceva pagare l'affitto per l'occupazione del suolo pubblico. Insomma, le prostitute nigeriane dovevano versare il pizzo ai Casalesi. Oggi, finiti in carcere, pentiti, morti i Casalesi, i territori lasciati liberi sono stati occupati dai nigeriani. [...] ([L’inchiesta] Il macellaio di Macerata, la mafia nigeriana e l’orrendo omicidio di Pamela, Guido Ruotolo, Tiscali News, 4 febbraio 2018)

Dieci anni fa, proprio nel territorio dei Casalesi, ci fu la strage, ipermediazzata, di Castel Volturno, dove uomini del clan camorristico uccisero vari africani di varia etnia. Tra coloro che ne parlarono molto ci fu anche Roberto Saviano. Adesso, sappiamo che in quelle zone ha preso piede la mafia nigeriana. Aspettiamo Roberto Saviano che ci illumini sui loro traffici... Quel Saviano che un anno fa aveva detto che per le città del sud servivano governanti africani... Aspettiamo gli esiti e le inchieste.

sabato 3 febbraio 2018

Il fantasma del Circeo... a Macerata

Il fantasma del Circeo... a Macerata

Ricordate il massacro del Circeo? Avvenne nel settembre 1975 e costò la vita di una ragazza neanche ventenne, Rosaria Lopez, e il ferimento della diciassettenne Donatella Colasanti. Vennero accusati tre tipi, romani come le due ragazze. Il caso fu uno di quelli che spinsero l'allora movimento femminista a chiedere la revisione della legge sullo stupro, fino ad allora considerato solo offensivo per la morale pubblica. Allo stesso tempo, per una vaga vicinanza, più "ambientale" che ideologica o culturale, dei tre aggressori a luoghi variamente definiti di estrema destra, il massacro venne considerato da molta stampa e intellighenzia un atto fascista e/o classista (per la diversa appartenenza socio-economica degli aguzzini rispetto alle vittime). In pratica, una sorta di massacro simbolico.

Lo era? Lo era per quanto la legge di allora di ingiusto imponeva, ma tutto il resto è sempre stato alquanto ideologico. Lo dimostra il fatto che oggi, in tempi di campagne reiterate sul femminicidio tutto tenda invece ad uno strano indistinto. Le donne uccise oggi sono tutte uccise in nome di un informe odio maschile, senza ragioni, senza tratti culturali (se non un generico e non declinato culturalmente, quindi irreale, patriarcato), senza motivi socio-economici. Il femminicidio di oggi viene indicato come l'esito di una irreale mascolinità globale, adeguata ad un mondo senza confini e senza culture forti. Il generico maschio uccide la generica femmina.

C'entra la crisi economica? Non si sa. C'entra l'individualismo? Non si sa. C'entra la società patriarcale declinata all'italiana? Non si sa. C'entra la società patriarcale declinata all'arabo-maomettana? Non si sa. C'entra la cultura nigeriana? Non si sa.

Rimaniamo, come detto nell'indistinto. Anche nella polemica sulle molestie negli USA nessuno ha provveduto a valutare il profilo socio-culturale dei molestatori veri o presunti, per capire se ci sono delle dinamiche particolari. Sembra che tutti siano simili gli uni agli altri e che solo la molestia in quanto tale emerga. Ma se solo la molestia o solo l'omicidio emergono, allora dove sono i molestatori e gli aguzzini? Chi sono? Il generico essere "uomini" o "maschi" è appunto solo tale. Basterà per risolvere qualcosa questo generico puntare il dito? Ovviamente no. Non integralmente, perché non andrà nel profondo.

E quindi veniamo a Macerata. Alla morte brutale della neanche ventenne Pamela Mastropietro, romana di origini, massacrata dallo spacciatore nigeriano Innocent Oseghale. Del massacro del Circeo se ne parla da decenni. Del massacro di Macerata se ne parlerà per quanto? E se no, perché no? Non è esemplare? Non è simbolico?

Lo è, invece. Così simbolico che ha scatenato l'odio di un nostro compatriota, Luca Traini, uscito nella mattina di oggi, arma in pugno, sparando contro qualunque africano vedesse. Non ci sono stati morti, ma già le istituzioni si sono scatenate, senza però essersi scatenate prima per il massacro di Pamela Mastropietro. La morte di una giovane italiana non vale, già ora, il ferimento di qualche straniero, per chi predica bene e sempre razzola male.

Luca Traini ha sbagliato. Tutti lo sanno. Perciò evitiamo di tirarla per le lunghe, ma non prendiamoci in giro. L'avrebbe fatto Traini 15 o 20 anni fa? L'avrebbe fatto di fronte ad una immigrazione meno massificata? Ad una situazione sociale meno caotica? Ad un maggiore rispetto del benessere degli italiani da parte dei governanti? Chissà?! Luca Traini sembra non avesse avuto in precedenza problemi con la giustizia. Il nigeriano assassino Innocent Oseghale, invece? Moriva forse di fame in Italia? Moriva di fame in Nigeria? Chissà?! Ma chi indagherà perché Innocent Oseghale è un mostro?

La madre di Pamela Mastropietro, una volta saputo di Luca Traini, avrebbe detto che la vendetta non è il giusto modo, perché il giusto modo sono le aule di tribunale. Già, ma c'è già chi si sta chiedendo chi uscirà prima dal carcere, se Luca Traini, che non ha ucciso, oppure il nigeriano Innocent Oseghale, che ha ucciso.

Noi invece ci chiediamo, ma il fantasma del massacro del Circeo che fine ha fatto? La morte di Pamela Mastropietro è solo un fatto di cronaca che verrà dimenticato in fretta, senza sapere il perché e il per come sociale e culturale?

domenica 3 dicembre 2017

Il pericolo nazista...

Il pericolo nazista...

Brevemente, in questi giorni la cagnara mediatica è ripresa con un vociare scomposto di grave pericolo nazista/fascista/nazifascista/neonazi/ecc., dopo l'incursione pacifica di alcuni skinheads in una associazione immigrazionista e dopo una bandiera del Secondo Reich tedesco (quindi fine '800) alla parete di una Caserma dei Carabinieri di Firenze. Su Repubblica si scrive che quella del Veneto Fronte Skinheads è "un'irruzione in pieno stile squadrista, ma con una pacatezza inquietante", dimenticando le mille irruzioni violente da parte dei centri sociali di sinistra e ancora di più da parte delle sempre più potenti bande e mafie straniere. Il delirio totalmente disconnesso dalla realtà non può che portare al disastro e alla tragedia.

Non a caso gli imbecilli progressisti hanno fatto (ma poi per quanto? Mezz'ora? Un'ora?) il digiuno pro-ius soli, dimenticando i 600 morti sul posto di lavoro, oppure i terremotati, oppure l'oltre 30% di disoccupazione giovanile, ecc. L'intrattenitore Fabio Volo litiga con Matteo Renzi non per gli stipendi o per le pensioni, ma sempre per lo ius soli.

Una generazione arida ha distrutto la voglia di sopravvivere del popolo italiano e si illude di poter avere una specie di verginità morale lasciando che l'Italia sparisca effettivamente, in favore di masse straniere incontinenti (fenomeno che spiega perché ci sia chi guarda con nostalgia al fascismo, ecc. Ma si fa finta che sia solo voglia di violenza, di demonizzazione in demonizzazione).

Poi, ovviamente, capitano quei piccoli casi che esemplificano la follia di quest'epoca. L'afro-americana Shuri Henry era attiva nella propria comunità, sia a livello sociale che politico, essendo stata anche collaboratrice del nuovo governatore democratico del New Jersey Phil Murphy. A febbraio, poche settimane dopo l'insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, sul proprio profilo Facebook scrisse che "l'America stava rapidamente diventando una nuova incarnazione del Terzo Reich", con faccine piangenti annesse.

A Novembre, mentre stava organizzando un incontro pubblico sul tema della violenza sulle strade (chissà con quale impostazione ideologica e con quali colpevoli morali preconfezionati), è stata uccisa proprio durante una rapina in strada. Gli autori dell'omicidio sono stati tre giovani afro della sua comunità. Tra questi, un diciottenne dal pittoresco nome di Supreme Allah jr. (Teens charged with felony murder in deadly carjacking in Newark, ABC7NY, 25 novembre 2017) (Poetic Justice: Black Lives Matter Supporter Shuri Henry Gunned Down by Fellow Blacks in Newark on Thanksgiving, Stuff That Black People Don't Like, 27 novembre 2017)

Quest'epoca finirà molto male. E certamente finirà nel ridicolo.

mercoledì 1 novembre 2017

No Tinc Porc

No Tinc Porc: una Catalogna indipendente a che pro?

No, il titolo non è sbagliato. Come ricorderete, subito dopo la strage islamica del 17 agosto di quest'anno, a Barcellona ci fu la consueta manifestazione vacua e formale, col solito blaterare sul non farsi cambiare dagli eventi e banalità, per lo più false, del genere. Il grido e il motto più presente fu "no tinc por", che in catalano significa "non ho paura".

Ma forse, questi strani indipendentisti, questi strani "identitari" (virgolette obbligate in questo caso), dovrebbero, e temiamo domani dovranno effettivamente, gridare "no tinc porc", perché questa strana loro voglia di staccarsi dal resto della Spagna, come se stessero subendo chissà quali ingiustizie, si somma però al lasciare crescere al loro interno fin troppo ampie sacche islamiche e allogene in genere (ecco perché il gioco di parole).

Durante la manifestazione del 18 agosto, accorse le varie autorità spagnole e monarchiche, nonostante il lutto, qualche manifestante catalano preferì fischiare il re Felipe VI oppure il presidente Mariano Rajoy, oppure si preferì fischiare una cittadina per aver esposto alla finestra la bandiera spagnola. Forse intendevano questo per non lasciarsi distrarre dalla vita quotidiana, ossia infischiarsene degli islamici, fischiando gli altri spagnoli.

Ricorderete che nei mesi precedenti, in Catalogna e a Barcellona vennero fatte manifestazioni contro il turismo, che snaturerebbe l'identità locale (e questo ci può stare: vedasi Venezia). Ma, allo stesso tempo, forte anche dell'influsso negativo dell'attuale sindaco ultra-progressista di Barcellona, Ada Colau, ci sono state anche manifestazioni pro-immigrati, al grido di confini aperti e nessun freno alla follia immigrazionista. Un controsenso ridicolo, che si somma all'assurdità di una accelerazione nel processo indipendentista senza spiegazioni serie. Certo, c'è il sospetto di un sostegno interessato dei soliti circoli mondialisti, ma passiamo oltre, per il momento.

Rimane il fatto che è totalmente assurdo pretendere di allontanarsi da gente vicina e con cui si è convissuto in pace per secoli (no, il franchismo non giustifica un bel niente), per poi imbarcare milioni di allogeni e alloctoni senza alcun legame, sognando chissà quale delirio. E i primi gravidi segnali si sono visti proprio con la strage di agosto, perché i famosi Mossos d'Esquadra, la polizia catalana, ha evitato di informare, il 16 agosto, cioè il giorno prima della strage, le autorità centrali madrilene, dell'esplosione ad Alcanar, vicino Barcellona, che interessò il "quartier generale" da cui partì il gruppo terroristico alla volta di Barcellona, derubricando il tutto in semplice incidente casalingo, senza valutare il "chi" e poi l'eventuale "perché", con gli esiti tragici che conosciamo. (E poi ci si chiede perché quei terroristi abbiano colpito proprio Barcellona, Alfredo Mantovano, Tempi, 1 ottobre 2017)

D'altronde, basta leggere il seguente articolo e i dati in esso riportati per capire la follia catalana che è anti-spagnola, ma anche anti-catalana. Accogliessero, accogliessero. Qualcosa rimarrà, ma probabilmente non la Catalogna che desiderano.

P.S.: il rabbino capo di Barcellona, Meir Bar-Hen, dopo l'attentato ha dichiarato che Barcellona, ma anche la Spagna, ma anche il resto d'Europa, sarebbero perdute a causa dell'immigrazione islamica. (Il rabbino di Barcellona: "Ebrei, tornate in Israele", Luca Romano, Il Giornale, 19 agosto 2017) La domanda è: la sua comunità cosa ha fatto per impedire questo? E cosa ha fatto invece la comunità giudaica per tutte quelle eventuali scelte o leggi pro-immigrazioniste, in Spagna e nel resto dell'Occidente?

Secondo l’Ucide, Unione delle comunità islamiche di Spagna, alla fine del 2016 nel paese di re Felipe V vivevano 1.919.141 musulmani, pari al 4 per cento di tutta la popolazione. Di quei quasi due milioni di musulmani 515.482 risiedevano in Catalogna, regione dove vivono 7 milioni e 523 mila persone. Questo significa che in Catalogna i musulmani rappresentano il 6,4 per cento della popolazione, mentre nel resto della Spagna sono il 3,58 per cento: la densità dei musulmani in Catalogna è quasi il doppio di quella nel resto della Spagna. Secondo i dati più recenti, nel paese iberico esistono 1.264 luoghi di culto islamici (moschee e sale di preghiera), 109 dei quali possono essere indicati come aderenti alla tendenza salafita, cioè l’interpretazione fondamentalista dell’islam che in molti casi è risultata propedeutica all’adesione da parte di molti al jihadismo e alle organizzazioni del terrorismo islamista. Secondo dati incrociati della polizia spagnola e di quella catalana, delle 109 moschee di tendenza salafita censite su tutto il territorio spagnolo ben 79 sorgono in Catalogna, dove i luoghi di preghiera islamici sarebbero 256. Nella comunità autonoma governata dagli indipendentisti di Carles Puigdemont una moschea su tre sarebbe salafita, mentre nel resto della Spagna solo una su 30. Nel 2006 le moschee salafite in Catalogna erano 36: in dieci anni sono più che raddoppiate. E non abbiamo ancora detto tutto. Gli spagnoli convertiti all’islam risultano essere circa 70 mila, 20 mila dei quali si sono convertiti negli ultimi sei-sette anni. Di costoro, 7 mila sono catalani. Secondo l’Observatorio islamico de Perpignan, il 70 per cento dei 7 mila convertiti catalani proviene dalla sinistra radicale della Cup e dalla sinistra indipendentista storica dell’Erc, due dei tre principali partiti catalani che hanno promosso il referendum secessionista dell’1 ottobre (l’altro è il PdeCat di Puigdemont, erede del centrista CiU). Sommati insieme questi due partiti non raccolgono più del 20-25 per cento dei voti in una normale elezione catalana. La Guardia civil ritiene che il 40 per cento di questi 7 mila convertiti sia esposto a un processo di radicalizzazione, e che il 5 per cento di questi ultimi (cioè circa 140 persone) rappresenti una minaccia reale per la sicurezza dello Stato.
Un vuoto da riempire
La Catalogna è stata colpita dal terrorismo jihadista il 17 e 18 agosto scorsi, con gli attentati di Barcellona e di Cambrils che hanno causato 16 morti innocenti. Prima di allora erano stati sventati attacchi imminenti nell’aprile 2015, quando la polizia catalana aveva arrestato 11 terroristi (cinque dei quali spagnoli convertiti all’islam), nel 2008 quando furono bloccati undici jihadisti (nove dei quali pakistani) che volevano compiere attentati suicidi nella metropolitana di Barcellona, e nel 2006 quando l’operazione Sciacallo portò all’arresto di 20 jihadisti nei pressi di Tarragona, in seguito prosciolti a causa di errori di forma nell’inchiesta.

I dati di fatto di cui sopra, compreso il terreno fertile nel quale sono maturati attentati terroristici riusciti e sventati, sono il prodotto delle politiche dei partiti pro-indipendentisti che hanno governato la Catalogna negli ultimi vent’anni, e della militanza ideologica della sinistra antisistema che si raccoglie nella Cup. Gli uni e l’altra hanno favorito l’islamizzazione della Catalogna in funzione antispagnola, per di più corteggiando le persone sbagliate all’interno della comunità musulmana. Come ha scritto tempo fa Luis del Pino su Libertad Digital: «La politica di immersione educativa in catalano e la marginalizzazione del castigliano hanno agito da freno all’immigrazione proveniente dai paesi latinoamericani. Se sei peruviano e vuoi lavorare in Spagna, perché complicarti la vita andando in un posto dove obbligano te e i tuoi figli a imparare una nuova lingua? Meglio andare altrove. Questo fenomeno ha creato un vuoto in Catalogna e i posti di lavoro che non sono occupati da immigrati latinoamericani tendono ad essere coperti da immigrati di altri paesi, principalmente nordafricani e pakistani. E non solo gli immigrati latinoamericani si sono trovati dissuasi dall’andare in Catalogna, ma il governo regionale ha adottato una politica intenzionalmente orientata a premiare l’immigrazione proveniente dal Marocco». Esecutore esemplare di questa politica è stato Angel Colom, che nel 1996 lasciò Erc per approdare a CiU, il partito che ha quasi sempre governato la Catalogna. Di lì a poco fu nominato responsabile dell’immigrazione del Cdc (uno dei due partiti federati in CiU), presidente della Fondazione Nuovi Catalani e ambasciatore ufficioso della Generalitat in Marocco. In questa veste costui ha incoraggiato l’immigrazione marocchina in Catalogna, ha stretto rapporti con le comunità islamiche nella regione allo scopo di guadagnarle alla causa indipendentista, ha visitato un gran numero di moschee dove ha spiegato che nella Catalogna indipendente per gli immigrati sarebbe diventato più facile ottenere la piena cittadinanza. In un’occasione Colom ha dichiarato a El País nel 2012: «Non si può costruire uno stato catalano senza la partecipazione dei catalano-marocchini».

Nel 2014 il governo catalano ha approvato un Piano Marocco 2014-2017 col quale di fatto offriva al governo di Rabat il controllo dell’islam in Catalogna e prometteva di introdurre l’insegnamento dell’arabo e del tamazigh in orario scolastico e di far votare gli immigrati alle elezioni.

In occasione del referendum consultivo sull’indipendenza del 2014 i nazionalisti catalani hanno proposto ai musulmani di istituire seggi per il voto presso le moschee, e in alcuni casi hanno incontrato risposte positive. Alla vigilia del referendum del 1° ottobre scorso la Commissione islamica, massimo organo di rappresentanza dei musulmani in Spagna, ha diffidato le moschee catalane dall’ospitare iniziative filo-indipendentiste, consapevole delle conseguenze negative che avrebbe avuto per la presenza dell’islam in Spagna.

«Noi conquisteremo municipi»
Per portare avanti il loro programma gli indipendentisti si sono appoggiati a personaggi equivoci. Per un certo periodo braccio destro di Colom è stato l’imam Noureddin Ziani, presidente dell’Unione dei centri culturali islamici in Catalogna, organizzazione che aveva sede negli stessi locali della Fondazione Nuovi Catalani. Nel 2013 Ziani è stato espulso dalla Spagna su istanza dei servizi segreti, accusato di spionaggio e di complicità con l’islam radicale. Ziani era infatti molto legato a Mohamed Attaouil, fondatore di una moschea nei pressi di Girona nota come punto di riferimento dei salafiti radicali di tutta Europa, e di Abdelwahab Houizi, imam a Lerida noto per essere stato registrato mentre teneva il seguente discorso ai suoi correligionari a proposito degli indipendentisti: «Loro si appoggiano a noi per ottenere voti, ma non sanno che quando ci lasceranno votare voteremo tutti per i partiti islamici, perché noi non siamo né di destra né di sinistra. Noi conquisteremo municipi, e a partire da lì, grazie alle competenze dell’autonomia, cominceremo a impiantare l’islam». Il 15 novembre 2012 Houizi interveniva pubblicamente insieme a Noureddin Ziani e ad altri imam radicali, fra i quali Mohamed et-Takkal, responsabile della moschea Al Forkan di Villanueva y Geltrú, successivamente espulso dalla Spagna a causa del suo estremismo, a un evento promosso dalla Fondazione Nuovi Catalani a Barcellona. La moschea di Villanueva y Geltrù era ben conosciuta da Abdelbaki Es Satty, l’imam di Ripoll ucciso il 16 agosto scorso dalla esplosione delle bombole del gas con le quali stava preparando un attentato contro la Sagrada Familia. Es Satty utilizzava la moschea Al Forkan come base di reclutamento e di indottrinamento di combattenti che venivano inviati a combattere in Iraq al tempo dell’occupazione anglo-americana, e più recentemente in Siria e Iraq per conto dell’Isis e altri gruppi estremisti. Risiedeva, almeno fra il 2003 e il 2005, nello stesso appartamento dell’imam Mohamed Mrabet, poi arrestato nel contesto dell’operazione Sciacallo, e dove soggiornò anche Belgacem Bellil, l’algerino che nel novembre 2003 si lanciò con un camion carico di esplosivo contro la base dei carabinieri italiani a Nassiriya. I terroristi che gravitavano sulla moschea di Al Forkan sono inoltre coinvolti negli attentati di Madrid e Casablanca del 2003. Nonostante tutto ciò, ancora nel maggio di quest’anno l’Asamblea nacional catalana (Anc), un’importante organizzazione indipendentista, ha promosso un evento propagandistico rivolto ai musulmani proprio nella moschea di Al Forkan.

Perché diventare salafiti
Mrabet, arrestato nel 2006 e condannato nel 2009, è stato assolto in Cassazione insieme a cinque compagni nel 2011. Suo avvocato era Jaume Asens, vicesindaco di Barcellona e uno dei fondatori di Podemos, eletto nelle liste di Barcelona en Comù. Asens è stato anche un dirigente della Ong specializzata in problemi della casa creata da Ada Colau, sindaco di Barcellona. Altro esponente politico della sinistra radicale catalana specializzato nella difesa di musulmani accusati di terrorismo è Benet Salellas, che ha ottenuto l’assoluzione di un sodale di Mrabet ed è membro del parlamento catalano per conto della Cup.

Così spiega le conversioni di estremisti di sinistra catalani all’islam salafita lo studioso Vicente Salafranca: «La Spagna per loro è la patria del cattolicesimo, dei grandi eroi esaltati da alcuni storici, eroi che forgiarono la loro leggenda attraverso la fede in Cristo. Rinunciare al cattolicesimo per loro è un modo di rinunciare alla Spagna. Effettivamente molti di loro si sono fatti musulmani per odio verso le tradizioni spagnole».

domenica 29 ottobre 2017

Harvey SchWeinstein: l'altra questione...

Harvey SchWeinstein: l'altra questione...


















Nessuno si offenderà se lo chiameremo Schweinstein, giusto? Comunque, non ancora finite le polemiche sulle decine e decine di molestie o stupri completi aventi per colpevole uno dei produttori più conosciuti dell'Hollywood democratica e multietnica filo-Clintone e filo-Obama, c'è un aspetto che sarebbe il caso di ritirare fuori. Un paio di settimane fa o giù di lì, stavamo leggendo per semplice curiosità la pagina di Wikipedia in lingua inglese dedicata a Schweinstein, quando notiamo due spunti interessanti: nel 2009 il produttore, oltre a far realizzare un film in cui portava avanti la tesi che la colpevolezza di Roman Polanski, nel suo noto stupro con droga di una ragazza tredicenne, fosse un po' dubbia, si univa alla scellerata compagine opposta all'estradizione negli Stati Uniti dello stesso Polanski. (Thierry Fremaux enlists Harvey Weinstein in Polanski petition, Jeremy Kay, Screen Daily, 28 settembre 2009) L'altro spunto invece era la polemica innescata da un articolo del critico cinematografico conservatore Kyle Smith, che dalle pagine del New York Post attaccò in due riprese il lavoro di Schweinstein, definendolo anti-cattolico.

Ora, se il riferimento a Polanski è ancora presente, il riferimento a Kyle Smith è sparito. E' invece ancora presente nella pagina in francese e in quella in portoghese (dove c'è anche il riferimento ad una dichiarazione del 2015 dello stesso Schweinstein che, ritirando il Premio Umanitario presso il centro Simon Wiesenthal, -non ridete... fatte i bravi...- in cui, oltre a dire che i giudei dovrebbero essere compatti come la mafia, dice che è necessario prendere a calci i cosiddetti "antisemiti". Chiaro ragazzi? Niente adesivi, sennò Harvey si distrae dalle sue attività abituali). (Harvey Weinstein Urges Jews to Take on Anti-Semites: "Kick These Guys in the Ass", Scott Feinberg + Tina Daunt, The Hollywood Reporter, 24 marzo 2015) Non c'è (e forse non c'è mai stata) in quelle italiana e spagnola (e altre non ne abbiamo controllato).

La polemica sul New York Post iniziò con la recensione di Smith del film "Philomena", dallo stesso critico considerato noioso, ridicolo sotto vari punti di vista, disonesto intellettualmente e anti-cattolico. (‘Philomena’ another hateful and boring attack on Catholics, Kyle Smith, The New York Post, 21 novembre 2013) Qualche giorno dopo, Harvey Schweinstein compra una pagina a colori sul New York Times per far presente che tutti i critici hanno salutato il suo film positivamente, mentre Smith è l'unico ad aver espresso una diversa opinione (curiosa iniziativa, no? Tranquilli, Smith è ancora al New York Post).

Smith, ovviamente, ha risposto rilanciando e ricordando quanti film anti-cattolici siano usciti per iniziativa di Schweinstein. Inoltre, dato che il film "Philomena" riguardava un caso problematico di adozione, Smith ha fatto presente che, per quanto problematici possano essere i casi di adozione nell'Irlanda degli anni '50, oggi si preferisce risolvere il tutto con gli aborti. Ognuno dovrebbe saper giudicare da solo. (Harvey Weinstein’s ‘Philomena’ attack ad, Kyle Smith, The New York Post, 7 dicembre 2013) Non solo, ma Smith ha anche lanciato, in entrambi gli articoli, la provocazione sul perché non ci sia lo stesso coraggio dissacratore nei confronti di ambienti religiosi giudaici o islamici. Ai posteri l'ardua sentenza...

P.S.: la questione Schweinstein, anche se se ne parla poco, ha prodotto un piccolo fiume carsico di risentimenti e sospetti intra-etnici. Il giornalista del Los Angeles Times e del New York Times, Mark Oppenheimer, proveniente da ambiente giudaico americano, il 9 ottobre, quando erano ben iniziate le voci sul caso Schweinstein, mise le mani avanti e sul suo blog personale infiocchettò la questione come se fosse il ritratto di un giovane emarginato riuscito ad avere successo, ma incapace di misurare i propri modi e le proprie pulsioni in un ambiente a lui estraneo. (The Specifically Jewy Perviness of Harvey Weinstein, Mark Oppenheimer, Tablet Magazine, 9 ottobre 2017). L'articolo uscì alle 13.30 (quale fuso orario, se costa est od ovest, non sappiamo), ma la mattina dopo, alle 10.47 (ora di New York) uscì finalmente l'articolo di Ronan Farrow, in cui vennero dati i dettagli sul caso. (From Aggressive Overtures to Sexual Assault: Harvey Weinstein’s Accusers Tell Their Stories, Ronan Farrow, The New Yorker, 10 ottobre 2017) A quel punto Oppenheimer nel pomeriggio chiese genericamente scusa per la superficialità di quanto da lui scritto. Evidentemente la questione è più grossa di quanto da lui infiocchettato. Ma la cosa continua altrove, nei mille rivoli di internet, dove molti considerano la questione o fonte di piacere per "nazisti" o addirittura complotto ordito da gruppi e personaggi anti-giudaici. Forse anche perché nel frattempo si sono aggiunte nuove accuse contro Roman Polanski, perché anche il fratello di Harvey, Bob, è stato accusato, perché anche un altro regista di famiglia giudaica, James Toback, è stato citato da circa duecento donne. C'è di che far nascere uno stereotipo. Inoltre, in più occasioni è comparso nel gruppo anche il faccino molliccio di Woody Allen, forse per i sospetti di pedofilia che aleggiano su di lui. A chiudere il cerchio, non a caso, Ronan Farrow è figlio di Mia Farrow.

Secondo P.S.: il documentarista Michael Moore, dopo qualche giorno di silenzio, ha affermato che il caso avrà un effetto profondo nella società statunitense, demolendo il potere gerarchico dell'uomo bianco. Chissà se stava pensando davvero a Schweinstein o al suo nuovo film, prodotto da Schweinstein e che dovrebbe andare in porto senza problemi, nonostante tutto (sia mai!), e dedicato indovinate a chi? (Michael Moore on Harvey Weinstein Scandal: ‘It’s a Profound Cultural Moment’, Matt Fernandez, Variety, 13 ottobre 2017)

Terzo P.S.: eh, sì! Quella nella foto, è Rula Jebreal, la palestinese-israeliana che ricomparve poco tempo fa nella televisione italiana al grido di "uomo-bianco-cattivo". (Rula, la talebana dello ius soli E chi la critica è un "nazista", Paolo Bracalini, Il Giornale, 16 settembre 2017) Nella foto, Schweinstein la sorregge, con mano ferma, forse nella sua lotta contro gli uomini bianchi cattivi, con buona pace di Michael Moore.